Dubbi… perplessità… incertezze…

Dubbi… perplessità… incertezze…

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Da un po’ di giorni rifletto su cosa porta le persone a trasferirsi dalla città natale ad un’altra e come vive, chi lo compie, questo grande cambiamento. Sarà che ogni volta che torno a Londra ho sempre più voglia di restare, fatto sta che, da figlia di immigrati dal sud al nord Italia, sto iniziando a mettermi in quest’ottica e a porre qualche domanda.

Penso di avervelo già detto, ma se qualcuno a gennaio mi avesse detto che avrei fatto la pendolare e che avrei anche iniziato a pensare seriamente di lasciare Torino per trasferirmi a Londra avrei riso dicendo ‘Ma figurati!’. E, invece, eccomi qua. Quando si decide di seguirla, la vita porta davvero lontano e regala sorprese inaspettate. E aggiungerei anche che tira fuori risorse e lati del carattere che non si pensava di avere.

Nel mese di giugno di cui vi sto narrando, trovare una sistemazione abitativa per il mese di agosto era diventata una questione talmente importante da mettermi in uno stato d’ansia enorme. Io vivo da sola dal lontano 2004, quindi non sono propriamente a digiuno di cosa voglia dire gestire una casa e tutto ciò che questo comporta. Eppure, sapendo di dover per esigenze economiche condividere l’appartamento anche con più persone, la faccenda si faceva piuttosto seria. Evitante come sono mi chiedevo come mi sarei trovata a condividere spazi con persone anche di nazioni e lingue diverse, in che tipo di appartamento e zona mi sarei ritrovata, come sarebbero…

Mi sono resa conto di quanto tutto questo mi causasse stress e tensioni solo quando finalmente Jass, la superhost di Airbnb ha accettato la mia richiesta. Magicamente da quella stessa sera ho ricominciato a dormire e non avevo più i pensieri riportati sopra a girarmi per la testa. Avevo una ‘casa’. Non sapevo dove fosse e come fosse Sutton, nè tanto meno come mi sarei trovata con Jass della quale conoscevo solo la foto del profilo sul suo account. Eppure sentivo di aver messo un punto, e pure importante. Potevo avere un indirizzo da mettere sui curricula e, inoltre, avevo trasformato la pazza idea di stare un mese a Londra in realtà. Il progetto ora era reale!

‘Lo sto facendo davvero’ mi ripetevo e anzichè ansia sentivo salire gioia e soddisfazione a questo pensiero. Certo iniziavo a chiedermi come avrei riempito le giornate, soprattutto rendendomi conto di quanto difficile fosse trovare lavoro dall’Italia e di quanto lo sarebbe stato anche trovarlo lì dal momento che restavo un solo mese.

E’ stato allora che ho iniziato a pensare di cercare un corso di inglese. Sui vari gruppi di italiani a Londra si parlava anche di corsi gratuiti o low cost e io mi sono detta ‘Beh, se non potrò lavorare, almeno sfrutto la faccenda per imparare finalmente questa benedetta lingua’.

La ricerca all’inizio non è stata fruttuosa. L’elenco di corsi di lingue gratuiti che avevo trovato risultava sbagliato, perchè tutte le scuole contattate mi dicevano non avere questo tipo di corsi. Il British School Center, poi, l’unica che li avesse, aveva già però tutti i corsi base sold out.

Ammetto che ho iniziato a scoraggiarmi e ha sentir salire sempre più il timore di non sapere come impegnare il tempo per tutto un mese!

A fine giugno, mese che, rispetto all’eterno maggio, è volato via come niente, è iniziata, inoltre, quella che è diventata poi una vera e propria pioggia di sfighe. ‘Per fortuna’ tutte sul versante economico: tasse da pagare, beghe con l’auto et similia. Dico ‘per fortuna’ perchè quando sono faccende di soldi danno fastidio, ma in qualche modo si risolvono. Per cose più serie, tipo problemi di salute, invece sì che è una cosa seria. Al di là di qualche scazzo in famiglia, però, cosa tra l’altro molto tipica e ‘regolare’, questa situazione pesante ha toccato principalmente il portafoglio e le relazioni con i colleghi. Io, che faticavo a mettere via il gruzzoletto per agosto, ho iniziato a vederlo scendere e questo, unito al non trovare lavoro a Londra e neppure un corso d’inglese, mi ha portato a maturare l’idea che sarebbe stato un mese vuoto, inutile tanto che ho iniziato a chiedermi: ma che ci vado a fare?

Qui è tornata in auge Simona, che mi ha detto semplicemente questo:

“Patty, tu continua a cercare da Torino, continua le ricerche per fare la terapeuta a Londra, continua a cercare un corso d’inglese e se anche non dovessi trovarlo, allora vorrà dire che ti concederai finalmente una vacanza. Sì, perchè quella cosa che si fà quando ci si trova in un posto nuovo e non si ha nulla da fare si chiama vacanza e tu ne hai bisogno!”

Sì, avevo bisogno di una vacanza. Dal 2001, anno in cui ho iniziato a lavorare dopo aver preso il diploma, fino al 2013, anno in cui la GTT licenziò me e le mie colleghe non mi sono fermata un attimo. Ho portavo avanti più lavori contemporaneamente e in più, dal 2015, ho iniziata a studiare nei ritagli di tempo. Con il licenziamento mi sono ritrovata con la ‘sola’ attività di terapeuta allora in avviamento e tanto, troppo tempo libero, io che non c’ero abituata. E capita, sapete, quando non si è abituati a stare fermi, di sentire di stare perdendo tempo. Di non stare facendo nulla, mentre, invece, si fa, e come, solo con tempi più ‘umani’.

Penso di non essere la sola ad avere questa sensazione, come non sono la sola ad aver fatto tanti lavori per mantenersi e comunque trovarsi ad arrabattandosi per pagare tutte le spese. Non so dire se questo insegni qualcosa, ma sicuramente stanca e porta a pensare di non stare facendo, quando ci si prende una pausa. A pensare di non meritarsela perchè è uno spreco di tempo. E sì, io ero convinta che a Londra avrei sprecato il mio tempo, perchè non avrei guadagnato, perchè non avrei lavorato, perchè molto probabilmente, dal momento che io sì cammino e sono sempre in movimento, ma per raggiungere un posto, un obiettivo, una meta che abbia un senso, lì mi sarei trovata a non avere obiettivi e quindi a stare ferma. Ho iniziato a temere l’immobilismo. La noia. Il senso di colpa per il tempo sprecato.

L’idea di vacanza, che mi proponeva Simona mi spaventava perchè sentivo di non essere capace di concedermela, di godermela, di rilassarmi, in definitiva.

Per questo avevo paura di dove e con chi avrei vissuto, perchè le persone tendono a coinvolgere chi hanno attorno e io non sapevo se sarei stata dell’umore adatto per lasciarmi coinvolgere. Dell’umore adatto per ‘conoscere gente’.

Poi proprio nei primi giorni di luglio è arrivata una strana mail dal British School Center. Mi ringraziavano per averli contattati e mi invitavano a compilare il form per iscrivermi ai corsi. La mail era firmata da una persona diversa dalla precedente che mi diceva che i corsi erano sold out. Ho inviato la richiesta cogliendo la palla al balzo e ho poi capito che deve esserci stato un fraintendimento con la prima mail. Chi l’ha letta pensava volessi iscrivermi ai corsi a pagamento mentre, invece, io ero interessata a quelli gratuiti tenuti da allievi del corso per diventare insegnati.  In qualche modo, insomma, ero dentro. E’ stata questa una bella notizia, giunta a colorare un po’ il periodo grigio che stavo vivendo. Ora sapevo che tutti i giorni dalle 2.30 alle 5.30 sarei stata lì e questo mi ha rasserenata. Avevo un obiettivo, finalmente.

Trovare questo obiettivo, però, ha acceso un’altra lampadina nella mia testa stanca. Quella legata al motivo per il quale stavo adeguando i titoli, ovvero voler lavorare come terapeuta a Londra. Ho iniziato a sentire l’esigenza di capire come e dove trovare uno studio e come promuovermi.

Direi, però, che questo ve lo racconto un’altra volta.

Alla prossima 🙂

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