Pronti, partenza…VIA!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Sì, ho latitato un po’, ma ho delle ottime ragioni.

Sono stata impegnata nella messa in scena di ‘Sogno di una notte di mezza estate’ con il mio gruppo di teatro ‘Luci della ribalta’ laboratorio teatrale del Crab Cove.

Beh, per una che pendola tra Torino e Londra portare in scena uno dei drammaturghi di spicco UK è il minimo. Le prove ci hanno impegnati per tutta la settimana e io me ne sono perse due proprio a causa del pendolo. Inutile dirvi quanto siano state ancora più piene le giornate di venerdì, con la prova generale, e sabato con il debutto. Tutto ciò mi ha portata via da voi per tenermi in questo sogno che si è visto traslocare ai primi di autunno.

Ma veniamo a noi 😉

C’eravamo lasciati con l’intento di iniziare a parlarvi di questo fatidico mese di agosto in London.

Come vi avevo detto, il mese di luglio è stato pesante. Talmente tanto che non vedevo l’ora di andare via. Avevo caricato la Poste Pay e la Revolut, preparato le valigie e tutti i documenti che ritenevo utili portare.

Avevo lasciato i gatti dai miei e a casa, insieme a mio fratello, rimaneva solo lui: il mio bellissimo dog consulting Sherlock.

Sì, non credo di avervi ancora parlato di lui, entrato nella mia vita nel giugno 2017 e che da allora me ne ha fatte passare davvero, davvero, davvero tante!

Di madre setter inglese e padre ignoto (ma sicuramente furbo come una volpe), non poteva che capitarmi accanto un segugio capace di fiutare una preda e perdersi nel delirio della caccia, dimenticandosi del resto del mondo. Una versione canina di Sherlock Holmes, appunto. L’idea di questo nome è stata di mia madre, a dir la verità. Quando le ho detto che avrei preso un cane e che non avevo idea di come chiamarlo lei mi ha chiesto:

Che razza è?’

‘Un cane da caccia’ ho risposto io, che ancora non sapevo in che guaio mi stavo mettendo.

Allora chiamalo Sherlock’, ha fatto lei, come fosse un dato di fatto.

E così è stato. Da allora sono passati due anni e mezzo, quasi, e lui era l’unico che già mi mancava ancor prima di partire. Mi ero informata riguardo alla possibilità di portarlo con me, ma, al di là della spesa ingente per il viaggio, che avrei rigorosamente fatto in treno, e l’ulteriore casino che sarebbe stato trovare chi ci ospitasse entrambi, l’incognita Brexit rendeva il trasporto animale ancora più problematico, con quarantene, vaccini triplicati e altre possibili sorprese. Tanto che la veterinaria mi ha consigliato di andare da sola. Così Sherlock si è ritrovato a trascorrere il mese di agosto con mio fratello ed io ho sentito terribilmente la sua mancanza. Tanto che la prima cosa che ho fatto il 2 agosto è stata quella di andare a trovare il suo omonimo letterario.

Ma andiamo con ordine.

Giovedì primo agosto sono partita dopo una mattina a revisionare bagagli e documenti e dopo aver salutato il dog consulente in modo accorato, nemmeno stessi per partire per la guerra sicura di non tornare.

Con mio fratello e la valigia da 23 kg caricata in un carrello del Penny Market, mi sono diretta verso la ridente stazione di Madonna di Campagna. Lì ha avuto inizio l’avventura, e mi sono resa conto che stava accadendo davvero solo quando mi sono ritrovata da sola su quel treno…

Ho raggiunto con nonchalance l’aeroporto cercano di non pensare al fatto che stavo partendo per il mio primo mese di soggiorno in solitaria in un paese straniero. Ho salutato al check in la valigia ingombrante e accettato con gioia di imbarcare gratuitamente anche quella piccola ‘Perchè il volo è pieno e non c’è posto nelle cappelliere’. Miracoli che accadono solo alla British Airway…

Ho sentito subito il bisogno di chiamare i miei oltrepassato il controllo. Non che io sia attaccata come una cozza allo scoglio alla famiglia, anzi, andiamo d’accordissimo se ci vediamo il giusto. Solo che in quegli ultimi mesi, sapendo di dover stare via un mese intero avevo preso l’abitudine di andare da loro quasi tutti i giorni. In fondo, se mia madre già da giugno sapeva dei miei piani per agosto, mio padre ne è venuto a consoscenza solo a metà luglio. Strategie per non far morire d’ansia chi si sa esserne grandemente preda e allo stesso tempo garantirsi una vita tranquilla (che già di cose me ne stavano cadendo addosso!).

Li ho chiamati, quindi, per il piacere di dirgli che si erano presi ‘aggratiss’ pure la valigia piccola. Sì, signori, una notizia importantissima da comunicare! Ridevo di me stessa già mentre ero lì a comporre il numero e mi dicevo: ‘Patty sarà questo l’andazzo? Ti verrà la saudade brasileira? E’ questo il grande cambiamento?’. Vi spoilero subito che no, la saudade non mi ha toccata… se non per Sherlock. Diciamo che è stata una necessità legata all’aeroporto di Caselle, perchè già arrivata a Gatwick, con le orecchie tese a mille per capire dove dovessi andare e cosa dovessi fare, avevo la testa altrove.

Jass mi aveva detto di prendere l’autobus da Gatwick e io, invece, ho seguito quanto fatto nella settimana da turista e ho preso il treno, non capendoci nulla delle indicazioni. Ho iniziato lì a chiedermi se mai ci avrei capito qualcosa di quella lingua e l’ansia, ereditata dai genitori, ha iniziato a farsi sentire. Mi sono detta però un secco ‘No! Così non va! Via questi schemi che non mi appartengono e cerchiamo di venirne a capo’. Ho quindi aperto san google maps e visto che sarei dovuto scendere ad una fermata diversa da quella consigliata per prendere il 154, autobus del quale avrei imparato a memoria i passaggi in quel mese e che mi avrebbe portato a Sutton Green, come indicatomi da Jass.

Dal momento, però, che non ne ero sicura mi sono fatta coraggio e con il mio inglese fresco delle conversations fatte con Emma, la mia teacher, ho chiesto a un ragazzo che era lì vicino conferma delle mie ipotesi. Così, sono scesa alla stazione e, trascinando la pesante valigia da 23 kg, sono andata alla ricerca dell’autobus. Lì mi ha colto il secondo ed ultimo momento d’ansia, perchè davvero per tutto il resto del mese di simili sensazioni legate agli spostamenti non ne ho più avuti.

Ero appena arrivata in un paese straniero, avevo già preso una cantonata con le indicazioni per il treno e ora mi ritrovavo stanca della lunga giornata piena di emozioni, con un valigione da trasportare, un trolley più piccolo e uno zaino carico e non avevo idea di dove diavolo fosse questo autobus. Mi guardavo attorno col timore di chiedere e non riuscire a farmi capire o a capire ed ero così in botta che non capivo più neppure google maps. Allora mi sono fermata, ho preso un bel respiro, messo a fuoco google maps e fermato al volo una ragazza per chiederle se quella fosse la strada tal dei tali.

Sembrano cose da nulla, ma sono stati momenti carichi di tensione. In quei pochi secondi mi sono detta cose del tipo ‘E ora se ti perdi chi chiami? Qui non c’è nessuno che ti possa aiutare’, ‘E se non ti capiscono o tu non li capisci e sbagli? Sta venendo buio e tu sei carica come un mulo’, ‘Ma non potevo starmene a casa?’.

Non so se vi siete mai trovati in una situazione simile. Penso che a tutti possa capitare quell’attimo di botta in cui si è talmente pieni di cose dentro la testa e dentro la pancia da vacillare. Per fortuna io ho un’ottima e subitanea ripresa, forgiata dai tanti lavori che ho fatto e dalle situazioni personali vissute, che mi ha permesso di arrivare alla famosa fermata del 154, salirci su nonostante il carico, scendere a Sutton green e perdermi alla ricerca della casa di Jass.

Sì, questa è stata comica, perchè google maps il 13 di Angel Hill me lo dava da tutt’altra parte. Ho fatto due volte su e giù per la strada dietro casa di Jass, dove c’è il suo garage, con il vicinato che mi guardava ridacchiando sotto i baffi mentre, sudata e stanca, trascinavo i trolley. Solo quando ho capito che sarei andata avanti ancora a lungo con quel tango e mi sono decisa a chiedere informazioni mi hanno condotta sulla retta via.

Mi sono fermata finalmente davanti quella che sarebbe stata la mia casa per tutto quel mese e quando Jass ha aperto la porta e col suo grande sorriso mi ha detto ‘Hello sweetheart, welcome to my house’ mi sono detta ‘Ce l’ho fatta!’ e ho capito che compiuto il primo faticoso passo il resto del percorso sarebbe stato tutto in discesa.

🙂

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