Nuove conoscenze

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Sì, oggi posto in versione domenicale. Una domenica un po’ grigia e fredda qui a Torino.

C’eravamo lasciati con la consegna delle chiavi dello studio e il turbinio di emozioni scatenate da questo. Una volta arrivata a casa, quella sera di agosto, penso proprio di aver avuto un po’ di febbre. Nonostante questo ho sentito il bisogno di seguire l’onda delle emozioni e iniziare a capire come potermi promuovere come psicologa a Londra. Ho aggiornato, quindi, il mio profilo Linkedin, ripreso in mano e modificato da capo a piedi l’account che avevo fatto su ‘The italian community’ e creatone uno nuovo su ‘Psychology today’. Ho passato, ricordo, l’intera serata a scegliere password, scrivere descrizioni di me e del mio lavoro, riportare l’indirizzo dello studio e il numero telefonico inglese, scegliere quali foto pubblicare… tutto con l’ausilio del tablet che, per fortuna, Stefano, il mio collega, mi aveva prestato.

Alla fine avevo un mal di testa record, tanto che ho deciso di prendere una Tachipirina, io che prima di prendere medicine arrivo a strisciare sui gomiti.

Il giorno dopo, infatti, dovevo essere in piedi e arzilla, dal momento che avrei iniziato il corso di inglese!

L’appuntamento che mi era stato dato dalla BSC era alle 2 pm. Io, posseduta dalla piccola esploratrice, ovviamente mi sono recata ad Hampsted, zona nord di Londra, già dal mattino per visitare Islington e il vicino parco. Ho scoperto essere da quelle parti anche la casa museo di Freud e mi sono da allora ripromessa di andarla a visitare.

Dopo una mattinata a scarpinare in questo quartiere bene (anzi, direi benissimo) di Londra, ho raggiunto la scuola poco prima dell’orario richiesto. Ho compitalo il modulo e pagato i 20£ per poi andare in aula.

I corsi della BSC, quelli che loro definiscono gratuiti, sono tenuti da allievi insegnanti ai quali noi facciamo, praticamente, da cavia. Nelle tre ore di lezione si alternano tre insegnanti, di ogni nazionalità e provenienti da parti diverse del mondo, ognuno col suo modo di condurre la lezione e col suo argomento. Alle nostre spalle la loro insegnante prende appunti sul pc. Questo permette a noi allievi di sentire modi diversi di parlare inglese e quindi di dover mantenere sempre l’attenzione alta.

Nella classe, sedute ai banchi insieme a me, c’erano persone di tutte le nazionalità. Dai giovanissimi che hanno finito le scuole superiori o l’università e sono qui per fare un’esperienza di lavoro o studio, ai più grandi che hanno mollato tutto e sono partiti per trasferirsi qui e darsi un’opportunità. Ho respirato una bella atmosfera, nonostante, devo ammettere, tornare sui banchi dopo tre anni non sia stato facile. La cosa che più mi ha colpita, però, è stato scoprire di sapere l’inglese. E di capirlo, soprattutto, cosa che era il mio timore principale. Il problema che resta è quello del parlarlo bene. Con francese e spagnolo questo problema non sussiste, per quel che mi riguarda, mentre l’inglese non mi è mai entrato in testa, nonostante sia una lingua per me affascinante.

Questo corso, però, non è stato solo un’opportunità per studiare finalmente questa benedetta lingua, ma anche un’occasione per incontrare persone con le quali parlare in inglese. Mi ero detta più volte che con gli italiani ‘non volevo averci a che fare’ dal momento che la lingua non la si impara perchè si finisce col parlare la propria. Ecco, devo dire che queste suonano proprio come le ultime parole famose…

Ho conosciuto, infatti, Matteo, Lella e Chiara, i primi due della provincia di Brescia e Milano, la terza di Roma. Certo quando c’era qualche altro compagno del corso l’inglese giocoforza dovevamo parlarlo… ovviamente, soprattutto con Lella e Chiara, ci siamo trovate più spesso da sole a combinare uscite e passeggiate e quindi vi lascio immaginare quanto si sia parlato in inglese…

Devo dire, però, che poco mi importa. Ho conosciuto due bellissime persone con le quali, soprattutto con Lella, sono ancora in contatto e questo è il dono più grande di questo corso d’inglese.

Anche grazie al loro incontro ho avuto modo di riscoprire il concetto di vacanza, buttato lì da Simona e da me abbandonato nel lontano 2001.  E’ stato quello, infatti, il primo anno della mia vita in cui non ho seguito mia madre e mio fratello nel viaggio verso Palermo a casa degli zii, meta che, fino ad allora, era stata una piacevole routine alla fine di ogni anno scolastico. Quell’anno ha sancito l’inizio del mio vagare da un lavoro all’altro, portandone avanti anche più di uno alla volta, e, soprattutto, dimenticandomi non solo del concetto di vacanza, ma anche di quello di riposo domenicale o delle feste comandate.

Qui a Londra, invece, con la fedele guida Top 10 in mano, esploravo la città una zona alla volta e con le nuove amiche scoprivo luoghi in cui trascorrere il tardo pomeriggio, perchè gli inglesi non hanno il concetto di serata ma quello, appunto, di tardo pomeriggio. Iniziano a bere, in sostanza, dalle 5 pm fino a massimo le 9 pm per poi tornare a casa, magari ciondolando ubriachi. Il venerdì sera c’è giusto un po’ più di movimento, ma mai oltre le 23, orario in cui i pub sono soliti chiudere.

In questa città così frenetica, dove tutti corrono in continuazione dietro a mille impegni, io mi sono data il permesso di rallentare i ritmi, camminare anzichè correre, dal momento che potevo gestire il tempo a mio piacimento, nonostante i pochi impegni fissi. Non dovevo rendere conto a nessuno se non a me stessa, ed è questa la più grande sensazione di libertà che ho provato!

Certo suona come un paradosso imparare a rallentare e seguire i proprio tempi in una città che, invece, sembra togliere il respiro e rubare il tempo libero a coloro che vi si trasferiscono. Evidentemente io funziono per paradossi, che vi devo dire 😉

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