Joker!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Ecco il primo articolo da 38enne!!

Ringrazio anche qui tutti coloro che mi hanno dedicato un pensiero, un’immagine, un messaggio per farmi gli auguri.

Oggi voglio mettere tra parentesi il racconto del mese di agosto e cimentarmi in una cosa nuova e penso che dal titolo che ho dato all’articolo possiate farvi un’idea di cosa si tratti.

Domenica ho partecipato al seminario ‘Esperienze somatiche in psicoterapia’ promosso dall’Itat e tenuto da Bill Cornell, guru della terapia corporea in Analisi Transazionale.

E’ stato bello ritrovare ex compagni di scuola e docenti. C’è sempre una sensazione di ritorno a casa.

A Gigi, mio ex compagno di corso, ho raccontato dei dvd ricevuti in regalo da mio fratello e ci siamo soffermati su quello di  ‘Stanlio & Ollio’, film che entrambi abbiamo trovato commovente e spettacolare.

‘E Joker ti è piaciuto?’ mi ha chiesto lui. Sa che non perdo neppure un film tratto dai fumetti Marvell e DC e quindi ci sta abbia pensato che lo avessi già visto.

In realtà, fin dai primi trailer mi sono detta ‘Questo non me lo perdo!’. Mio fratello, però, non sopporta i film sui supereroi, Simona è a Firenze e comunque non è propriamente il suo genere e altre persone con cui andare non mi venivano in mente. Per questo ho sempre rimandato, leggendo nel frattempo i commenti della gente.

Mi ha stupito il numero di persone che, furiose e indignate, si chiedono perchè autori e regista ‘abbiano voluto portarci ad empatizzare con un pazzo criminale’.

Io avevo in mente il Joker classico e soprattutto quello di Heath Ledger ne ‘Il cavaliere oscuro’, che, ancora ad oggi, resta il mio preferito, persino più di quello interpretato da Jack Nicholson. Con questi presupposti in mente mi chiedevo cosa si fossero inventati, in effetti, per portare lo spettatore a empatizzare con un pazzo.

‘Non c’entra nulla con la storia di Batman. Non c’entra nulla con gli altri Joker. Vai a vederlo, sono sicuro ti piacerà!’ mi ha detto Gigi e devo dire che, come sempre, ci ha preso.

Voglio parlarvi oggi di questo film. Sì, oserò vestire i panni del recensore, perché questo film mi ha colpita allo stomaco e al cuore e voglio rispondere a modo mio a coloro che si sono chiesti perché volerci far empatizzare con un pazzo assassino. Ovviamente ci saranno degli spoiler, quindi se non avete ancora visto il film e intendete farlo rimandate a dopo la lettura di questo articolo.

‘La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti vogliono che tu viva facendo finta di non averla’

Voglio iniziare così questa recensione, con la frase che Arthur Fleck scrive sul suo diario-copione.

Questa frase mi ha colpito, amici e vicini. Mi ha portata indietro di anni, quelli trascorsi come specializzanda al Centro di Salute Mentale di Venaria Reale. Nel mio piccolo di ‘matti’ ne ho conosciuti qui. C’erano quelli perennemente incazzati e a volte violenti, quelli timidi e silenziosi che scattavano terrorizzati al minimo rumore, quelli che ridevano tutto il tempo, raccontando barzellette e alternando questi momenti di ilarità sfrenata ad altri di profonda tristezza. Con i ‘matti’ io ho lavorato e, in un certo senso, in questa nostra cultura che ancora oggi da del ‘matto’ a chi va dallo psicologo, ancora ci lavoro. Questa cultura che ritiene ‘matto’ lo psicologo stesso.

Perche farci empatizzare con un pazzo criminale?’ si sono chiesti in molti. ‘Cosa vi spaventa di questo pazzo?’, chiederei loro.

Arthur è un uomo con dei problemi evidenti. Questa risata, modo in cui reagisce alle emozioni forti che lo colgono, è il problema più evidente. È straziante (e in questo Joaquin Phoenix è stato fantastico) quanto soffra nel non poterla controllare. La stessa sofferenza dei tourettici dinanzi ai loro tic incessanti.

Quest’uomo soffre, amici e vicini. Questa è la prima cosa che colpisce lo stomaco. Soffre e cerca di andare avanti nonostante tutto e mentre ci prova subisce le angherie dei ‘sani’.

La baby gang che lo pesta.

Il collega che gli dà un’arma dicendogli che lo fa per il suo bene, mentre è solo un modo per sbarazzarsi di lui e dell’inquietudine che trasmette.

I tre bulli-bene che lo pestano e che lui uccide.

Ecco. Penso sia qui che chi vede il film entri in confusione. Seguitemi nel ragionamento.

Ci viene mostrato un ennesimo pestaggio, una situazione dove Arthur non sta facendo nulla di male eppure subisce qualcosa di maledettamente ingiusto. Ognuno di noi è possibile si sia ritrovato a vivere un’ingiustizia, che sia stato un atto di bullismo, un torto più o meno grave. Non necessariamente deve essere qualcosa di violento quanto quel che a lui accade. Per questo possiamo dire di sapere cosa si provi a vivere un torto. Forse, se proprio c’è andata male, sappiamo cosa voglia dire viverlo e anche ritrovarci da soli, senza nessuno pronto a prendere la nostre difese, ma, anzi, ben disposto a darci addosso. E’ possibile che sappiamo cosa si provi ad essere trattati come dei Jolly, la carta che può essere usata ovunque e alla quale spesso non viene dato il valore che merita.

E’ qui, penso, che sia possibile identificarsi con Arthur. Dire quel sommesso ‘Non è giusto!’, sperare che qualcuno corra in suo aiuto, che qualcuno veda, diamine, cosa gli sta succedendo e lo salvi. Forse perchè anche noi avremmo voluto essere salvati.

Allo stesso tempo ci aspettiamo che la situazione si risolverà nel peggiore dei modi. Lo sentiamo nella pancia e questo è inquietante. Doloroso. Infatti lui spara. In preda alla disperazione, all’esasperazione: spara. Come quei bambini disperati o arrabbiatissimi che iniziano a menare calci e pugni e a lanciare oggetti. E una parte di noi sussurra un sommesso ‘Se lo sono meritati!’, proprio come diranno i cittadini di Gotham City. Quei colpi di pistola sono i pugni che avremmo voluto restituire ai bulli, le parole che avremmo voluto urlare in faccia a chi ci ha svalutati, denigrati, umiliati, presi in giro.

Ecco, amici e vicini, che stiamo empatizzando con un pazzo e questo spaventa. Più siamo feriti, più ci sentiamo fragili e più temiamo questo risuonare con quest’uomo.

Identificarci con lui, però, non vuol dire necessariamente trasformarci in assassini sanguinari. Noi, al contrario di Arthur, abbiamo un buon piano di realtà e siamo in grado di gestire le nostre azioni. Quest’uomo, invece, è un malato, traumatizzato e, sì, psicotico. Il suo tentare di portare avanti la propria vita nonostante tutto svanisce ed è qui che per la prima volta vediamo il Joker. Colui che insegue l’ultimo bullo-bene per ucciderlo.

Se i primi due bulli li ha uccisi senza rendersene conto e spaventandosi, stupito, di quanto fosse successo, quello lo insegue. Lo uccide volutamente. E’ un cambiamento sottile portato in scena magistralmente da Phoneix. Subito dopo torna il bambino spaventato, quello che si chiude in bagno e che cerca di calmarsi ballando e, caspita, se è angosciante questa scena. Cerca nel suo mondo e a suo modo di scollegarsi da quanto successo per ricompattarsi e correre, poi, tra le braccia della vicina di casa per cercare quella rassicurazione, quell’affetto e protezione che non ha mai avuto e della quale, in questo momento in cui si è visto perso, ha bisogno.

Da lì è tutto un concatenarsi di situazioni che porteranno Arthur a cadere sempre più.

La terapia viene sospesa per assenza di fondi. ‘E io con chi parlerò? Chi mi darà le mie medicine?’. Ecco che il malato viene abbandonato a se stesso da un sistema che, come dice l’assistente sociale, ‘se ne frega di quelli come te e anche di quelli come me’. Mi colpisce sempre come vengono rappresentati coloro che lavorano nei servizi sociali e gli psicologi. Questa donna non ha un’espressione neutra, non finge neppure un sorriso. Ha il volto corrucciato, arrabbiato, disgustato. Come ci si può aprire dinanzi a una simile maschera che la dice già lunga sul pregiudizio con quale guarda chi è seduto dinanzi a sè. Anche quando gli dice quella frase resta lontana. Arrabbiata col sistema, piuttosto che empatica nei confronti di chi prima gli dice che lei non gli serve a nulla per poi confessare quanto bisogno abbia di quelle domande sempre tutte uguali. Penso che questa assistente sociale possa portare noi che lavoriamo con le persone a riflettere su quanto dobbiamo fare i conti con i nostri pregiudizi e non portarli in seduta con loro. Io da che ho iniziato a lavorare e a capire quanto questo sia importante, cerco di andare sempre oltre l’etichetta e forse è per questo che mi colpisce quella domanda: ‘Perche vogliono portarci ad empatizzare con un pazzo?’. Io non mi fermo al fatto che una persona sia ‘pazza’. Mi viene spontaneo chiedermi quale sia la sua storia, quella che lo ha portato a organizzare la sua mente in un modo altro. Questo non giustifica azioni aberranti che è possibile siano compiute, ma cercare l’origine delle azioni, dei comportamenti sia nostri che del prossimo penso sia più costruttivo che cercare di stampargli addosso un’etichetta o fermarsi a questa.

Come se non bastasse, poi, Arthur decide di aprire una della letture che ossessivamente la madre scrive a Thomas Wayne e da queste scopre di avere un padre, e che padre.

E qui ringrazio gli sceneggiatori per aver tolto dall’odore di santità il famoso padre venerato da Bruce Wayne e per averci mostrato un uomo avido, pronto, contrariamente a come ci è stato dipinto finora, a giudicare e prendere a pugni i più deboli. Così come li ringrazio per aver tolto dalla santità Alberti, il maggiordomo e ‘padre adottivo’ di Bruce, che non si fa scrupoli a dire ad Arthur che sua madre era matta e che lui è stato adottato. L’ennesima manifestazione di disgusto nei suoi confronti da parte di due persone che sua madre gli ha sempre dipinto come buone e caritatevoli.

Questo film, a mio parere, è l’antitesi del sogno americano. Qui, il ricco, colui che riesce a farsi con le sue mani, non è visto come la persona in gamba, il modello da seguire, ma come lo stronzo che si approfitta della sua posizione per schiacciare chi è più debole. Se una visione simile è ‘nuova’, potremmo dire, per il panorama americano è, invece, molto nota per noi, abituati a dare contro ai ricchi, al padrone. E forse la domanda ‘Perchè ci vogliono portare ad empatizare con un pazzo?’ è proprio da qui che nasce. Dall’odio, dall’invidia che è possibile che coviamo dentro e che non vogliamo vedere, della quale ci vergogniamo e che Arthur ci mostra senza filtri, in un crescendo che coinvolge la popolazione di Gotham, facendolo diventare addirittura un vigilante. Titolo che, paradossalmente, verrà poi dato a Batman. Un vigilante che si scaglia contro i ricchi abusanti, contro il sistema. Geniale come questo parallelo tra il Joker e Batman venga fuori insieme all’idea che possano essere fratelli.

Su questo punto io e Gigi non ci troviamo d’accordo. Lui dice essere chiaro il fatto che la madre di Arthur fosse pazza e avesse adottato un bambino per ricattare Wayne. Io, invece, abituata, come vi dicevo, a cercare di vedere oltre l’etichetta, proprio per il modo in cui ci viene presentato il padre di Batman, dico che potrebbe anche essere vera la storia di Penny Fleck. Il ragazzo di una famiglia importante e ricca a mio avviso è possibile che, per non infangarne il buon nome, abbia cambiato i documenti a suo favore. Penny, che è anche possibile avesse qualche problema latente, è del tutto impazzita. Seguendo il suo copione, poi ha incontrato un uomo violento e poco raccomandabile che maltrattava lei e il figlio.

Per Arthur recuperare il fascicolo riguardo alla madre è stato un altro grosso trauma. Scoprire di non essere stato protetto da lei al punto da essere lasciato in balia dell’uomo con cui stava, leggere di quell’adozione (vera? Falsa? Chissà, a mio avviso, come dicevo, è un punto che resta aperto), vedere le sue foto di bambino abusato e recuperarne, forse, i ricordi lo hanno portato a uccidere la madre. Decisione presa dopo un ennesimo trauma, quello che penso sia la goccia che fa traboccare il vaso. Franklin Murray lo sfotte pubblicamente. Colui che aveva eletto suo ‘padre adottivo’, l’ennesimo uomo che piaceva alla madre e che questa trovava per bene, si prende gioco di lui pubblicamente.

Di nuovo lo vediamo andare a cercare rifugio e conforto dalla vicina e scopriamo un’altra angosciante realtà. Quegli appuntamenti, la presenza al suo fianco al capezzale della madre erano solo frutto della sua fantasia. Anche lui se ne rende conto. E’ uno degli ultimi barlumi di lucidità di  Arthur, che lascia sempre più il posto al Joker.

Eppure noi stiamo ancora empatizzando con lui. Certo, l’omicidio della madre, ‘matta’ quanto lui, ci lascia l’amaro in bocca. Una vocina, però, ci dice che avrebbe dovuto proteggerlo, non avrebbe dovuto mentirgli, non avrebbe dovuto usarlo, se davvero lo ha adottato al solo fine di ricattare Wayne.

E ancora ci diciamo ‘Se lo è meritato!’ quando pugnala con le forbici il collega che lo ha portato a perdere il posto e che, con gran faccia tosta, va a casa sua per porgergli le condoglianze. Un rigurgito di coscienza? Può darsi.

Ed empatizziamo con lui anche quando lo vediamo lasciare in vita il collega nano. Quando gli sentiamo dire ‘Sei l’unico che mi ha trattato bene’ prima di lasciarlo andare, pur sapendo che lo denuncerà. Il nano non gli ha fatto del male. C’è ancora una logica nel suo agire. E’ ancora Arthur che si vendica, ma iniziamo a vedere anche il Joker che trae piacere da questa vendetta.

Insieme Arthur e Joker si presentano da Murray, colui che gli ha dato questo nome d’arte, mentre lo sfotteva mandando in onda il suo video dell’esibizione di cabaret. Il Joker è presente nella postura, nella maschera che lo trasfigura, nei capelli tinti di verde, nella sicurezza con la si proclama l’assassino dei tre bulli-bene. E Arthur, però, che grida ‘Se fossi morto io al posto loro non vi sarebbe importato, mi avreste scavalcato e dimenticato’. La stessa disperazione con la quale chiedeva a Wayne perchè per le persone fosse così difficile dare amore.

E anche qui empatizziamo con lui, perchè di batoste sentimentali da amanti, amici o parenti può esserci capitato di prenderne. Perchè è possibile che ci si sia sentiti abbandonati, soli, impauriti e fragili. Perchè quella stessa rabbia, quel grido viscerale è possibile che anche noi lo si abbia provato. Forse trattenuto. Forse espresso.

Come dicevo, non bisogna necessariamente divenire assassini. Non è necessario che il Joker prenda il sopravvento anche in noi e ci porti a sparare in testa ad un uomo che ci sta sminuendo, che, anzichè prendersi le sue responsabilità, sta cercando di metterci in cattiva luce.

Joker lo fa e anche qui un sussurrato ‘Se lo è meritato‘ è possibile che ci scappi.

‘Perchè vogliono portarci ad empatizzare con un pazzo criminale?’

Beh, amici e vicini, il fatto è che non è che vogliono portarci a… direi che è inevitabile non empatizzare. Cosi come è inevitabile anche voler fuggire da questa empatia, rifiutare i brutali omicidi commessi, essere spaventati per quei ‘Se lo è meritato!’ che ci sono saltati alla mente mentre assistevamo alle vendette di Arthur che pian piano diventa Joker.

Una parte di noi con questo uomo si identifica. Una parte di noi sente che sta facendo bene e, come il popolo di Gotham  City, lo andremmo a prendere e lo eleggeremmo capo di questo nostro movimento di rivolta contro il sistema. Magari vorremo avere il coraggio di imitarlo, come poi fa l’uomo travestito da clown che uccide Wayne e signora traumatizzando a vita il piccolo Bruce.

Se noi non diventiamo Joker, però, è perchè abbiamo quella che si chiama resilienza, perchè abbiamo un piano di realtà solido e sappiamo gestire i comportamenti legati alle emozioni che proviamo. Capisco, però, che provare tutte le emozioni e l’empatia che questo film e il suo grandissimo interprete generano, spaventi. E, come solo noi esseri umani sappiamo fare, quando qualcosa ci spaventa lo allontaniamo. Facciamo niente poco di meno ciò che la gente fa con Arthur.

Ricordate questa frase: ‘La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti vogliono che tu viva facendo finta di non averla’.

Uno dei miei pazienti del Csm disse una cosa simile durante una seduta. I miei pazienti con depressione dicono che viene loro chiesto di darsi uno scossone, di farsi forza. Abbiamo paura di empatizzare con Arthur perchè è un malato psichiatrico, qualcosa che dalla notte dei tempi non vogliamo vedere. Ci spaventa la possibilità che succeda anche a noi. Forse, come in ‘Un giorno di ordinaria follia’, ci spaventa la possibiltà che anche noi si possa perdere il controllo ed esplodere malamente. Direi che i fatti di cronaca riportano sempre più persone che ‘perdono la testa’.

E, in merito a questo, le ultime immagini del film sono eloquenti. Arthur si riprende dopo il brutto incidente e si ritrova circondato dalla folla che vede in lui un leader. C’è un istante in cui si guarda attorno, spaventato, stupito. Un istante in cui forse si rende conto di come siano tutti pazzi. Lui che si guarda attorno preoccupato è il più sano in mezzo a quel delirio. Quello è l’ultimo sguardo di Arthur. che lascerà il posto, poi, definitivamente al Joker.

Il Joker che ballando accetta lo scettro offertogli dal popolo. Quello che ucciderà, come ha detto a Murray, perchè è piacevole farlo.

Ecco, con questo Joker io non empatizzo più. Lo stesso Joker sanguinario e gratuitamente violento portato in scena da Heath Ledger. Il Joker dentro il quale non c’è più nessuna traccia di Arthur.

Ho detto la mia su questo film che se non avete ancora visto vi consiglio di vedere. Con la mente aperta e ascoltando la pancia. Cercando di andare oltre etichetta e pregiudizio. E’ possibile che abbia invertito qualche tempo narrativo, ho visto, in fondo, il film solo una volta.

Sono, però, soddisfatta di questo esperimento. E’ un post abbastanza lungo, mi sono fatta prendere la mano. Se siete arrivati fino a qui vi ringrazio per la fiducia. Su, la prossima volta torneremo a pendolare.

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