Parole al vento di una persona che ha dormito poco e male

Bentrovati, amici e vicini!

Eccomi qui, all’aeroporto di stansted in attesa che alle 5.50 apra l’imbarco. Come sempre a questo punto dell’avventura mi sento stanca e intontita dal sonno.

Indosso le scarpe dalle 8 di ieri, ho tenuto il cappello in testa talmente tanto (dormendoci anche) che i capelli ne hanno preso la forma e la schiena grida vendetta. E sorvoliamo sul fatto che sia al terzo giorno di un ciclo devastante.

Nonostante tutto, però, sono felice e soddisfatta. Credo che quando si sente di stare facendo la cosa giusta si vada oltre queste ‘piccole cose’.

Oggi è un giorno che passerà alla storia di questa nazione che mi ospita saltuariamente. È il loro ultimo giorno in Europa.

Per raggiungere la Victoria Coach Station ho percorso la lunga via alberata che conduce a Buckingham palace. Per l’occasione è stata messa una bandiera inglese ogni tot metri e il vento le gonfiava facendole danzare.

Io non ci capisco nulla di politica, come spesso ho detto qui, e posso egoisticamente vedere solo quelli che potranno essere i miei fastidi che questa uscita potrebbe portare. E devo dire che mi sento nel mood dell’ ‘io c’ero’, in questo momento.

Mentre camminavo tra queste bandiere danzanti riflettevo su quanto poco mi avrebbe toccata questa uscita inglese dall’Europa se non avessi deciso di intraprendere questa avventura. Penso sia normale che le cose non ci tocchino finché non ci riguardano, ma anche che non dovrebbe essere così. Non per tutto, almeno.

Faccio uno di quei lavori per il quale mi sono spesso sentita dire ‘ma sì, infondo a te che te ne frega di quello che ti dico? Finita quest’ora tu torni alla tua vita e io resto nella mia merda’. Il punto però è che la loro merda diviene anche la mia. Certo, so come sci Derek ciò che viene dall’altro da ciò che è mio, sarei già in buon out se non sapessi farlo, questo però non vuol dire che debba schierarmi dietro barriere protettive impenetrabili. Il terapeuta risuona empaticamente col vissuto del suo paziente, diceva il saggio (perdonate ma a quest’ora e con 3 ore scarse di sonno sulle spalle non ne ricordo il nome e non voglio fare figuracce dicendole uno per l’altro). Ecco, qualcosa di me risuona empaticamente anche con questo momento storico. Col tower bridge che non sarà più uno dei più bei ponti d’Europa. Con quelle bandiere mosse dal vento che richiamano libertà, potenza, orgoglio. Allo stesso modo di come risuono con il paziente che mi parla dei pestaggi subiti dai bulli, di quella che non sa se ama ancora il marito e così via.

Ok, è possibile stia delirando in un flusso di coscienza senza molta coerenza, abbiate pazienza. Forse il mio è solo straniamento dinanzi a un cambiamento tanto annunciato e che nel bene o nel male finalmente accade. E lascia lì, sospesi, con una sola domanda in testa: e adesso?

La stessa che spesso mi fanno i pazienti: ‘ok, Patty, ho visto, penso anche di aver capito cosa mi blocca… e adesso?’.

Adesso ci si da il permesso di agire un cambiamento. Il momento più difficile. Perché si oscilla tra il ‘voglio farlo’ e il ‘ho paura di farlo’. Il fatto è che l’unica soluzione possibile è farlo.

Loro lo hanno fatto. Ora stiamo a vedere.

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