Wake me up when september end

Bentrovati, amici e vicini!

Oggi inizia il countdown che mi porterà, il 26 ottobre, a compiere 39 anni. Sì, il 2020 si porterà via i miei trent’anni aprendosi le porte agli ‘anta’.

Settembre è finito e lo ha fatto col botto.

Il 2020, infatti, si è portato via anche Quino, meraviglioso fumettista argentino, padre della mitica Mafalda.

Ho appreso la notizia sul finire di una giornata devastante.

Ho avuto il grandissimo onore di stringere la mano a Quino nell’anno in cui fu ospite al Festival d’Annecy. All’epoca collaboravo con la rivista on line ‘AfNews’ in qualità di reporter e gli feci un’intervista. Ero così emozionata da non capire più nulla.

Io ho adorato e adoro Mafalda. In molti aspetti mi ci rivedo, nei capelli in primis. Ho adorato e adoro tutte le opere di Quino. Le sue tavole mute, geniali e comprensibili a chiunque perché non  necessitano di alcuna traduzione.

Insomma, dopo la morte di Sepulveda, questa è stata un’ennesima batosta.

Vi dicevo che la notizia è giunta in conclusione di una giornata già devastante. Meglio sarebbe dire in conclusione di una settimana pesante, che non è neppure ancora finita.

Ho avuto modo in questi giorni di riflettere sulla distanza sociale che ci porta a dover convivere con l’assenza di abbracci e prossimità. Nel mio lavoro questa restrizione diventa ancora più difficile.

Quando un paziente porta un dolore, ma, in generale, quando qualcuno ci parla delle sue sofferenze, tendiamo spontaneamente a sporgersi in avanti, ad avvicinarci. Questo è il magico potere dell’empatia.

La distanza sociale ci porta a dover modificare questo comportamento spontaneo. Peccato che io per lavoro sia costantemente esposta alla sofferenza delle persone e che, in alcuni casi, io sia l’unica persona che hanno accanto. L’unica che può offrire il conforto di questo movimento in avanti, di una mano ferma e avvolgente che stringe le loro mani, di braccia tra le quali piangere.

Ci si interroga molto sul ‘toccare’ il paziente. È giusto? Non è giusto? È terapeutico? Non lo è? Certo bisogna sapere quando avvicinarsi. Chiedere il permesso e agire in favore e per il benessere del paziente e non per il proprio. Perché anche il terapeuta controtransferalmente ha bisogno di conforto, a volte.

Mi è capitato, questa settimana, a Torino e qui a Londra, di ricevere da due pazienti questa richiesta: ‘Ho bisogno di un abbraccio’.

Teniamo conto che già darsi il permesso di chiedere un abbraccio è un grande passo da compiere. Non è per nulla qualcosa di banale o facile da richiedere.

Io ero lì. Lontana i giusti 2 metri regolamentari. In ascolto empatico al loro dolore, al loro autentico bisogno di conforto e rassicurazione.

Ho agito senza pensarci. Forse in modo sconsiderato, ma è stato più forte di me. Se la terapia ha il compito di aiutare il paziente a riconoscere i propri bisogni e ad imparare a soddisfarli, era anche mio compito terapeutico dare questo abbraccio, soprattutto tenendo conto che la richiesta proveniva da due persone che generalmente non si permettono di chiedere.

Ho soddisfatto la richiesta, quindi. Sono stata in quell’abbraccio, in quelle lacrime, in quel momento di profondo abbandono che ne è seguito. Sono stata nel silenzio, nella quiete dopo la tempesta.

Questo virus ci sta privando della bellezza di questi piccoli gesti. Dell’importanza di questo tipo di conforto da dare e ricevere. Ci porta a temere di chiedere e di agire.

Non mi sento una sconsiderata e nemmeno un’eroina per aver soddisfatto un bisogno.

Sento quanto il covid si sia insinuato nella stanza di terapia e di quanto ci sia bisogno, pur portando avanti le dovute precauzioni, di ricordarci del bisogno di ricevere rassicurazioni. Del potere terapeutico degli abbracci, della vicinanza, di una mano che stringe rassicurando. Anche solo dell’essere rivolti l’uno verso l’altro all’interno di un metro di distanza.

Stiamo dentro il metro piuttosto che lontani un metro gli uni dagli altri. Senza quella diffidenza che ormai, insieme al covid, si sta insinuando nei nostri gesti quotidiani.

Credo che questo sia l’aspetto pericoloso di questo virus. Non solo il fatto che possa ammalare e uccidere, ma come ci sta allontanando anche nella stanza di terapia, là dove dovremmo essere più vicini.

Settembre è finito e con lui è iniziato l’autunno. La solita preoccupazione per l’influenza quest’anno è ampliata dal timore di contagi, lockdown, limitazioni.

Posso solo sperare che tutto questo finisca presto.

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