La psicoterapia ai tempi del coronavirus…

Bentrovati, amici e vicini!

No… questa volta non sono in viaggio mentre vi scrivo. Sono a casa mia, davanti al mio computer nella stanza che uso per lavorare.

Andiamo con ordine…

In una settimana sono successe talmente tante cose degne della trama di un film di fantascienza, che c’è da chiedersi se non si sia davvero tutti coinvolti, a nostra insaputa, nella realizzazione del più grande evento cinematografico di sempre!

Sono tornata sabato scorso a Torino con un volo che contava 60 persone. Ho potuto dormire comodamente sdraiata sui tre sedili, giusto per trovare il lato positivo a quella che era già di per sè una situazione assurda.

Non avrei immaginato che la situazione sarebbe precipitata da lì a poco…

Nella fine della scorsa settimana, arrivavano notizie allarmanti circa l’estensione della zona rossa all’intero Piemonte, e non solo ad alcune province. Già mentre ero a Londra, una collega mi parlava della circolare dell’Ordine degli Psicologi del Veneto che chiedeva di interrompere le attività di gruppo, e di come questa ordinanza sarebbe arrivata anche al Piemonte. Sempre sabato mi sono ritrovata a dover chiudere fino a data da destinarsi i corsi di ginnastica gestanti e yoga mamma – bimbo a Chivasso; corsi che già erano sospesi da inizio febbraio. Iniziavo seriamente a pensare di non poter più portare avanti neppure l’attività terapeutica individuale.

Come vi dicevo l’altra volta, per un libero professionista rendersi conto di dover interrompere l’attività per cause di forza maggiore è una legnata in testa non da poco!

Ammetto che lunedì sera, quando Conte ha dichiarato tutta Italia zona protetta ho avuto un crollo.

Da settembre sto portando avanti un ritmo di vita allucinante, sebbene mi piaccia e mi dia soddisfazione. Prendere l’aereo andata e ritorno una volta a settimana e trascorrere una notte dormendo (per modo di dire) poche ore, per quanto dopo un po’ diventi routine e il corpo si abitui a tutto, è comunque pesante. Tutti questi sacrifici sono stati finora compensati dal fatto che sto ottenendo risultati appaganti, non solo dal punto di vista economico (oddio… più che altro di rientro delle spese, che, però, è già una grande vittoria!) e, vi assicuro, che quando mi sono resa conto che non sarei potuta andare a Londra chissà per quanto tempo e che ciò sarebbe avvenuto proprio nella settimana in cui avevo ben 3 primi colloqui,  mi ha dato il colpo di grazia.

Ho pensato a questi 3 primi incontri che avrei sicuramente perso, ai voli acquistati già fino alla prima settimana di giugno, ai pazienti che non avrei potuto incontrare e anche a quelli qui in Italia ai quali, con l’estensione della zona rossa, non avrei potuto garantire il proseguimento degli incontri in studio. In definitiva, ho visto il collasso della mia attività, della mia piccola situazione economica e della mia vita.

Il tutto è durato un paio d’ore, finchè non mi sono buttata a letto con Sherlock accanto che era tutto una coccola in reazione al mio stato emotivo.

Sono state bellissime le telefonate e le chat dei colleghi, l’incoraggiamento degli amici, sia italiani che quelli a Londra, e anche grazie a loro sono riuscita a prendere sonno e il giorno dopo a svegliarmi determinata a non darla vinta a questo maledetto sistema e a questo virus ‘regale’.

Per fortuna questa pandemia, che ormai è riconosciuta a livello globale, è esplosa in un momento storico in cui la tecnologia ci permette di raggiungere chiunque comodamente da casa. Certo, non mi ha mai allettata l’idea di condurre le sedute terapeutiche tramite Skype. Per il mio modo di stare in seduta, per il bisogno che ho di avere la persona lì davanti a me, poterla osservare e dedurre, poterla sentire e permetterle di sentirmi lì presente, uno schermo non è propriamente l’ideale. Data l’emergenza, però, ringrazio chi ha permesso a simili strumenti di esistere!

Già lunedì mattina avevo tenuto la mia prima seduta tramite video chiamata con la paziente di Chivasso. Da martedì ho esteso questa soluzione a tutti gli altri pazienti. Devo dire che hanno risposto tutti positivamente, sia quelli in Italia che quelli a Londra. Dei tre nuovi incontri londinesi due hanno accettato la cosa, nonostante non ci fossimo mai ancora visti, e tra oggi e domani sarò connessa al telefono per la gran parte della giornata.

Dal momento che non mi sento propriamente a mio agio con Skype e non mi sento di poter dare il massimo, ho deciso di ridurre un po’ le tariffe. Skype mi permetterà di mantenere il mio lavoro, direi che una piccola perdita è meglio che non poter lavorare affatto.

Certo, come tutti noi, spero che questa situazione d’emergenza duri il meno possibile.

Ryanair ha cancellato tutti i voli che avevo giù prenotato fino al 4 aprile e mi ha concesso il rimborso. Questo mi ha permesso di tirare un sospiro di sollievo. Guardiamo il lato positivo, dicevo.

Quindi, amici e vicini, siamo qui. Costretti in casa. Chi da solo, chi in famiglia, chi con bambini. Io, personalmente, con un cane che, da quando è passato il decreto che ha esteso a tutta la Nazione la zona rossa, vuole uscire in continuazione, come avesse capito che il consiglio è l’esatto opposto. Non terrebbe fede al suo nome se si attenesse alle regole, d’altronde.

Per fortuna, la tecnologia ci permette di avere cose come Netflix e simili e, appunto, di lavorare da remoto e io, rispetto a chi non può farlo perchè il tipo di lavoro che fa non lo consente (penso agli operai, magazzinieri, cassieri, ristoratori, artigiani, insegnati, ecc) devo ritenermi fortunata.

Sono sempre convinta che sia un’influenza. Come già ho detto più volte, certamente è ad alta diffusione e sta mandando al collasso il sistema sanitario nazionale. Forse è su questo che si dovrebbe puntare l’attenzione e chiedersi come mai si sia arrivati al collasso. Ma io non mi occupo di politica, quindi…

Amici e vicini, incrociamo le dita, facciamoci coraggio e attendiamo fiduciosi e a casa la fine di questo delirio. Sperando che non arrivino altre brutte sorprese e che, come mi auguro, per aprile tutto torni alla normalità!

 

La pazienza è la virtù dei forti….

Bentrovati, amici e vicini!

Sì, sono all’aeroporto, nonostante l’isteria di massa. Finché Uk non modifica la sua politica di accoglienza in merito al virus (cosa che mi auguro non accada) io viaggio.

Questa settimana mi sono ritrovata con 2 voli di rientro cancellati, quelli del 21 e 28 marzo, e ho fatto un paio di salti mortali per aggiustare la faccenda e riuscire comunque a viaggiare.

Ammetto che, ma penso di averlo già detto, più  del virus, del contagio e di tutte le cose che si dicono e non dicono a riguardo, mi spaventa la reazione della massa e le limitazioni alla libertà individuale.

Dicevo giusto ieri a Maurizio, il PR dello ‘Zenyoga’ di Camberwel a Londra, che mi sento a tratti come in un film di fantascienza e a tratti ne ‘I promessi sposi’ di Manzoni al momento della peste a Milano.

Sento persone invocare la quarantena obbligatoria per tutti, la sospensione per 15 giorni non solo delle scuole, ma anche del lavoro e di tutto il resto e mi chiedo: ma veramente???

Cercate di capirmi, io sono una libera professionista e se non lavoro non guadagno e se non guadagno non vivo. E manco pago le tasse, dal momento che ho, giusto a fine febbraio, rateizzato le tasse che devo all’Enpap (che, per inciso, non sono poche).

Quindi, posso capire ‘la tranquillità’ di chi ha un lavoro dipendente e può essere messo in cassa integrazione o ricevere comunque uno stipendio grazie a fondi straordinari dati alle aziende data la situazione d’emergenza. Non so, non sono informata a riguardo, ma qualcosa ho sentito circa i diritti dei laboratori et similia.

Sì, ma i liberi professionisti? Forse mi è possibile richiedere a Enpap o Emapi qualcosa, che se sono i 50€ al giorno che danno in caso di malattia comprovata siamo a posto!

Potrei lavorare con Skype e simili, ma, per prima cosa, non è lo stesso modo di fare terapia e, poi, non posso chiedere la stessa cifra

‘Ma la butti solo su soldi e mancati guadagni?’ direte voi. Si, rispondo, perché, diamine, è un’influenza! Più aggressiva, ok, e che, purtroppo, è pericolosa per chi ha un sistema immunitario compromesso o patologie croniche… ne’ più ne’ meno, però, di una qualunque altra influenza!

E io non sopporto l’idea di essere bloccata nella mia attività, nelle mie relazioni e nei miei spostamenti per un procurato allarmismo.

Sento di tempi ancora lunghi, di quiete forse per l’estate e successivo ritorno del virus e mi girano ancora di più, anche perché, diamine, è il mio anno di prova per questa avventura da pendolare e vederla potenzialmente compromessa da questa cosa mi rode. Soprattutto perché sta andando bene!

Ho già dovuto dire a Maurizio di cancellare il corso di ginnastica gestanti che avrei dovuto tenere da questa settimana e che la scorsa avevamo posticipato di un mese. Ci siamo detti  ‘Riproviamoci quando questa storia sarà finita’ e io mi auguro che, contrariamente a quanto dicono, questa storia finisca presto.

Sì, amici e vicini, sono incazzata, permettetemi l’imprecazione.

Ora, però, sono qui all’imbarco.

Siamo in pochi anche questa settimana.

Persone che rientrano a Londra, non turisti.

Respirero’ profondamente, godendomi comunque l’inizio di questo pendolarismo prolungato al venerdi.

Cercherò di vivere alla giornata, sperando che dall’alto non mi tolgano la possibilità di lavorare sia in Italia che a Londra.

La speranza è l’ultima a morire, no?

Il pendolarismo ai tempi del coronavirus

Bentrovati, amici e vicini!

Eccomi a scrivervi ancora una volta dal treno diretto all’aeroporto, nonostante l’isteria di massa. Sì, perché credo si stia giusto un pochetto perdendo il controllo della situazione e della misura attorno a questa nuova influenza. Perché, ricordiamolo, di influenza si tratta.

Questa settimana è passato il comunicato del prolungamento della chiusura delle scuole. Poi quello del consiglio circa il non ritrovarsi in gruppo, stare ad almeno un metro e mezzo di distanza, non usare le docce in palestra….

Ho visto bancali completamente svuotati nei supermercati, nemmeno si fosse annunciato un attacco aereo, una guerra imminente, un allarme bomba nucleare!

Amici e vicini… ma che sta succedendo?

Io da psicologa la diagnostico come isteria di massa causata da procurato allarme da parte di zelanti media e sorvolo sulle ipotesi complottiste perche io di politica non ci capisco nulla.

Fatto sta che, se vado proprio a vedere nel mio piccolo, ho dovuto annullare, causa direttiva regionale,  due corsi a Chivasso e uno a Collegno. E, per inciso, a Chivasso la maggior parte delle allieve (gestanti e neo mamme) sarebbe venuta!!

Se poi veniamo al pendolo Italia-Londra, vi lascio immaginare la tensione per capire se sarei riuscita a partire o meno. E, una volta partita, se mi avrebbero trattenuta in quarantena.

Per fortuna, Uk ha disposto che chi arriva dalle zone del nord Italia considerate rosse deve chiamare l’111 dell’NHS (servizio sanitario nazionale) e mettersi in auto isolamento. Chi arriva da zone non rosse e non presenta sintomi può circolare liberamente e io, per fortuna, non ho sintomi!!! Quel po’ di raffreddore popolare che avevo è rientrato e quindi, almeno per oggi, non dovrei avere problemi!

Anche perché giusto ieri sera ho ricevuto la tanto attesa lettera all’Hcpc con la notizia di essere stata registrata e riconosciuta come professionista in visita temporanea!!!!!! Dopo una così bella notizia, vedermi privata della possibilità di pendolare a causa di un’influenza mi sembra davvero troppo.

Badate, non sto sottovalutando la situazione. Mi rendo conto di come questo sia un virus nuovo, altamente infettivo e veloce nell’espansione, per il quale ancora non c’è un vaccino. Ma, restando su un piano di realtà, è a basso tasso di mortalità e coloro che,  purtroppo, sono deceduti avevano patologie pregresse o un sistema immunitario compromesso. Gli ammalati, poi, guariscono in fretta. Quindi, posso al massimo preoccuparmi per i miei genitori anziani, ma non vedo il perché del panico e, per come sono fatta, non sopporto il fatto che qualcun altro voglia mettermi nel panico e allarmarmi eccessivamente.

Ma questa sono io e, nonostante il mio pensiero, ho accettato, pur rimettendoci economicamente, di aderire alle direttive imposte per rispetto di chi è spaventato. Verrei meno a quella che è la mia etica professionale se non lo facessi.

Ad ogni modo, spero che questa situazione rientri presto. Non so se troverò un aereo mezzo vuoto, oggi, o se sarà tutto regolare. A Londra non fanno controlli. Lasciano al buon senso della popolazione la decisione di auto isolarsi o meno.

In Italia li fanno i controlli, e tanti, anche, ed è per questo che spuntano casi come funghi!

Mia madre mi ha raccontato di come i medici avessero imposto misure rigidissime in sala (solo 7 sedie, lasciare la richiesta ricette in una buca anziché consegnarle a mano, entrare in sala d’attesa solo 7 alla volta). Che loro fossero bardati da capo a piedi posso capirlo, che trattino male le persone, prendendole a parole perché attendono vicini l’uno all’altro di ritornare le ricette, anziché stare a 2 metri di distanza, lo trovo eccessivo. Mia madre non è una che esagera e quindi non fatico a crederle quando mi racconta della crisi isterica della dottoressa verso queste persone in attesa della ricetta, accusati di incoscienza perché non rispettavano i 2 metri di distanza! Quando poi, per contro, la dottoressa di una signora che seguo, sebbene bardata anche lei, ammettesse l’esagerazione attorno a tutta quanta la faccenda.

E’ stato davvero brutto sentire mia madre dire ‘è stato umiliante, mi sono sentita un’appestata’ quando, per fortuna, non ha sintomi ma era lì per forza perché necessitava di una ricetta richiesta per una visita specialistica….

In ultimo, giusto per sdrammatizzare un po’, proprio ora che ho trovato casa per me e Sherlock per agosto sarebbe assurdo perdere l’occasione di vivere anche questa avventura.

Che vi raccontaro’ la prossima volta 😉

Come ti porto il cane a Londra

Bentrovati, amici e vicini! 🙂

Eccomi qui, ancora preda dei virus. Ieri mi sono dovuta fermare di nuovo, rimandando i pazienti e i corsi a giorni in cui la mia capacità di respirare si sarebbe ripristinata.

Ho cambiato farmaci e questi, per fortuna, stanno facendo effetto. Cosi, questa mattina posso partire per Londra. Sì, questa settimana parto di mercoledì, giusto perché il biglietto del giovedì aveva prezzi improponibili!

Proverò il brivido di ricevere una paziente al Bonnington Centre il mercoledì, lavorando, quindi 2 giorni a Londra! Mi alleno in vista del mese di marzo, dove, se tutto va bene, il lavoro sarà nei giovedì e venerdì.

Stamattina, Sherlock, il mio cane, che ogni volta che esco di casa si mette sul muso un’espressione tristissima, ha visto bene di rincarare la dose abbandonandosi affranto sui miei vestiti. Maledetto!

Non immaginate quando mi dispiaccia non trascorrere tutto il giorno con lui. Gli impegni lavorativi sono aumentati e, anche quando sono a Torino, esco al mattino presto per rientrare la sera tardissimo. Certo, conoscendo il mio lavoro, tornerà la fase di in cui i corsi finiranno e avrò più tempo per me e per lui. Resteranno, però, queste due notti e due giorni e mezzo in cui non ci sarò.

Se non fosse un viaggio in aereo e se la metà non fosse così lontana lo porterei con me. Quello che posso fare è solo organizzare per bene questo agosto londinese per poter portare anche lui.

Impresa che pare difficilissima!

Per prima cosa, bisogna fare dei vaccini che variano da nazione a nazione. Lui, a causa del morso ricevuto a un anno, ha fatto l’antirabbica e, già che l’abbiamo fatta, ho colto l’occasione per fargli il passaporto. Quindi è in regola per uscire dell’Italia

Stiamo parlando, però, dell’Ighilterra e di Londra, dove i cani non possono entrare in aeroporto. Se li si vuole portare in aereo bisogna prendere un volo cargo, che costa non vi dico neppure quanto! E, comunque, non lo porterei mai in aereo, sapendo che dovrebbe stare lontano da me, chiuso in una stiva che magari non mettono neppure in sicurezza, facendolo morire soffocato. Cose che purtroppo sono successe.

Sempre perché siamo in Inghilterra e a Londra, vai a trovare un Airbnb che ti accetti i pets! Non che non ce ne  siano, ma sono pochi e, avendo io un cane maschio, intero ed iperattivo, devo valutare bene dove andremmo a finire.

Dovessi prendere una stanza in affitto, la situazione sarebbe ancora più disperata, a quanto pare. Non sono molti i/le lanbdlords/landladies che accettano animali nella casa che affittano. Per non parlare che dovrebbe andare bene anche ai coinquilini!

Devo, quindi, mettermi bene a cercare già da ora. Dicono che chi cerca trova e per questo sono fiduciosa!

Ovvio, tornando al viaggio Torino-Londra col cane appresso, devo informarmi per quanto riguarda il trasporto su rotaie e nave.

Il Tgv accetta i cani, ma, per quel che so, solo un certo numero. Quindi, anche qui mi devo muovere. Piuttosto che l’Eurotunnel mi hanno consigliato di muovermi da Parigi a Calais con treni locali (altra ricerca!) E da lì prendere la nave fino alle coste inglesi.

Insomma, anche trovando offerte da adesso, mi costerà un rene. Non posso, però, pensare di stare un altro mese senza il mio botolino.

Quindi sto per lanciarmi in un’altra  impresa titanica dal titolo: ‘Come ti porto il cane a Londra!’

Chiunque di voi abbia suggerimenti o pareri dati da esperienze vissute e volesse condividerle con me è il benvenuto 🙂

My, oh my!

Bentrovati, amici e vicini!

Sì, questa settimana l’influenza ha colto anche me! Non quella ‘regale’, ma una più popolare.

È esplosa sabato. Sarebbe stato facile fare uno più uno: sei tornata ieri da Londra, oh my god, il coronavirus!!

No.

Decisamente no.

Ok, non bisogna sottovalutare la situazione, ma neppure entrare in un sistema di isteria di massa!

Venerdi al controllo passaporti ci hanno misurato la temperatura con i termometri ottici, mi pare si chiamino.

L’annuncio è stato richiesto dal personale di terra a quello di bordo appena giunti a Caselle.

Salgo sullo stupido bus che ti porta dall aereo al terminal (100 metri a piedi…), corro per essere tra i primi al controllo, dato che le nuove macchine per la lettura elettronica del passaporto sono lente e rischio di perdere il bus per Torino, e mi ritrovo catapultata nella scena di un film di fantascienza.

Ad accoglierci, infatti, ci sono questi individui coperti da capo a piedi da un tutone bianco con mascherine spesse, che, tenendoti a distanza, ti puntano addosso queste pistole-termometro.

Ok che non bisogna sottovalutare la situazione, ma a me è venuto da ridere. Che volete, sono fatta cosi.

Certo, quando sabato il mio termometro old school al mercurio segnava ben 37 gradi ho pensato che dovevo risolvere la faccenda entro oggi per evitare di essere trasportata in quarantena per sospetto coronavirus. Sarebbe seccante.

Ad ogni modo, ora la febbre non c’è più. Solo naso chiuso e poca tosse fastidiosa. Dovrei, quindi, riuscire a evitare la quarantena!

Molto semplicemente, il mio corpo ha voluto fermarmi. Dal momento che sto facendo una mole di cose esagerata, per quanto tutte soddisfacenti, mi ha voluto dire ‘O ti dai una calmata o ti calmo io!’.

Cosi, dopo la bellissima esperienza dell’open day per la presentazione dei miei workshop su respirazione e espressione corporea, vissuta al Villa Iris di Pianezza sabato mattina, mi sono fermata. Fermata quanto è possibile fermarsi per chi ha un cane. Domenica sono stata tanto a riposo e, cosa incredibile, lunedì ho rimandato tutti gli impegni per restare a casa.

Ovviamente, non sono riuscita a vegetare a letto o sul divano davanti ad un film. È  più forte di me, non so come si faccia. Così, mi sono data alla promozione delle attività. Sia quelle italiane che londinesi.

I corsi di ginnastica gestanti e yoga mamma-bimbo di Chivasso sono partiti e, quindi, ho reso pubblica la notizia per chi volesse iscriversi alla lezione di prova.

La novità, invece, è la promozione del corso di ginnastica gestanti allo ‘Zenyoga’ di Camberwell a Londra!

Devo dire che un po’ mi preoccupa e un po’ mi galvanizza la possibilità di condurre un corso in inglese con allieve che parlano inglese. Infatti sto ripassando la parte, diciamo così, per imparare i termini e le pronunce, con buona pazienza di Emma, la mia english teacher.

Ho trascorso così il mio giorno off: tra promozione e studio dell’inglese. E, ovviamente, portando fuori Sherlock che ieri ha compiuto 3 anni!!!!! 😀

Infatti gli ho dedicato la mattina, portandolo in area cani dove ha corso ininterrottamente dalle 11 alle 13!!

Non avrei mai immaginato di poter amare così tanto quella palla di pelo dall’odore deciso!

E, infatti, è di amore che volevo parlarvi. Più precisamente di quella festa che avrà luogo domani: San Valentino.

Che uno dei più famosi gangster americani abbia deciso di commettere una strage proprio in questa data dovrebbe farci riflettere tutti sul suo reale significato.

Ora, non so voi, ma non ho mai provato simpatia per questa ‘festa’. Quando ero piccola speravo tanto di ricevere una letterina. Vedevo le mie compagne riceverle e io restarne senza e mi sentivo inadeguata.

Ecco, per quanto io sia quella che promuove il festeggiare qualunque vittoria o evento come si deve, non sopporto le feste comandate che, in qualche modo, fanno sentire inadeguato chi non può festeggiare.

Metto dentro questo calderone tutte le feste comandate, perché ognuna può creare disagio. Non a caso a Natale o Ferragosto aumentano le richieste da nuovi pazienti.

Natale è la festa dell’amore familiare e chi è lontano dalla famiglia o non ha buoni rapporti con questa o è solo, prova una profonda tristezza e sensazione di non adeguatezza.

A Ferragosto, o anche a Pasquetta, bisogna essere felici e in gruppo per forza, perché è estate, il periodo in cui si vivono avventure sentimentali. Chi non può  andare in vacanza o non vive avventure, di nuovo si sente inadeguato.

E se queste possono sembrare ‘cose da poco’, perché sono feste importanti, religiose e con un significato che va oltre il vissuto personale, che ne diciamo della festa della mamma, del papà o dei nonni? Feste più commerciali che reali, e capaci davvero di mettere a disagio chi non può essere genitore o nonno.

Ovviamente, in questa società di consumismo si vede la massa non badando ai bisogni e al potenziale dolore del singolo.

Ora, io personalmente ho trovato il mio equilibrio per quanto riguarda questa festa degli innamorati.

Quando la mia Bimba interna inizia a sospirare affranta la coccolo come si deve, ricordandole che l’amore ha mille forme e che quello più importante è l’amore che si prova per sé stessi.

Poi, tre anni fa la mia strada ha incrociato quella di Sherlock e ho imparato una nuova forma d’amore: quello incondizionato. Perché ogni volta che questi 18 kg scarsi di pelliccia e ossa mi fanno le feste, seguito dai due gatti, che si contendono con lui le mie attenzioni, io capisco l’amore cosa sia.

Col lavoro che faccio mi ritrovo a sentire storie di amori travagliati, relazioni malate, persone che si comportano con altre persone in modo assurdo che mi fanno dire: oh mio Dio! Certo, ci sono anche le belle storie e le belle persone e forse, prima o poi, capiterà anche a me di incontrarle.

Al momento so di avere Sherlock, Jackie e Bonnie e a chi ci vede la deriva da gattara dei Simpson dico che va bene anche così.

Intanto, resto dell’idea che l’amore non abbia bisogno di feste comandate. Che le persone non hanno bisogno di feste comandate. Ogni giorno può essere festeggiato. Sia da soli che in coppia che in famiglia. Qualunque tipo di famiglia 🙂

Stranger things….

Bentrovati, amici e vicini!

Eccomi sul treno per l’aeroporto di Caselle. Ormai possiamo dire sia una certezza, con rare eccezioni, quella che vi scriva in viaggio.

Oggi voglio parlarvi di una cosa che mi sta capitando. L’ho definita ‘strana’ nel titolo mettendola al plurale perché è un argomento che ho già accennato, qui.

Ricordate Jass la mia host? L’ultima volta che la vidi, Natale doveva ancora arrivare. Eravamo rimaste che sarei stata da lei il 23 gennaio, ma, a inizio mese, mi ha scritto che sarebbe stata fuori Londra e non avrebbe potuto ospotarmi. Beh ci sta, nulla di male. Per quella notte ho trovato un’altra sistemazione ed è andato tutto ok.

Le ho poi scritto a fine gennaio per chiederle ospitalità per il 19 di questo mese e poi per i giovedi di marzo.

Già, perché da marzo starò a Londra anche il venerdi. Ho preso accordi con la palestra ‘zenyoga’ per tentare di far partire un corso in 6 lezioni di ginnastica gestanti e, già che ci sono, prenderò qualche ora in piu al Bonnington Centre per vedere altri pazienti. Quindi, amici e vicini, il London Plan si sta ampliando, per mia grande gioia 🙂

Per questo ho bisogno di un posto che mi ospiti tutti i giovedi notte. Ho chiesto a Jass, vi dicevo, ma lei ha letto dopo giorni il messaggio e non ha risposto.

Vi avevo già detto come trovi fastidioso questo atteggiamento. Non era, però, da Jass, che in precedenza mi ha sempre risposto.

Ho lasciato passare qualche giorno e le ho scritto nuovamente e ancora una volta ha letto e non ha risposto. Le ho chiesto, allora, se fosse tutto ok, dal momento che non mi rispondeva. Silenzio.

Ha scatenato tante cose questo silenzio e, da brava psicoterapeuta, le ho analizzate tutte.

Per prima cosa, il mio Genitore Critico Negativo mi ha detto ‘Hai sicuramente fatto qualcosa di sbagliato!’. Questo ha mandato in agitazione il Bambino, che ha iniziato a chiedersi cosa mai avesse potuto combinare.

Ecco quale è stata la prima risposta a questo stimolo esterno: la colpevolizzazione.

Certo, dal momento che nelle relazioni ce la si gioca sempre al 50% di responsabilità, è possibile che abbia fatto o detto qualcosa che possa aver dato fastidio.

Ciò che mi stupisce è che c’eravano lasciate benissimo a dicembre. Mi sono detta, allora, che potrebbe non essere qualcosa che dipende da me o anche da me. Potrebbe essere qualcosa esclusivamente  dell’altro.

A tal proposito, due ipotesi mi sono balenare alla mente. La prima è legata alla Brexit: “siamo usciti dall ‘Europa, tu sei Europea e io, Jass, Johnsoniana convinta, non ti voglio più. Non so, però, come dirtelo e agisco in modo passivo aggressivo non rispondendo. Lo capirai da te”.

Questa ipotesi la trovo, però, assurda. O meglio, voglio sperare lo sia!

L’altra che mi faccio e che per qualche motivo non possa o non voglia più ospitarmi, ma che non sappia come dirmelo. E quindi fa come molti ormai fanno: “non ti rispondo e lascio che, col mio ignorarti, tu capisca che non voglio/posso più ospitarti”.

Certo, qualunque cosa ci sia dietro mi dispiace. Sia per la possibilità di avere un posto sicuro nel quale tornare, sia per questo essere stata lasciata appesa.

Come già dicevo tempo fa, lasciare l’altro nel silenzio è un mancato riconoscimento del suo essere esistente e importante. Quindi, da una parte chi non risponde lo fa perché e’ a disagio dal dover affrontare l’altro o perché disinteressato dell’altro. Cosi facendo scatena nell’altro reazioni quali confusione (‘perché non risponde? Cosa è successo!? Cosa ho fatto?’), tristezza (“la mancata risposta mi rattrista”) e anche rabbia (“non è giusto che tu mi stia ignorando!”).

Ho pensato di scriverle chiedendole se la mancata risposta fosse legata a qualche motivazione e di parlare di questo, ma credo che otterrei la stessa silente risposta. Non ne vale la pena, in sostanza, e questo mi spiace, perché come lei mi ha svalutata ora io la svaluto.

La vita, però, deve andare avanti, giusto?

Come dicevo, ho un altro appoggio, per fortuna, che mi costerà un po’ di più, ma è anche più centrale. Brixton è a mezz’ora in bus dallo studio, Sutton a tre quarti d’ora con la Thameslink! Spenderò di più per il letto, ma meno in tempo e trasporti. Guardo il lato positivo, insomma

Sto anche maturando l’idea di prendere una stanza in affitto, nonostante vada a Londra solo per una notte o due al massimo. Questo perché sento il bisogno si un posto mio, che non mi porti a dover gravare su qualcuno, benché paghi il posto, e magari trovarmi a sentir dire ‘non posso ispirarti perché non ci sono’. Valuterò anche l’opzione ostelli, in una stanza privata.

Sono nuovamente work in progress sull’alloggio. È stata la cosa che più di tutte mi ha messo ansia ad agosto. Ora la prendo con più filosofia, quindi qualcosa ho imparato 🙂

È ho imparato anche, per l’ennesima volta, che non bisogna dare nulla per scontato. Ero certa di poter contare sull’ospitalità di Jass e questa è venuta meno. Dare per scontato equivale a svalutare una persona o una situazione che sia. Porto a casa anche questo. Non si smette mai di imparare 🙂

Parole al vento di una persona che ha dormito poco e male

Bentrovati, amici e vicini!

Eccomi qui, all’aeroporto di stansted in attesa che alle 5.50 apra l’imbarco. Come sempre a questo punto dell’avventura mi sento stanca e intontita dal sonno.

Indosso le scarpe dalle 8 di ieri, ho tenuto il cappello in testa talmente tanto (dormendoci anche) che i capelli ne hanno preso la forma e la schiena grida vendetta. E sorvoliamo sul fatto che sia al terzo giorno di un ciclo devastante.

Nonostante tutto, però, sono felice e soddisfatta. Credo che quando si sente di stare facendo la cosa giusta si vada oltre queste ‘piccole cose’.

Oggi è un giorno che passerà alla storia di questa nazione che mi ospita saltuariamente. È il loro ultimo giorno in Europa.

Per raggiungere la Victoria Coach Station ho percorso la lunga via alberata che conduce a Buckingham palace. Per l’occasione è stata messa una bandiera inglese ogni tot metri e il vento le gonfiava facendole danzare.

Io non ci capisco nulla di politica, come spesso ho detto qui, e posso egoisticamente vedere solo quelli che potranno essere i miei fastidi che questa uscita potrebbe portare. E devo dire che mi sento nel mood dell’ ‘io c’ero’, in questo momento.

Mentre camminavo tra queste bandiere danzanti riflettevo su quanto poco mi avrebbe toccata questa uscita inglese dall’Europa se non avessi deciso di intraprendere questa avventura. Penso sia normale che le cose non ci tocchino finché non ci riguardano, ma anche che non dovrebbe essere così. Non per tutto, almeno.

Faccio uno di quei lavori per il quale mi sono spesso sentita dire ‘ma sì, infondo a te che te ne frega di quello che ti dico? Finita quest’ora tu torni alla tua vita e io resto nella mia merda’. Il punto però è che la loro merda diviene anche la mia. Certo, so come sci Derek ciò che viene dall’altro da ciò che è mio, sarei già in buon out se non sapessi farlo, questo però non vuol dire che debba schierarmi dietro barriere protettive impenetrabili. Il terapeuta risuona empaticamente col vissuto del suo paziente, diceva il saggio (perdonate ma a quest’ora e con 3 ore scarse di sonno sulle spalle non ne ricordo il nome e non voglio fare figuracce dicendole uno per l’altro). Ecco, qualcosa di me risuona empaticamente anche con questo momento storico. Col tower bridge che non sarà più uno dei più bei ponti d’Europa. Con quelle bandiere mosse dal vento che richiamano libertà, potenza, orgoglio. Allo stesso modo di come risuono con il paziente che mi parla dei pestaggi subiti dai bulli, di quella che non sa se ama ancora il marito e così via.

Ok, è possibile stia delirando in un flusso di coscienza senza molta coerenza, abbiate pazienza. Forse il mio è solo straniamento dinanzi a un cambiamento tanto annunciato e che nel bene o nel male finalmente accade. E lascia lì, sospesi, con una sola domanda in testa: e adesso?

La stessa che spesso mi fanno i pazienti: ‘ok, Patty, ho visto, penso anche di aver capito cosa mi blocca… e adesso?’.

Adesso ci si da il permesso di agire un cambiamento. Il momento più difficile. Perché si oscilla tra il ‘voglio farlo’ e il ‘ho paura di farlo’. Il fatto è che l’unica soluzione possibile è farlo.

Loro lo hanno fatto. Ora stiamo a vedere.

L’importanza delle piccole ‘cose’

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Come state? Spero bene. Io ammetto di essere stanca. Lavorare tra Torino e altri paesi dal lunedì al mercoledì e poi pendolare su Londra sta facendo effetto sulle mie energie. Certo la mia cronica insonnia, amica che mi accompagna dalla nascita, non aiuta.

Quindi: melatonina e vitamine! Anche perché, benché faticosa, questa vita mi piace :-).

Questa settimana sarò a Londra anche venerdi. Semplice strategia per acquistare un biglietto più economico, dato che quello di rientro al venerdi costava troppo.

Ne approfitterò, se il tempo sarà bello, per passeggiare, oppure, in caso di pioggia, andrò al London Museum.

Mentre vi scrivo sto osservando un’ape in difficoltà sul pavimento del treno per l’aeroporto. Non riesco a distogliere l’attenzione dal modo in cui con tutte le sue forze sta cercando di rimettersi in piedi. È possibile che io, un po’ per indole e un po’ per deformazione professionale, sia così sensibile da entrare in empatia persino con un’ape. Non posso, però, fare a meno di chiedermi comunque come si possa restare indifferenti dinanzi all’altrui malessere o difficoltà.

Purtroppo, sempre più spesso raggiri da parte di umani partono da una richiesta di bisogno fasulla e quindi ci può stare la diffidenza. Ammetto che mi viene spontanea l’empatia con un’ape, mentre dinanzi ad un umano l’occhio clinico valuta se c’è sincerità o meno prima di intervenire. Penso si chiami istinto di autoconservazione e con i tempi che corrono è bene tenerne da conto.

E sono proprio questi tempi che corrono che mi portano qui a riflettere su quell’ape e sulla sua agonia.

Non sono tipo da trattare di tematiche politiche perché non ci capisco nulla, ma qualcosa posso dire su quelle sociali. Ecco, io non ce l’ho più fatta e,  prossima all’arrivo alla fermata dell’aeroporto, ho preso il biglietto e l’ho messa su questo. Forse sarebbe morta comunque, ma  sono esserini forti e io non sono nessuno per decretarne la morte irrimediabile, né per stabilirne le capacità di recupero. E comunque, meglio morire su un pezzo di prato che schiacciata nell’indifferenza generale.

Inutile dirvi che il gesto non è passato inosservato. C’era chi sorrideva intenerito e chi rideva per la stranezza del mio gesto. Ho smesso, però, da un pezzo di preoccuparmi del giudizio della gente. Guardavo quest’ape che, nel tempo che il treno ci ha messo a giungere alla fermata, si è rimessa dritta sulle zampette.

Quando siamo scesi purtroppo mi è caduta e l’ho dovuta recuperare di nuovo. L’ho lasciata in un agolino tranquillo, dove il rischio si essere calpestata è minimo e spero abbia avuto modo di riprendersi. Io ho fatto il mio pezzo, ora tocca a lei.

Ecco, questo è, secondo me, un po’ il senso dell’empatia e, se vogliamo, anche della terapia psicologica.

Proprio come questa piccola ape, è possibile che ci capiti di trovarci  in difficoltà, in un luogo sconosciuto nel quale forse ci siano pure finiti per caso. È possibile ritrovarsi nell’indifferenza generale, tra persone troppo prese da loro stesse e alle quali la nostra difficoltà può pure dare fastidio.

In momenti simili, l’incontro con una persona che non resta indifferente può essere salvifico sotto molto aspetti. Questa persona non deve neppure fare chissà quale cosa. Basta anche solo che si renda conto del nostro malessere e ci sostenga anche solo per un breve periodo. Che ci aiuti a uscire da quella situazione nella quale ci sentiamo scomodi e che può essere per noi simile ad un’agonia.

Nei pazienti che incontro a Londra ritrovo spesso questo senso di spaesamento, questo chiedersi se stiano facendo la cosa giusta. Faticano a tenere il passo in una città che può dare tanto, ma che richiede a volte pure troppo in cambio.

Faticano a relazionarsi con una popolazione e una cultura diversa e arrivano, alcuni di loro, col bisogno urgente anche solo di poter parlare con un connazionale che li ascolti. Perché chi come loro si è trasferito è possibile non abbia il tempo, la voglia o la forza di stare loro accanto e chi è rimasto in patria lo si protegge raccontando la classica bugia del ‘Va tutto bene’.

Ecco, io penso che si stia perdendo la capacità di essere empatici in favore della chiusura e della diffidenza sempre più forti. Ovvio, ci sono delle eccezioni, come coloro che sorridevano inteneriti, bloccati nell’agire come me per timore del giudizio e forse pure di essere punti da quella piccola ape.

Inizio questo pendolo con questa piccola metafora e questa riflessione. Sono tempi duri, che rischiano di tenderci, ma è nella capacità di restare flessibili che possiamo trovare la salvezza.

🙂

Sold out!

Bentrovati, amici e vicini!

Vi rendete conto che gennaio è già a metà? Come vola il tempo!!

Ok, come inizio è un po’ banale, ma davvero non mi ero resa conto fossimo già alla metà. Penso sia perché la prima settimana l’ho trascorsa in vacanza. Devo averla registrata come una luuuunga domenica e per questo mi sembra che questo mese sia più corto.

Veniamo alle cose serie!

Vi ricordate l’applicazione che avevo inviata all’Hcpc (l’ente che regola i professionisti sanitari in Uk) alla fine di novembre? L’altro ieri, poco prima di uscire di casa, mi ha citofonarto il postino per una raccomandata. Ero già felice del fatto di essere riuscita a farmi trovare in casa e non dover andare a recuperarla alla posta, vi lascio immaginare, quando ho visto che era dall’Hcpc, che salti di gioia che ho fatto!

Poi, però, la apro e mi dicono che l’applicazione è incompleta. Manca la validazione del passaporto.

Ok, mi spiego meglio. Come vi raccontai un po’ di articoli fa, quando si applica per il riconoscimento dei titoli bisogna far tradurre tutti i documenti e inviare copia di questi e la traduzione timbrata da un traduttore inscritto nelle liste dei traduttori certificati per questo tipo di riconoscimenti. Così ho fatto per i documenti ricevuti dal ministero dell’istruzione circa l’abilitazione alla professione, il conseguimento dei titoli e il good standing. Non avevo capito di doverlo fare anche per il passaporto! Pensavo bastasse la copia, dal momento che è lo stesso documento che presento per entrare nel paese.

Invece no! Devo farlo tradurre e timbrare. Ho preso, quindi, di nuovo contatto con Lara Barnet, che tradurrà anche questo documento e per la fine del mese invierò nuovamente l’applicazione e spero vada bene. Ve l’ho già detto che odio la burocrazia?

Altra cosa che si dovrà affrontare, ma lascero che si parlino tra professionisti, è la questione dichiarazione dei redditi Uk in quella italiana…

A proposito di questo, il lavoro sta esplodendo a Londra. Come vi dicevo, tra fine dicembre e questa prima settimana lavorativa di gennaio ho riempito tutte le ore a disposizione.

Sì, amici e vicini: sono sold out!

Tanto che lunedì mattina per la prima volta ho dovuto dire a una persona che mi ha chiamata per un primo incontro che non posso riceverla perché non ho più ore disponibili!

È stata una strana sensazione…..

Sì, qui in Italia ho tanti impegni che mi portano a fare i salti mortali per trovare posto ai pazienti (presenti e nuovi) ma ci riesco. Lì, invece, devo scontrarmi con la realtà di avere a disposizione solo un pomeriggio. Le ore sono quelle, non posso moltiplicare e devo sperimentare la frustrazione di dire ‘Mi spiace, non posso’. Direi che è un ottimo banco di scuola 🙂

Dal momento che a marzo mi fermerò anche il venerdì per il corso di ginnastica gestanti che sto progettando al pomeriggio con lo Zenyoga di Brixton, e che mi auguro parta, penso che chiederò al Bonnington qualche ora per poter sfruttare la mattina. Penso sia buona cosa avere anche la possibilità di usare una mattina, per coloro che il pomeriggio non possono.

Quindi sono qui che mi appresto a prendere prima il treno, poi l’aereo e poi il bus per raggiungere Londra e i miei 6 pazienti.

Come potete vedere, tutto è possibile se lo si vuole veramente:-)

Alla prossima:-)

Che il 2020 abbia inizio!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Come è stato per voi l’inizio di questo nuovo decennio?

Io, come sapete, ho avuto la possibilità di trascorrere Capodanno e i primi giorni di questo nuovo decennio a Firenze, città fantastica nella quale non basterebbe stare un mese per dire di aver visto tutto.

È stata una scarpinata per musei tanto soddisfacente quanto stancante e devo dire che non mi sono ancora ripresa. Avrei bisogno di una vacanza! Confortante, se si pensa che il 2020 e’ appena iniziato e con lui tutti gli impegni….

Già dal 7, come tanti altri di voi, ho ricominciato a lavorare, muovendomi tra Torino e Grugliasco sulla mia fedele bici nel freddo gelido di gennaio.

Ora eccomi qui, alla stazione Madonna di Campagna in attesa del treno per l’aeroporto. Oggi si torna a pendolare:-)

Devo dire che mi è mancata Londra e questa routine di viaggi.

Devo dire che non giova alla tranquillità aver iniziato con la minaccia di una terza guerra mondiale.

Penso di non essere la sola alla quale si è chiuso lo stomaco nel sentire la notizia di quanto successo e, soprattutto, quanto questo può scatenare. E pensare che fino a metà del mese scorso la mia preoccupazione era legata all’uscita o meno dell’Inghilterra dall’Europa….

Voglio, però, essere ottimista, sperare nel buon senso degli esseri umani (e sì, sono una che crede ancora che le persone possano saper usare ragione e sentimenti) e portare avanti i miei progetti.

E ne sono talmente tanto desiderosa che stanotte ho sognato in inglese e al mattino sono uscita di casa un’ora prima, ricordandomi solo una volta in stazione che sono solita prendere il treno delle 8.17 perché l’aereo è alle 10.15…

Sì, Londra mi sta chiamando. Di nuovo. E io rispondo, benché abbia nel cuore il leggero timore di trovare una città diversa. Come se questo grande cambiamento che sta per verificarsi possa renderla ostile. Non so fino a che punto sto romanzando la cosa, facendomi del male in modo masochista. Credo di essermi fatta contagiare dal clima di terrore, io che cerco di lasciare fuori da me questo genere di cose, sapendo quanto siano inutili e deleterie.

Devo accettare il mio essere umana, con tutto ciò che comporta.

In questo mood ballerino giungo all’aeroporto.

Voglio concentrarmi su ciò che mi permette di dire che il 2020 per me sta iniziando bene. Si confermano le collaborazioni. La prossima settimana ne inizierò una nuova e avrò anche la mia prima paziente a Chivasso. Anche sul fronte Londra le cose vanno alla grande, con nuovi pazienti in arrivo per un primo colloquio.

Nonostante il mondo tremi attorno a me (attorno a tutti noi, mi zento di dire), credo che sia tempo di includere tra i buoni propositi del nuovo decennio anche qualcosa che riguardi la vita privata.

Non si vive di solo lavoro, dopotutto…

🙂