General practice

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Dopo la digressione concessa da ‘Joker’, torniamo al mese di agosto.

Eravamo rimasti alla prima interview per il NIN. Quel pomeriggio per riprendermi ricordo di essere andata a visitare la diga mobile. Si trova a Greenwich ed è davvero suggestiva. Ovviamente ho macinato a piedi i chilometri per arrivare fin lì e, sulla via del ritorno, in un bellissimo tramonto, mi son detta ‘Ma sì, facciamo i turisti fino in fondo!’ e ho preso il battello.

Non mi sono soffermata a spiegarvi come funzionano gli abbonamenti per i trasporti, il London. Penso possa essere utile dire due parole a riguardo.

Sono cari come il fuoco. Voi direte ‘E cosa non lo è li?’. È vero, ma questi sono davvero esagerati. Vero è che, nonostante il traffico pazzesco di questa città, arrivano sempre in orario. Impari a farci l’abitudine date le molte ore che si passano nella tube, sottoterra, o nella overground, la metro esterna, o sugli autobus.

La Oyster card può essere un modo utile per viaggiare. Ogni mezzo ha un suo prezzo e la combinazione di più mezzi lo fa aumentare. Per questo è meglio fare degli abbonamenti, come quello mensile per 5 zone che feci io. Il costo varia, appunto dal numero di zone che comprende. È, però, possibile prendere qualunque mezzo più volte al giorno.

Anche i battelli sul Tamigi fanno parte delle linee di trasporto. Con un abbonamento mensile il battello lo si paga 6£ anziché i 7£ di una Oyster ‘pay as you go’ o i 10£ di chi non ha alcuna tessera.

Nei pendoli che vivo ogni settimana cerco di usare i mezzi il meno possibile. Un po’ perché, come ormai avrete capito, adoro camminare e un po’ per risparmiare. Se proprio devo, benché mi piaccia l’atmosfera della metro, prendo i bus che costano 1.50£ e nell’arco di 60 minuti se ne possono cambiare diversi allo stesso costo.

Ho scaricato la Oyster app e posso con questa vedere quanto credito ho, ricaricarla e tenere lo storico dei viaggi, che è una cosa carina.

Ho preso quindi il battello, dicevo, da Greenwich a Westmister e poi da li sono andata all’appuntamento con Lella e Chiara. È stata la prima cena in un locale, quella di questa serata. Chiara ci aveva esteso l’invito in un ristorante vegano brasiliano a Brixtol, nel quale sarebbe andata col compagno e altri amici di lui sia italiano che inglesi.

Li ho conosciuto Frank, musicoterapeuta che da 20 anni vive a Londra. Personaggio particolare, come la sua arte, e con il quale sono ancora in contatto per strutturare la realizzazione di alcuni progetti.

È stata una serata piacevole, anche per la sola spesa di 5£ per una cena abbondante. È proprio vero che se si vuole conoscere la città, mangiare bene e spendere poco si deve andare con chi la conosce e abita.

Il giorno seguente, con la eco ancora forte della bella serata vissuta, mi sono mossa per il secondo passo burocratico. Avevo incontrato, qualche giorno prima, a Shoreditch un collega italiano che ha creato un app di nurse a chiamata. Volevo chiedergli se c’era la possibilità aprissero il loro servizio anche ad altre professioni sanitarie e siamo rimasti in contatto per vedere cosa poter fare dal prossimo anno.

È stato lui a suggerirmi di richiedere l’iscrizione al Gp, General Practice, ovvero il medico di base.

‘Più cose fai prima della Brexit per far vedere che sei qui meglio è per il tuo progetto’.

Ho allora chiesto a Lella se lei lo avesse fatto e di spiegarmi come funzionasse. Cosi, il 22 sono andata al ‘Dr Seyan and Partners’ in Robin Hood Lane, il Gp di competenza a Sutton.

Ho richiesto il modulo, riconsegnato insieme ai documenti e alla proof of adress, che qui, contrariamente che per il Nin, mi hanno richiesto. La pratica sarebbe stata regolarizzata da li a un paio di giorni, ma la nurse che si occupa della visita medica ai nuovi iscritti era in ferie. Abbiamo così preso appuntamento per il 25 settembre.

‘Cosi devo tornare per forza’ mi sono detta. Ammetto che mi aveva fatto effetto l’idea di tornare. Temevo un po’ di accomodarmi, una volta tornata in Italia, e di mollare il progetto perché troppo difficile e burocratizzato a causa dello spauracchio della Brexit.

Ancora oggi, vuoi per ritardi legati prima al Ministero della salute e ora alla compagnia assicurativa Uk, devo inviare l’applicazione per l’Hcpc e, come sapete, il Nin è sospeso. Attendo notizie anche per l iscrizione all’agenzia delle entrate. Insomma, dal punto di vista burocratico ci sono tanti stress. Si risolveranno in un modo o nell’altro, ovviamente, ma nel frattempo sono una gran rottura.

Il GP, almeno, è stato semplice e veloce. Due giorni dopo ho ricevuto la lettera di avvenuta registrazione e posso dire la cosa sia archiviata. Certo è molto diverso il modo in cui opera il medico della mutua in Uk rispetto a qui. L’Nhs, il sistema sanitario nazionale, è pessimo, come molti mi hanno detto. Se stai male e hai bisogno del medico lo devi chiamare e se, dai sintomi che descrivi, lui ritiene necessario vederti ti fissa l’appuntamento, altrimenti ti dice cosa prendere e amen. E se hai un’urgenza passi comunque prima dalla nurse e solo dopo, se proprio necessario, dal medico.

Io penso ai miei che ogni tre per due sono dal dottore e mi dico che, nonostante tutto, siamo fortunati a livello sanitario. Anche se forse ancora per poco…

Joker!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Ecco il primo articolo da 38enne!!

Ringrazio anche qui tutti coloro che mi hanno dedicato un pensiero, un’immagine, un messaggio per farmi gli auguri.

Oggi voglio mettere tra parentesi il racconto del mese di agosto e cimentarmi in una cosa nuova e penso che dal titolo che ho dato all’articolo possiate farvi un’idea di cosa si tratti.

Domenica ho partecipato al seminario ‘Esperienze somatiche in psicoterapia’ promosso dall’Itat e tenuto da Bill Cornell, guru della terapia corporea in Analisi Transazionale.

E’ stato bello ritrovare ex compagni di scuola e docenti. C’è sempre una sensazione di ritorno a casa.

A Gigi, mio ex compagno di corso, ho raccontato dei dvd ricevuti in regalo da mio fratello e ci siamo soffermati su quello di  ‘Stanlio & Ollio’, film che entrambi abbiamo trovato commovente e spettacolare.

‘E Joker ti è piaciuto?’ mi ha chiesto lui. Sa che non perdo neppure un film tratto dai fumetti Marvell e DC e quindi ci sta abbia pensato che lo avessi già visto.

In realtà, fin dai primi trailer mi sono detta ‘Questo non me lo perdo!’. Mio fratello, però, non sopporta i film sui supereroi, Simona è a Firenze e comunque non è propriamente il suo genere e altre persone con cui andare non mi venivano in mente. Per questo ho sempre rimandato, leggendo nel frattempo i commenti della gente.

Mi ha stupito il numero di persone che, furiose e indignate, si chiedono perchè autori e regista ‘abbiano voluto portarci ad empatizzare con un pazzo criminale’.

Io avevo in mente il Joker classico e soprattutto quello di Heath Ledger ne ‘Il cavaliere oscuro’, che, ancora ad oggi, resta il mio preferito, persino più di quello interpretato da Jack Nicholson. Con questi presupposti in mente mi chiedevo cosa si fossero inventati, in effetti, per portare lo spettatore a empatizzare con un pazzo.

‘Non c’entra nulla con la storia di Batman. Non c’entra nulla con gli altri Joker. Vai a vederlo, sono sicuro ti piacerà!’ mi ha detto Gigi e devo dire che, come sempre, ci ha preso.

Voglio parlarvi oggi di questo film. Sì, oserò vestire i panni del recensore, perché questo film mi ha colpita allo stomaco e al cuore e voglio rispondere a modo mio a coloro che si sono chiesti perché volerci far empatizzare con un pazzo assassino. Ovviamente ci saranno degli spoiler, quindi se non avete ancora visto il film e intendete farlo rimandate a dopo la lettura di questo articolo.

‘La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti vogliono che tu viva facendo finta di non averla’

Voglio iniziare così questa recensione, con la frase che Arthur Fleck scrive sul suo diario-copione.

Questa frase mi ha colpito, amici e vicini. Mi ha portata indietro di anni, quelli trascorsi come specializzanda al Centro di Salute Mentale di Venaria Reale. Nel mio piccolo di ‘matti’ ne ho conosciuti qui. C’erano quelli perennemente incazzati e a volte violenti, quelli timidi e silenziosi che scattavano terrorizzati al minimo rumore, quelli che ridevano tutto il tempo, raccontando barzellette e alternando questi momenti di ilarità sfrenata ad altri di profonda tristezza. Con i ‘matti’ io ho lavorato e, in un certo senso, in questa nostra cultura che ancora oggi da del ‘matto’ a chi va dallo psicologo, ancora ci lavoro. Questa cultura che ritiene ‘matto’ lo psicologo stesso.

Perche farci empatizzare con un pazzo criminale?’ si sono chiesti in molti. ‘Cosa vi spaventa di questo pazzo?’, chiederei loro.

Arthur è un uomo con dei problemi evidenti. Questa risata, modo in cui reagisce alle emozioni forti che lo colgono, è il problema più evidente. È straziante (e in questo Joaquin Phoenix è stato fantastico) quanto soffra nel non poterla controllare. La stessa sofferenza dei tourettici dinanzi ai loro tic incessanti.

Quest’uomo soffre, amici e vicini. Questa è la prima cosa che colpisce lo stomaco. Soffre e cerca di andare avanti nonostante tutto e mentre ci prova subisce le angherie dei ‘sani’.

La baby gang che lo pesta.

Il collega che gli dà un’arma dicendogli che lo fa per il suo bene, mentre è solo un modo per sbarazzarsi di lui e dell’inquietudine che trasmette.

I tre bulli-bene che lo pestano e che lui uccide.

Ecco. Penso sia qui che chi vede il film entri in confusione. Seguitemi nel ragionamento.

Ci viene mostrato un ennesimo pestaggio, una situazione dove Arthur non sta facendo nulla di male eppure subisce qualcosa di maledettamente ingiusto. Ognuno di noi è possibile si sia ritrovato a vivere un’ingiustizia, che sia stato un atto di bullismo, un torto più o meno grave. Non necessariamente deve essere qualcosa di violento quanto quel che a lui accade. Per questo possiamo dire di sapere cosa si provi a vivere un torto. Forse, se proprio c’è andata male, sappiamo cosa voglia dire viverlo e anche ritrovarci da soli, senza nessuno pronto a prendere la nostre difese, ma, anzi, ben disposto a darci addosso. E’ possibile che sappiamo cosa si provi ad essere trattati come dei Jolly, la carta che può essere usata ovunque e alla quale spesso non viene dato il valore che merita.

E’ qui, penso, che sia possibile identificarsi con Arthur. Dire quel sommesso ‘Non è giusto!’, sperare che qualcuno corra in suo aiuto, che qualcuno veda, diamine, cosa gli sta succedendo e lo salvi. Forse perchè anche noi avremmo voluto essere salvati.

Allo stesso tempo ci aspettiamo che la situazione si risolverà nel peggiore dei modi. Lo sentiamo nella pancia e questo è inquietante. Doloroso. Infatti lui spara. In preda alla disperazione, all’esasperazione: spara. Come quei bambini disperati o arrabbiatissimi che iniziano a menare calci e pugni e a lanciare oggetti. E una parte di noi sussurra un sommesso ‘Se lo sono meritati!’, proprio come diranno i cittadini di Gotham City. Quei colpi di pistola sono i pugni che avremmo voluto restituire ai bulli, le parole che avremmo voluto urlare in faccia a chi ci ha svalutati, denigrati, umiliati, presi in giro.

Ecco, amici e vicini, che stiamo empatizzando con un pazzo e questo spaventa. Più siamo feriti, più ci sentiamo fragili e più temiamo questo risuonare con quest’uomo.

Identificarci con lui, però, non vuol dire necessariamente trasformarci in assassini sanguinari. Noi, al contrario di Arthur, abbiamo un buon piano di realtà e siamo in grado di gestire le nostre azioni. Quest’uomo, invece, è un malato, traumatizzato e, sì, psicotico. Il suo tentare di portare avanti la propria vita nonostante tutto svanisce ed è qui che per la prima volta vediamo il Joker. Colui che insegue l’ultimo bullo-bene per ucciderlo.

Se i primi due bulli li ha uccisi senza rendersene conto e spaventandosi, stupito, di quanto fosse successo, quello lo insegue. Lo uccide volutamente. E’ un cambiamento sottile portato in scena magistralmente da Phoneix. Subito dopo torna il bambino spaventato, quello che si chiude in bagno e che cerca di calmarsi ballando e, caspita, se è angosciante questa scena. Cerca nel suo mondo e a suo modo di scollegarsi da quanto successo per ricompattarsi e correre, poi, tra le braccia della vicina di casa per cercare quella rassicurazione, quell’affetto e protezione che non ha mai avuto e della quale, in questo momento in cui si è visto perso, ha bisogno.

Da lì è tutto un concatenarsi di situazioni che porteranno Arthur a cadere sempre più.

La terapia viene sospesa per assenza di fondi. ‘E io con chi parlerò? Chi mi darà le mie medicine?’. Ecco che il malato viene abbandonato a se stesso da un sistema che, come dice l’assistente sociale, ‘se ne frega di quelli come te e anche di quelli come me’. Mi colpisce sempre come vengono rappresentati coloro che lavorano nei servizi sociali e gli psicologi. Questa donna non ha un’espressione neutra, non finge neppure un sorriso. Ha il volto corrucciato, arrabbiato, disgustato. Come ci si può aprire dinanzi a una simile maschera che la dice già lunga sul pregiudizio con quale guarda chi è seduto dinanzi a sè. Anche quando gli dice quella frase resta lontana. Arrabbiata col sistema, piuttosto che empatica nei confronti di chi prima gli dice che lei non gli serve a nulla per poi confessare quanto bisogno abbia di quelle domande sempre tutte uguali. Penso che questa assistente sociale possa portare noi che lavoriamo con le persone a riflettere su quanto dobbiamo fare i conti con i nostri pregiudizi e non portarli in seduta con loro. Io da che ho iniziato a lavorare e a capire quanto questo sia importante, cerco di andare sempre oltre l’etichetta e forse è per questo che mi colpisce quella domanda: ‘Perche vogliono portarci ad empatizzare con un pazzo?’. Io non mi fermo al fatto che una persona sia ‘pazza’. Mi viene spontaneo chiedermi quale sia la sua storia, quella che lo ha portato a organizzare la sua mente in un modo altro. Questo non giustifica azioni aberranti che è possibile siano compiute, ma cercare l’origine delle azioni, dei comportamenti sia nostri che del prossimo penso sia più costruttivo che cercare di stampargli addosso un’etichetta o fermarsi a questa.

Come se non bastasse, poi, Arthur decide di aprire una della letture che ossessivamente la madre scrive a Thomas Wayne e da queste scopre di avere un padre, e che padre.

E qui ringrazio gli sceneggiatori per aver tolto dall’odore di santità il famoso padre venerato da Bruce Wayne e per averci mostrato un uomo avido, pronto, contrariamente a come ci è stato dipinto finora, a giudicare e prendere a pugni i più deboli. Così come li ringrazio per aver tolto dalla santità Alberti, il maggiordomo e ‘padre adottivo’ di Bruce, che non si fa scrupoli a dire ad Arthur che sua madre era matta e che lui è stato adottato. L’ennesima manifestazione di disgusto nei suoi confronti da parte di due persone che sua madre gli ha sempre dipinto come buone e caritatevoli.

Questo film, a mio parere, è l’antitesi del sogno americano. Qui, il ricco, colui che riesce a farsi con le sue mani, non è visto come la persona in gamba, il modello da seguire, ma come lo stronzo che si approfitta della sua posizione per schiacciare chi è più debole. Se una visione simile è ‘nuova’, potremmo dire, per il panorama americano è, invece, molto nota per noi, abituati a dare contro ai ricchi, al padrone. E forse la domanda ‘Perchè ci vogliono portare ad empatizare con un pazzo?’ è proprio da qui che nasce. Dall’odio, dall’invidia che è possibile che coviamo dentro e che non vogliamo vedere, della quale ci vergogniamo e che Arthur ci mostra senza filtri, in un crescendo che coinvolge la popolazione di Gotham, facendolo diventare addirittura un vigilante. Titolo che, paradossalmente, verrà poi dato a Batman. Un vigilante che si scaglia contro i ricchi abusanti, contro il sistema. Geniale come questo parallelo tra il Joker e Batman venga fuori insieme all’idea che possano essere fratelli.

Su questo punto io e Gigi non ci troviamo d’accordo. Lui dice essere chiaro il fatto che la madre di Arthur fosse pazza e avesse adottato un bambino per ricattare Wayne. Io, invece, abituata, come vi dicevo, a cercare di vedere oltre l’etichetta, proprio per il modo in cui ci viene presentato il padre di Batman, dico che potrebbe anche essere vera la storia di Penny Fleck. Il ragazzo di una famiglia importante e ricca a mio avviso è possibile che, per non infangarne il buon nome, abbia cambiato i documenti a suo favore. Penny, che è anche possibile avesse qualche problema latente, è del tutto impazzita. Seguendo il suo copione, poi ha incontrato un uomo violento e poco raccomandabile che maltrattava lei e il figlio.

Per Arthur recuperare il fascicolo riguardo alla madre è stato un altro grosso trauma. Scoprire di non essere stato protetto da lei al punto da essere lasciato in balia dell’uomo con cui stava, leggere di quell’adozione (vera? Falsa? Chissà, a mio avviso, come dicevo, è un punto che resta aperto), vedere le sue foto di bambino abusato e recuperarne, forse, i ricordi lo hanno portato a uccidere la madre. Decisione presa dopo un ennesimo trauma, quello che penso sia la goccia che fa traboccare il vaso. Franklin Murray lo sfotte pubblicamente. Colui che aveva eletto suo ‘padre adottivo’, l’ennesimo uomo che piaceva alla madre e che questa trovava per bene, si prende gioco di lui pubblicamente.

Di nuovo lo vediamo andare a cercare rifugio e conforto dalla vicina e scopriamo un’altra angosciante realtà. Quegli appuntamenti, la presenza al suo fianco al capezzale della madre erano solo frutto della sua fantasia. Anche lui se ne rende conto. E’ uno degli ultimi barlumi di lucidità di  Arthur, che lascia sempre più il posto al Joker.

Eppure noi stiamo ancora empatizzando con lui. Certo, l’omicidio della madre, ‘matta’ quanto lui, ci lascia l’amaro in bocca. Una vocina, però, ci dice che avrebbe dovuto proteggerlo, non avrebbe dovuto mentirgli, non avrebbe dovuto usarlo, se davvero lo ha adottato al solo fine di ricattare Wayne.

E ancora ci diciamo ‘Se lo è meritato!’ quando pugnala con le forbici il collega che lo ha portato a perdere il posto e che, con gran faccia tosta, va a casa sua per porgergli le condoglianze. Un rigurgito di coscienza? Può darsi.

Ed empatizziamo con lui anche quando lo vediamo lasciare in vita il collega nano. Quando gli sentiamo dire ‘Sei l’unico che mi ha trattato bene’ prima di lasciarlo andare, pur sapendo che lo denuncerà. Il nano non gli ha fatto del male. C’è ancora una logica nel suo agire. E’ ancora Arthur che si vendica, ma iniziamo a vedere anche il Joker che trae piacere da questa vendetta.

Insieme Arthur e Joker si presentano da Murray, colui che gli ha dato questo nome d’arte, mentre lo sfotteva mandando in onda il suo video dell’esibizione di cabaret. Il Joker è presente nella postura, nella maschera che lo trasfigura, nei capelli tinti di verde, nella sicurezza con la si proclama l’assassino dei tre bulli-bene. E Arthur, però, che grida ‘Se fossi morto io al posto loro non vi sarebbe importato, mi avreste scavalcato e dimenticato’. La stessa disperazione con la quale chiedeva a Wayne perchè per le persone fosse così difficile dare amore.

E anche qui empatizziamo con lui, perchè di batoste sentimentali da amanti, amici o parenti può esserci capitato di prenderne. Perchè è possibile che ci si sia sentiti abbandonati, soli, impauriti e fragili. Perchè quella stessa rabbia, quel grido viscerale è possibile che anche noi lo si abbia provato. Forse trattenuto. Forse espresso.

Come dicevo, non bisogna necessariamente divenire assassini. Non è necessario che il Joker prenda il sopravvento anche in noi e ci porti a sparare in testa ad un uomo che ci sta sminuendo, che, anzichè prendersi le sue responsabilità, sta cercando di metterci in cattiva luce.

Joker lo fa e anche qui un sussurrato ‘Se lo è meritato‘ è possibile che ci scappi.

‘Perchè vogliono portarci ad empatizzare con un pazzo criminale?’

Beh, amici e vicini, il fatto è che non è che vogliono portarci a… direi che è inevitabile non empatizzare. Cosi come è inevitabile anche voler fuggire da questa empatia, rifiutare i brutali omicidi commessi, essere spaventati per quei ‘Se lo è meritato!’ che ci sono saltati alla mente mentre assistevamo alle vendette di Arthur che pian piano diventa Joker.

Una parte di noi con questo uomo si identifica. Una parte di noi sente che sta facendo bene e, come il popolo di Gotham  City, lo andremmo a prendere e lo eleggeremmo capo di questo nostro movimento di rivolta contro il sistema. Magari vorremo avere il coraggio di imitarlo, come poi fa l’uomo travestito da clown che uccide Wayne e signora traumatizzando a vita il piccolo Bruce.

Se noi non diventiamo Joker, però, è perchè abbiamo quella che si chiama resilienza, perchè abbiamo un piano di realtà solido e sappiamo gestire i comportamenti legati alle emozioni che proviamo. Capisco, però, che provare tutte le emozioni e l’empatia che questo film e il suo grandissimo interprete generano, spaventi. E, come solo noi esseri umani sappiamo fare, quando qualcosa ci spaventa lo allontaniamo. Facciamo niente poco di meno ciò che la gente fa con Arthur.

Ricordate questa frase: ‘La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti vogliono che tu viva facendo finta di non averla’.

Uno dei miei pazienti del Csm disse una cosa simile durante una seduta. I miei pazienti con depressione dicono che viene loro chiesto di darsi uno scossone, di farsi forza. Abbiamo paura di empatizzare con Arthur perchè è un malato psichiatrico, qualcosa che dalla notte dei tempi non vogliamo vedere. Ci spaventa la possibilità che succeda anche a noi. Forse, come in ‘Un giorno di ordinaria follia’, ci spaventa la possibiltà che anche noi si possa perdere il controllo ed esplodere malamente. Direi che i fatti di cronaca riportano sempre più persone che ‘perdono la testa’.

E, in merito a questo, le ultime immagini del film sono eloquenti. Arthur si riprende dopo il brutto incidente e si ritrova circondato dalla folla che vede in lui un leader. C’è un istante in cui si guarda attorno, spaventato, stupito. Un istante in cui forse si rende conto di come siano tutti pazzi. Lui che si guarda attorno preoccupato è il più sano in mezzo a quel delirio. Quello è l’ultimo sguardo di Arthur. che lascerà il posto, poi, definitivamente al Joker.

Il Joker che ballando accetta lo scettro offertogli dal popolo. Quello che ucciderà, come ha detto a Murray, perchè è piacevole farlo.

Ecco, con questo Joker io non empatizzo più. Lo stesso Joker sanguinario e gratuitamente violento portato in scena da Heath Ledger. Il Joker dentro il quale non c’è più nessuna traccia di Arthur.

Ho detto la mia su questo film che se non avete ancora visto vi consiglio di vedere. Con la mente aperta e ascoltando la pancia. Cercando di andare oltre etichetta e pregiudizio. E’ possibile che abbia invertito qualche tempo narrativo, ho visto, in fondo, il film solo una volta.

Sono, però, soddisfatta di questo esperimento. E’ un post abbastanza lungo, mi sono fatta prendere la mano. Se siete arrivati fino a qui vi ringrazio per la fiducia. Su, la prossima volta torneremo a pendolare.

Il ritorno di Nino!

Bentrovati, amici e vicini:-)

Eccomi nuovamente in quel di Sutton Green, gentilmente ospitata da Jass.

Devo dire che non so se è il mio metabolismo prossimo ai 38 che funziona male, ma qui si muore di caldo!! Ho lasciato il freddo Torinese per sudare il London. Eppure Lella giusto ieri mi ha detto ‘Copriti che qui ha preso a fare freddo’…. mah, voglio pensare di essere io a portare il sole 🙂 (sa, che ogni tanto un po’ di sano egocentrismo non guasta).

Manco a farlo apposta, giungo a parlarvi dell’intervista per il NIN, National Insurance Number, proprio oggi che sono dovuta venire qui apposta per rifarla.

Ma andiamo con ordine.

Il 9 agosto presi il coraggio a due mani e mi cimentai nella telefonata al numero verde per prenotare l’interview per la richiesta del NIN. Mi diedero appuntamento il 21 agosto alle 3 pm, dopo una pre intervista telefonica che mi fece sudare sette camicie

Ammetto che mi rendeva nervosa questa intervista. Sentivo e leggevo nei vari gruppi di cose contrastanti legate a questo NIN. Chi ha ricevuto mille richieste di documentazione riguardo allo proof of address. Altri ai quali non era stato chiesto nulla a riguardo. Altri ancora che si erano visti rifiutare la richiesta. Benché allora non sapessi che sarei andata ad ingrassare le fila di quest’ultima categoria, mi facevo mille domande riguardo al come rispondere all’intervistatore.

La pancia mi diceva di andare lì e dire ‘Voglio trasferirmi e lavorare a Londra e il NIN mi serve per cercare lavoro’. Io, invece, mi dicevo ‘Sono una libera professionista, il NIN serve anche per le pratiche per la libera professione: mi presento come self employed’.

Ecco, diciamo che è stata l’ennesima riprova che la pancia va ascoltata!

Il 21 alle 14 30 sono arrivata al 67 di Upper Tooting Road presso il Job Centre. Appena varcata la soglia, un vigilante mi ha chiesto di vedere la lettera che avevano inviato due giorni dopo la telefonata e mi ha detto di mettere il telefono in modalità silenziosa, usarlo solo per mandare messaggi e non per telefonare e di non parlare e disturbare in alcun modo.

‘Cominciamo bene’ ho pensato e sono entrata in questo open space con tante postazioni nel quale non volava una mosca! Faceva persino impressione tutto quel rispettoso silenzio.

Alle 3 in punto sono stata chiamata da una signora di origini indiane che mi ha chiesto i documenti e a cosa mi servisse il NIN. E mannaggia a me che le ho detto di essere libera professionista!

La signora mi ha rivelato di non aver mai trattato la pratica per un libero professionista. Mi ha chiesto quale fosse la mia professione e quando le ho detto ‘Psychologist’ ha esclamato ‘Oh, you are very brave! Your job it’s very difficult and very important’.

‘Beh’, ho pensato io, ‘rispetto ai commenti tipo ‘Oddio, un’altra pazza!’ che mi sento fare di solito in Italia, qui siamo a cavallo!’.

Manco a dirlo, la signora mi parla dei suoi problemi con i figli e il marito, di quanto loro non la capiscano e lei senta il bisogno di parlare. Insomma, ho fatto con lei una mezza seduta di sostegno psicologico. Peccato sentissi che qualcosa non andava. Il fatto che non avesse mai trattato pratiche per self employed e che avesse chiamato una collega per chiederle aiuto e mi avesse, infine, mandata da una terza non erano certo cose rassicuranti.

‘Non sono del tutto convinta sia andato tutto liscio’ avevo poi detto a Lella e Chiara. Loro hanno cercato di rincuorarmi dicendo che tempo  le 6 settimane annunciate e avrei avuto il mio NIN.

Invece, il 25 settembre, quando sono venuta qui a Londra di mercoledì, come oggi, per passare la visita dalla  nurse del Gp (arriverò a raccontarvi anche questo), ho scoperto di far parte della schiera dei rifiutati.

Jass mi aveva consegnato una lettera arrivata per me dal Job Centre e io felice l’ho presa pensando ‘Dev’essere il mio NIN’.

Al tatto, però, non sentivo alcuna tessera e, una volta aperta, mi si diceva che unfortunatelly non potevano accettare la mia richiesta!

Vi lascio immaginare lo stupore e lo sconforto! Mi è salita una carogna, come dicono dalle mie parti, ma una carogna così grande che sembravano due!

Presa dal sacro furore nell’ottenere spiegazioni valide, il giorno seguente ho chiamato l’ufficio di Glasgow dal quale era giunta l’infausta missiva per chiedere spiegazioni. Il Tizio che mi ha risposto mi ha detto che al 99% dei self employed il NIN viene rifiutato!

A saperlo prima, maledizione! O ad ascoltare la pancia…

Praticamente, come mi ha anche riconfermato Louis, l’impiegato che mi ha fatto la seconda intervista oggi, un self employed deve dimostrare un notevole movimento bancario per ottenere il NIN. Decisione che comunque è a discrezione di come l’impiegato di Glasgow che lavora la pratica ritiene essere il tuo business.

Io non avevo ancora iniziato manco a lavorare quando ho fatto l’interview precedente e quindi figuriamoci! A Glasgow si saranno fatti una sana risata alla faccia mia!

Fatto sta che per avviare la registrazione all’Hmrc, l’agenzia delle entrate, il NIN ci vuole e il 31 ottobre, ex data di uscita certa dall’Ue, era vicino!

Il Tizio mi ha consigliato di rifare l’interview dicendo che cercavo lavoro dipendente e morta lì.

E così eccomi qui oggi.

Spero davvero che il mio cospargermi il capo di cenere dicendo ‘Mi pento di aver osato dire che sono self employed! Voglio un contratto sicuro, da brava italiana, alle dipendenze di un connazionale sfruttatore, ovviamente nella ristorazione’.

Battutacce a parte (non me ne voglia chi a Londra lavora o da lavoro nella ristorazione), come ho detto a Louis ‘I hope that this is the last time. I don’t want to have the third’.

Questa storia resterà aperta per le prossime 6/8 settimane. Mi auguro di potervi postare una foto di questo benedetto tesserino.

Il consiglio che mi sento di dare a chi volesse intraprendere un lavoro come self employed in Uk è quello di bypassare la cosa per la richiesta del NIN. Cosi, giusto per non perdere tempo…

Il viaggio tre nazioni (seconda parte)

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Eccomi nuovamente a voi la sera prima della partenza. Sì, questa settimana il pendolo si estende al mercoledì. L’eccezionalità della cosa è data dal fatto che devo ritentare l’interview per ottenere il National Insurance Number. Ancora non sono arrivata a parlarvi della prima intervista fatta ad agosto, conto di farlo a breve. Sappiate che non ha avuto esito positivo e per questo mi tocca rifarla e sperare che questa volta le cose vadano per il verso giusto. Ma vi ragguaglierò più avanti.

Questa, amici e vicini, è la mia ultima settimana da trentasettenne. Sabato 26 raggiungerò quota 38! Devo dire che regalarmi un giorno in più in London mi esalta! Avrò più tempo per gironzolare, potendo sfruttare pure il giovedì mattina, rivedrò Jass e Lella e cercherò di vincere questa ennesima battaglia burocratica! Un buon modo per concludere questo anno pieno di sorprese e decisioni che non mi aspettavo di prendere!

Ho preparato il faldone con tutti i documenti relativi alle burocrazie che sto affrontando e domani con questo in mano (tra l’altro di un bel color fuxia) mi siederò davanti alla mia nuova esaminatrice! Ormai ottenere il NIN è una questione di principio, oltre che una necessità per poter portare avanti le pratiche di iscrizione all’HMRC, l’agenzia delle entrate UK.

Ma torniamo al viaggio tre nazioni!

Eravamo rimasti con me barcollante di sonno che, con San Google Maps alla mano, decido di espugnare il quartiere di Quoi Bercy a Parigi. Erano le 6 di una mattina umida che prometteva tanta pioggia.

Piazza della Bastiglia

San Google Maps mi informava che mi trovavo a un’ora e 48 minuti dall’Arco di Trionfo e sapevo già non ci sarei mai arrivata.

J’adore!!!!!!!!!!

Ho trotterellato, allora, attorno a Piazza della Bastiglia, facendo colazione con una baguette ou chocolat che io adooooooro e prendo sempre quando sono en France.

Poi è iniziato a piovere. Parigi mantiene sempre le promesse!

Avevo già preso pioggia a Londra il mattino precedente, ma qui ami sono lavata! C’era un vero e proprio uragano e io non avevo l’ombrello. Sono tornata di corsa alla poco felice stazione degli autobus e per fortuna siamo anche stavolta partiti in orario alle 8.30. L’idea di rimanere bloccata in lì non mi sarebbe piaciuta per nulla!

Il panorama francese al di là del finestrino

Il viaggio attraverso la seconda nazione è stato bellissimo!

Il sole sorgeva sulle campagne francesi e io tra un pisolo e l’altro mi godevo il panorama.

Ero al secondo piano di questo bus a due piani, seduta in seconda fila.

Ci abbiamo messo un’eternità ad arrivare a Lione, prima fermata di questo secondo viaggio e ancora di più per arrivare a Chambery.

Contorsionismi alla disperata ricerca di una posizione ‘comoda’

Ora, non voglio fare polemica, ma solo mettere sul tavolo i fatti. Nel primo viaggio di italiana c’ero solo io perchè la maggior parte dei viaggiatori andavano a Parigi. E’ durato 10 ore ed è stata fatta solo una sosta in frontiera proposta dall’autista.

Nel secondo viaggio, che arrivava a Milano Lampugnano, di italiani ce n’erano parecchi e sono stati loro a chiedere fermate extra e sempre loro, davvero gli stessi che chiedevano la sosta (li ho visti con i miei occhi e sentiti con le mie orecchie), a lamentarsi del fatto che fossimo in ritardo. Per farvi un esempio, una ragazza che nella sosta extra prima di Chambery chiedeva di potersi fermare ancora un po’, quando erano già scaduti i 15 minuti consentiti, ha poi fatto casino perchè si era in ritardo di venti minuti. Che poi sono diventati 30 causa traffico.

Il lavoro dell’autista è sfiancante. Non solo guidano e hanno a che fare col traffico, ma anche con simili elementi. E sottolineo italiani, perchè ho viaggiato su tre nazioni e ‘siamo’ stati gli unici a pretendere e offendere. Penso che dovremmo farci due domande e iniziare a darci anche due risposte, amici e vicini!

Ad ogni modo, anzichè alle 18.50 sono arrivata a Torino alle 19.17, che ancora va bene. Sono riuscita pure a fare la seduta con il paziente, al quale ho chiesto di spostare di mezz’ora l’incontro, perchè era prevista per le 19.30.

Così finisce quest’avventura! Devo dire che sono fortunata ad amare viaggiare, perchè, per quanto sia stato bello, è stato anche sfiancante, al punto che ci ho messo due giorni a riprendermi e il sabato mi è pure venuta la febbre.

Eh… come dicevo i 38 si avvicinano, amici e vicini!

 

Il viaggio tre nazioni (prima parte)

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Nuovamente di domenica, questa volta per raccontarvi l’avventura appena vissuta!

Chi mi segue su Instagram ha potuto vedere in real time gli aggiornamenti. Questo viaggio, però, merita di essere raccontato, perchè non è cosa da tutti i giorni viaggiare attraverso tre nazioni. Almeno non per me.

Ci eravamo lasciati, per quanto riguarda il pendolo di questa settimana, col mio essere giunta a Gatwick e da lì a Londra. Il bus A3 mi ha lasciata a Vauxhall, dove al Bonnington Center ho incontrato la mia paziente.

Sono poi passata dai commercialisti del Wilkins Kennedy per firmare alcuni documenti, commissione che mi ha permesso di ammirare un bellissimo arcobaleno sul Tower Bridge.

Tempo di passare in studio ad Holborn, fare la spesa per il lungo viaggio di ritorno e arrivare alla Victoria Coach Station dalla quale sarebbe partito il Flixbus per Parigi. Sì, amici e vicini, questa volta la vostra pendolare il ritorno ha dovuto farlo in autobus!

Ricorderete che vi avevo detto come i prezzi per questa settimana fossero assurdamente alti. La mia amica Sara aveva trovato una soluzione per l’andata, peccato che, nel frattempo, si era esaurita quella per il ritorno sempre da Malpensa a 28 euro. Non volendo regalare alla Easyjet il costo del biglietto di andata, e avendo comunque, oltre alla paziente, anche la burocrazia da sbrigare, ho valutato altre opzioni e trovato il viaggio di ritorno con Flixbus ad un prezzo abbordabile.

Alle 20 ora locale, ha dunque avuto inizio il viaggio tre nazioni. Harry Potter ha avuto il torneo tre maghi, io questo. A ognuno il suo!

Devo ammettere che non ero del tutto fiduciosa riguardo a Flixbus. In un precedente viaggio, io e un’amica ci siamo trovate con il bus annullato e nessuna comunicazione in merito. Erano le 3 del mattino in quel di Trento e l’unica soluzione era stata prendere un treno per raggiungere la meta delle nostre vacanze. L’idea di ritrovarmi a Parigi alle 5 del mattino e dover cercare una soluzione alternativa a un bus cancellato, capirete che non mi allettava affatto.

La puntualità svizzera della partenza da Londra, però, mi ha fatto ben sperare. Ero l’unica italiana a bordo, in mezzo a francesi, inglesi, americani e colombiani. Seduta in seconda fila, dal momento che patisco i viaggi in auto, mi sono ritrovata con alle spalle un ragazzo francese che nel suo perfetto british english ha cercato per quasi tutto tempo (8 ore di viaggio, amici e vicini) di abbordare una delle tre turiste americane sedute accanto a lui. Il tema di approccio era la politica… non so se fosse il giusto argomento per conquistare la suddetta ragazza e il ragazzo colombiano al mio fianco la pensava allo stesso modo. Per tutto il tempo non ha fatto altro che prendere per il culo in spagnolo insieme al suo amico lo zelante ragazzo francese!

Quando ha scoperto, da una telefonata ricevuta, che fossi italiana, il colombiano di non più di 22 anni mi ha chiesto se potevamo fare un po’ di conversazione per fare pratica con l’italiano, lingua che voleva imparare. Devo dire che la conosceva già bene e la mia conoscenza dello spagnolo ha colmato le lacune di quelle parole che non sapeva. Anche lui ha portato il discorso sul piano politico, dal momento che studia economia e politica a Londra, e devo dire che è stato piacevole vedere tanta voglia di cambiare il mondo in un ragazzo così giovane.

Arrivo all’eurotunnel

La chicca di questo primo viaggio, però, è stato l’Eurotunnel. Amici e vicini, è stata un’esperienza sicuramente da fare ma che non so se ripeterei. Non soffro di claustrofobia, ma ammetto che un paio di brividi li ho avuti.

Siamo giunti all’imbarco per l’Eurotunnel alle 23, facendo la prima tappa da che eravamo partiti.

Abbiamo fatto il controllo passaporti, il pitt stop in bagno e poi siamo andati verso l’imbarco.

Dentro il vagone-angar

Ho capito come funzionava la faccenda solo quando ho visto l’autobus entrare in uno di questi vagoni-angar del treno. Qui le ruote sono state bloccate, la paratia che ci divideva dall’altro autobus fermo davanti a noi chiusa e l’altoparlante ha annunciato in inglese e francese cosa avremmo dovuto fare.

Eravamo a bordo dell’autobus, chiusi in questo vagone con la possibilità di scendere per muoverci nel breve spazio che rimaneva. Quando il treno è partito l’autobus ha preso a vibrare, come fosse sospeso. Non so se è stato un meccanismo di difesa dalla situazione claustrofobica, oppure l’effetto della pressione sempre maggiore che si percepiva man mano che il treno procedeva lungo il tunnel, fatto sta che mi sono sentita crollare dal sonno e le poche volte in cui ho riaperto gli occhi, svegliata dai rumori strani che provenivano dal treno, vedevo anche gli altri attorno a me profondamente addormentati. Non era così tardi da poter dire fossimo stanchi.

Il viaggio è durato un’ora e siamo sbucati in Francia poco dopo la mezzanotte. Se tra i lettori c’è qualcuno che sa dirmi se potesse essere stato davvero effetto della pressione mi farebbe un favore, perchè io soffro d’insonnia e la sensazione di palpebra che si chiude come fossero le tre di notte o fossi sveglia da ore e crollassi per la stanchezza mi è risultata insolita. Una volta usciti, poi, eravamo tutti sveglissimi!

 

Il viaggio è continuato tranquillo fino a Parigi dove siamo giunti persino con 20 minuti di anticipo, alle 4.50 anzichè alle 5.10. La stazione autobus Quoi Bercy devo ammettere essere davvero pessima. Sporca, i bagni impraticabili se non con una pesante dose di buona volontà, con personaggi abbastanza inquietanti a circondare le porte d’uscita.

Io ero ben intontita dalla brusca sveglia e sono rimasta un’ora attaccata a una presa per ricaricare il cellulare con l’unica speranza che non ci fossero problemi con l’autobus che avrei dovuto prendere alle 8.30. Dal momento che non mi piaceva per nulla l’ambiente e che volevo fare due passi, alle 6, col cellulare carico, ho deciso di fare appello a San Google Maps e visitare un po’ il quartiere.

Ma questo ve lo racconterò prossimamente 😉

 

La’ dove è stupore e gioia

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Sono a Londra e piove. ‘Non sarebbe Londra se non piovesse’, mi ha detto poco fa Simona. Sì, è vero e vi dirò che la tollero e la trovo persino pittoresca, la pioggia qui.

Come chi mi segue su Fb e Instagram ha già visto, oggi ho cambiato strategia per raggiungere Londra.

Ora, non so se è dovuto al fatto che abbia iniziato a cercare il biglietto per oggi a inizio mese oppure se c’è qualche evento a me sconosciuto, fatto sta che il biglietto per questo pendolo Ryanair me lo vendeva a 268 euro!! Ero quasi decisa a saltare anche questa settimana come salterò l’ultima (Halloween ha fatto lievitare i prezzi e mi spiace davvero tanto non poter vivere in London questa festività), quando, invece, la mia amica e compagna di teatro nonche’ agente di viaggi Sara mi ha trovato la soluzione… ma da Malpensa!

Cosi, alle 7 ho preso la navetta dallo Stallo 1 di Corso Bolzano e alle 9 sono giunta al Terminal 2.

Casino allucinante!! Malpensa è, ovviamente, più grande di Caselle e io poco la tollero, ma ho anche della burocrazia pre Brexit da smaltire e non potevo non essere qui oggi.

La cosa carina è stata che il bus A3 che da Gatwick porta a Vauxhall, dove si trova il Bonnington Center, è passato per Sutton, proprio davanti la casa di Jass! È stata una piacevole sorpresa che mi ha dato la sensazione di tornare ‘a casa’.

Non vi ho ancora detto, in effetti, in che zona di Londra vivrei volentieri. Non l’ho fatto perché ci arriviamo oggi, seguendo il racconto di questo mese carico di emozioni.

È successo lunedì 19 agosto, quasi due mesi fa’. Ero uscita dalla lezione di inglese, aveva smesso di piovere e aveva fatto capolino un bellissimo sole. Avevo voglia di camminare e mi sono detta ‘Ma sì, oggi vado al di là del Tower Bridge, nelle Dockland che non ho ancora avuto modo di veder”.

Amici e vicini… non so se avete avuto il piacere di visitare questa parte di Londra… io ne sono rimasta affascinata!

Avevo attraversato l’amato Tower Bridge e, una volta lasciato alle spalle, avevo deciso di percorrere le Thames path sul lato sinistro. Cosi ho scoperto un punto di vista diverso dal quale ammirare Londra dal Tamigi e, inoltre, Canary Wharm e l’Isle of Dogs. In quest’ultima ho deciso che metterò su casa, prima o poi, qui in London.

Isle of dogs

Ricordo che quando ho preso la DLR – Dockand Light Railway, sono rimasta a guardare fuori dal finestrino con lo stupore di una bimba di 5 anni! Questo treno che corre tra i grattacieli che nascono dal fiume mi ha stregata.

Isle of dogs

Ho camminato dalle 6 alle 10 Pm e quindi quando ho preso la DLR per raggiungere la fermata Canary Wharm della Jubilee per tornare a casa, il tramonto lasciava il posto alla sera e il viaggio è stato ancor più spettacolare. Ci si sente in una città da fumetto futuristico e l’isola dei cani è un piccolo pezzetto di passato in mezzo a questo futuro, con le sue barche all’ancora nel porticciolo, vere e proprie case galleggianti con tanto di numero civico.

Canary Wharm

Sono tornata a casa euforica e nei giorni seguenti non ho fatto altro che parlare delle Dockland a chiunque!

Fatemi un piacere, se vi capita di venire a Londra andate a perdervi in questo ambiente fantascientifico e ditemi poi cosa ne pensate. Sono sicura che anche voi rimarrete sbalorditi ed euforici 🙂

Dal momento che il ramo sinistro delle Dockland mi aveva così piacevolmente stupita, il giorno seguente ho dedicato l’intera giornata al lato destro.

Ho camminato dal Tower Bridge fino all’Accademia Navale a Greenwich. Devo dire che per quanto le abbia trovate belle, non mi hanno affascinata come l’altra sponda.

Accademia navale

Il footpath che attraversa il Tamigi

Sponda che ho raggiunto, sul finire della giornata, passando attraverso il footpath che attraversa il Tamigi.

Vi dirò che, nonostante non soffra di claustrofobia, mi ha fatto effetto attraversare questo tunnel sotto al fiume.

Giunta a metà ho avvertito un fastidioso senso di pressione e ho velocizzato il passo.

Per riprendermi, ho ripreso la DLR e goduto nuovamente del viaggio sull’Isle of Dogs e Canary Wharm by night 🙂

 

Giro di boa

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Non so da voi, ma qui a Torino oggi è piovuto parecchio! E per chi si muove in bici non è che sia proprio una bella notizia…

C’eravamo lasciati con l’avventura ferragostana alla ricerca della tomba di Doyle. Come vi dicevo, quella sera mi ero resa conto di essere arrivata al giro di boa e, come spesso accade, giunti lì i giorni sembrano prendere a scorrere più velocemente.

Il giorno seguente l’avventura in New Forest, ho ricevuto dal Job Center la lettera con la lista dei documenti che avrei dovuto presentare per l’interview per il National Insurance Number da sostenere il 21. Avevo, infatti, il 9 fatto la famosa telefonata per prendere l’appuntamento e ora mi era arrivata la conferma dello stesso. Vi dirò che ero un po’ in agitazione per quest’intervista, come lo sono sempre dinanzi a tutto ciò che è burocrazia. Devo dire che questa volta l’ansia ci aveva visto giusto, ma di questo vi parlerò più avanti.

Quello stesso giorno sono per la prima volta andata in un pub con i compagni e docenti del corso di inglese. Una delle ragazze del corso avanzato tornava in Francia e aveva invitato tutti noi della chat e i docenti per un saluto generale. E’ stato un tardo pomeriggio davvero carino, anche se seguirli nel loro  inglese per me è stata un’impresa. Così come tenere il conto delle birre!

Io non sono solita bere. Sì, lo ammetto, non impazzisco per il sapore della birra e neppure per il vino e non sopporto le bibite gassate. Vado ad acqua, per così dire. Ogni tanto una birra me la concedo, così come un bicchiere di vino, non sono certo una santa, ma non sarei mai capace di andare oltre quella. In questo pub, invece, non solo al tavolo al quale ero seduta, ma anche a quelli vicini vedevo le persone far fuori una pinta dopo l’altra e tenere botta. Che dire, io, che dopo una Corona già barcollo, li ammiro. Che poi per ottenere gli effetti di un’allegra bevuta a me basta non dormire come si deve e allora sai come, passate le 22 o, nelle situazioni ‘migliori’, le 21, inizio a ridere come una matta per un nonnulla?

Il giorno seguente, invece, mi sono tolta una soddisfazione che non ero riuscita a colmare nel primo viaggio turistico.

Uscita dallo studio dopo la seduta, straordinariamente effettuata di sabato, per gentile concezione dello spazio da parte della proprietaria, mi sono diretta al 7 di Craven Road. Spero che tra voi ci sia chi sa di cosa sto parlando e di chi sia il mitico personaggio che abita questo indirizzo.

Sì, amici e vicini, sto parlando di lui, il mitico Dylan Dog del genio Tiziano Sclavi!

Non ho avuto ancora modo di accennarvi al mio passato artistico… sì, ho fatto un bel po’ di cose nei miei quasi 38 anni di vita! Prima che a scrivere ho imparato a disegnare e in adolescenza mi sono cimentata nella creazione di piccole storie a fumetti. In quel periodo ero innamoratissima di Dylan, il detective dell’impossibile, e ho iniziato a disegnare fumetti copiando le vignette delle sue storie.

Nella posta degli albetti dell’epoca, chi andava a Londra e si recava al 7 di Craven Road diceva di trovarci un’agenzia di pompe funebri, cosa che era abbastanza in tema con le horror avventure vissute del nostro. Io, invece, sono stata piacevolmente sorpresa dal trovarvi il ‘Cafe Dylan Dog’, ovviamente gestito da Italiani. Benchè  non sia tipo da fermarmi nei bar, non ho potuto fare a meno di prendere un the, la bevanda preferita di Dylan. Che dire, è stara l’ennesima grande emozione di questo viaggio.

Nel pomeriggio, invece, sono uscita per la prima volta con Lella, una delle ragazze conosciute al corso di inglese. Abbiamo fatto un giro al St James Park e posso solo dirvi che questa ragazza è il mio mito. A 41 ha deciso di licenziarsi dal posto di lavoro a tempo indeterminate nella piccola azienda in provincia di Brescia e trasferirsi qui. E’ a Londra da maggio e trovo sia stata coraggiosa, sebbene lei di definisca pazza. Come dice il cappellaio matto, però, ‘I migliori sono matti!’. Lei ha avuto il coraggio di togliersi da una situazione opprimente per seguire un sogno e le auguro di trasferirsi definitivamente qui, come lei vorrebbe fare.

Per me non è facile trovare persone con le quali trascorrere piacevolmente il tempo, è devo dire che Lella è stata una bella scoperta. Si possono passare anni in una città, incontrare tante persone, credere che alcune di queste siano amiche e scoprire, in seguito, di aver preso un granchio e poi conoscere persone fantastiche come lei in un altro stato. Mi chiedo se a incontrarsi in Italia, nella propria zona di comfort, sarebbe scattata questa stessa intesa e se non sia l’essere state entrambe a Londra, sole e con progetti e speranze, non abbia rafforzato la cosa. L’ambiente, in fondo, fa la differenza.

E’ stato anche l’incontro con queste persone, Lella e Chiara in particolare, che mi ha fatto rendere conto di come il tempo stesse passando. Mi sembrava di avere troppe cose ancora da vedere e poco tempo, da dividere tra queste avventure e le uscite con le amiche.

Ho iniziato a chiedermi se davvero mi bastasse un mese e se, in realtà, non volessi stare lì più a lungo. In sintesi, ho iniziato a maturare il serio desiderio di restare a Londra. Desiderio che, da una parte, può anche essere rinforzato dal non voler tornare ai casini, alle preoccupazioni, alla routine lasciata a Torino. Grande, però, è anche il desiderio di realizzare questo sogno legato al lavoro. Già allora vedevo Londra come una boccata d’aria, uno stimolo ad andare avanti, continuare a sognare e a crederci sempre.

E come tutti i sogni, la Brexit sembra essere quella sorta di demone cattivo che sta lì in agguato pronto ad infrangerli. Io, però, non voglio farmi condizionare. Certo mi sto muovendo per presentare più documentazione possibile prima del fatidico termine del 31 ottobre, sarebbe assurdo non farlo, ma voglio pensare al mio progetto e non lasciarmi abbattere da tutte le notizie che giungono in merito a questa cosa.

Voglio continuare a sognare di volare, come feci la mattina della domenica post ferragosto. Non era proprio volare, ma più in nuotare in aria. Facevo un salto, un passo lungo e poi nuotavo felice nell’aria, tra la gente che camminava frenetica.

Volare senza peso nè pensieri, felice solo di riuscire a farlo.

L’amico ritrovato

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Oggi ho avuto l’occasione di iniziare una nuova collaborazione a Torino! Una strana coincidenza… ma ormai queste si sprecano nella mia vita da cinque mesi a questa parte.

Devo ringraziare Emma, la mia english teacher, che ha fatto il mio nome alla direttrice della scuola privata materna-primaria nella quale lavora. Necessitavano di incontri di supervisione per le insegnanti… ed eccomi qua! Dove sta la coincidenza? E’ una scuola bilingue italiano-inglese e, dal momento che alcune insegnanti non parlano italiano, mi ritroverò a tenere la supervisione… in english!

Londra qui non c’entra nulla, ma questa lingua sì. Pare proprio debba impararla e fare pratica con queste supervisioni mi tornerà utile per il progetto di promozione dei gruppi di ginnastica gestanti in UK. Come vedete tutto serve a tutto e il cerchio si chiude. Quindi annuncio con gioia questa fresca collaborazione con la Top Kidz!

Ci siamo lasciati ieri con la decisione di come e soprattutto dove trascorrere il ferragosto. Minstead, New Forest, alla ricerca della tomba di Sir Arthur Conan Doyle.

Ho passato i due giorni precedenti a cercare informazioni su dove questa fosse e le ho trovate sul sito Toscana libri. Il mio obiettivo ferragostiano sarebbe stato il cimitero parrocchiale di tutti i santi della piccola cittadina di Minstead. Avrei dovuto prendere il treno e fare un lunghissimo tragitto a piedi. Il sito era abbastanza chiaro su dove fosse questa parrocchia e dalla mia avevo San Google Maps, quindi non potevo fare altro che andare!

La mattina del 15 agosto si è presentata soleggiata e di belle speranze. Armata di zaino, viveri e scarpe da tennis ho iniziato l’avventura raggiungendo la stazione di Chaplam junction dalla quale ho preso il treno che mi avrebbe portata a Totton.

Avete mai preso un treno UK? Sono spettacolari!! Spaziosi, puliti, comodi. Non fossi stata emozionatissima mi sarei potuta comodamente abbioccare per l’ora e mezzo di viaggio. Invece sono rimasta ad ammirare il panorama e quando sono arrivata a Totton nell’aria c’era il profumo del mare non troppo lontano.

Da lì, San Google Maps mi ha aiutata a trovare la strada per Minstead attraverso la bellissima New Forest. Sono state due ore di marcia, la prima, purtroppo, trascorsa a bordo strada con macchine che sfrecciavano veloci.

Quando, finalmente, sono entrata in questa foresta da fiaba, il verde e il silenzio presenti mi hanno ripagata dell’ora trascorsa nel traffico. Mi è balenata lì, mentre mi addentravo in questa foresta, l’idea di andare a Nottingham. Purtroppo non sono riuscita a realizzare questo viaggio, che metto volentieri nella lista delle cose da fare.

l’opera di una bambina, penso: la casetta di alcuni pupazzetti ricavata nella radice di un albero

New forest scorreva tranquilla sotto i miei piedi.

Non mi sarei stupita più di tanto se avessi visto un folletto sbucare da un albero, o unicorni attraversarmi la strada. Mi sono lasciata avvolgere da questa atmosfera magica.

Temevo di non riuscire a trovare la chiesa, dal momento che, una volta giunta a Minstead, non ho trovato alcuna indicazione. Pensavo, dal momento che Sir Doyle non è propriamente uno sconosciuto, che ci sarebbero stati cartelli che riportavano la presenza della sua tomba. Invece non ho trovato nulla di simile. Per fortuna l’occhio mi è caduto sulla schermata di Google Maps proprio sul nome della chiesetta di ogni santi, non troppo lontana dal percorso che mi stava suggerendo.

Non c’era nessuno nella chiesa e neppure nel cimitero.

Sono entrata in questo angolo di paradiso avvolto dal silenzio e dal vento che faceva cantare le chiome degli alberi. E proprio vicino ad una quercia, dalla parte opposta rispetto all’ingresso del cimitero ho trovato al tomba del padre di Sherlock Holmes.

Inutile dirvi che mi sono sciolta in lacrime. Mi sono seduta alla panchina lì vicina e  sono rimasta a contemplarla credo per un’ora.

Ha scelto un posto davvero fantastico dove riposare insieme all’amata moglie Jean. Se ne vedono tanti di questi cimiteri parrocchiali, alcuni dalle lapidi l’una quasi a ridosso dell’altra, in rettangoli di terreno non molto ampi. Questo cimitero, invece, e grande e soprattutto si affaccia su un ampio spiazzo verde. C’è una bella atmosfera di pace e serenità.

La pipa, oggetto molto amato da Sir Doyle così come da Sherlock Holmes

Piccoli doni di ringraziamento

E’ una tomba molto semplice, con la lapide corrosa dal tempo. Una vecchia pipa è adagiata alla base, proprio sopra l’epitaffio. Sul retro alcuni seguaci hanno lasciato dei doni e ho contribuito anche io, lasciando un piccolo cuore rosso.

Le avventure di Sherlock Holmes hanno scandito il tempo della mia infanzia. Posso dire di essere cresciuta con lui e ritrovarmi dinanzi alla tomba dell’uomo che ‘gli ha dato vita’ è stato come incontrare un lontano parente mai conosciuto ma comunque molto amato.

L’epitaffio inizia con due versi di un poema di Robert Louis Stevenson e recita:

Steel true                                                                                                              Blade Straight                                                                                                      Arthur Conan Doyle

Knight Patriot, physician & man of letters

22 May 1859 – 7 July 1930

And his beloved his wife                                                                                       Jean Conan Doyle

Reunited 27 June 1940

(Acciaio puro/Lama diritta/Arthur Conan Doyle/Cavaliere, Patriota, medico e uomo di lettere/ 22 maggio 1859 – 7 luglio 1930/ E la sua adorata moglie/Riuniti il 27 giugno 1940)

E’ stato difficile alzarmi da quella panchina.

Sarei rimasta ore lì, avvolta dal vento, dal canto delle chioma della grande quercia alle mie spalle, dall’ampio respiro di questa distesa verde. Il ritorno, però, sarebbe lungo e la giornata stava per volgere al termine. Ho salutato Sir Doyle come un vecchio amico al quale si deve tanto e ho lasciato il cimitero. Prima di rimettermi in marcia mi sono fermata in una locanda lì vicina a bere un sidro di mele. Avevo bisogno di rimettere insieme i pezzi di me sparpagliati un po’ ovunque dalle tante, troppe emozioni vissute in così pochi giorni. Stavo facendo indigestione e in effetti il sidro mi è rimasto sullo stomaco.

Il viaggio di ritorno, come sempre accade, mi è sembrato più breve. Sono arrivata a Totton, devo ammettere, con un po’ di stanchezza in corpo. In fondo, in quella prima metà del mese non ho fatto altro che macinare una media di 20km al giorno.

Dalla stazione di Chaplam Junction ho preso l’overground che mi ha portata all’underground, che mi ha portata al bus, che mi avrebbe portato a casa… che al mercato mio padre compro! Per le 9 pm, insomma, sono riuscita a rientrare nella mia stanza dopo una gita lunga 13 meritatissime ore!

E lì, sdraiata sul letto, con le gambe piacevolmente dolenti ho realizzato che ero giunta a metà dell’avventura: mi restavano ancora 15 giorni da trascorrere a Londra.

Il cuore mi si è stretto un pochino…

Cammina, cammina…

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Oggi sono più ubriaca di sonno del solito. C’era vento forte stamattina in London e il volo non è stato dei migliori, quindi non sono riuscita a dormire. In più, il pilota si è esibito nell’acrobatico atterraggio con rimbalzo, cosa che ha portato la ragazza seduta accanto a me a fare veloce il segno della croce ben tre volte!

Ieri il centro di Londra era bloccato per l’Extinction rebellion, manifestazione pacifica contro l’inquinamento del pianeta. Trafalgar Square era un’accampamento di tende e c’era tanta polizia nelle strade. Diciamo che, oltre che alle cause pro ambiente, questa chiusura del centro è tornata utile anche a me, dal momento che la navetta non ha fatto fermate intermedie raggiungendo diretta la Victoria coach station.

Nonostante le nuvole e un po’ di pioggerellina pomeridiana, la sera si è levato un vento caldo che mi ha fatta rimpiangere nuovamente del mio abbigliamento invernale.

La pioggia mi ha riportata alla mente le prime due settimane londinesi di agosto, dove è piovuto i lunedì, mercoledì e venerdì e c’è stato sole pieno martedì e giovedì. Pioggia, vento e giornate grigie e cupe capaci di mandarmi in vacca l’umore.

Ricordo che lunedì 13 è stato il giorno più difficile durante il quale è piovuto per tutto il tempo e ha fatto freddo, al punto che non avrei disdegnato avere con me un maglione in più e una sciarpa e di notte ho messo pigiama pesante, calze e pail. E’ così che ho scoprendo come a Londra ogni giorno sia climaticamente diverso dall’altro e come anche durante la giornata ci siano sbalzi termici incredibili.

Quel lunedì, quindi, una volta visto l’andazzo meteo, sono uscita tardi di casa e sono andata direttamente ad inglese. Mi sentivo avvolta da un’aura negativa e pessimista davvero pesante. Al punto da scrivere non solo a Simona ma anche a Laura, mia ex collega di Sassi e amica di lungo corso, chiedendo loro uno scossone e qualche sberla. Perché, ovviamente, l’andazzo climatico mi aveva portata a pensare quanto fosse tutto inutile e che non stessi combinando nulla, cosa ovviamente non  vera! Lunedì, però mi sentivo davvero sull’onda dell’inutilità e della solitudine cosmica.

Il giorno seguente, per fortuna, il sole allegro e caldo ha spazzato via il malumore e rinvigorito la piccola esploratrice. Dato che una giornata simile non la vedevo dal 4 agosto, ho preso lo zaino e mi sono detta: ‘Oggi si cammina!‘. Cosi sono scesa con la metro a Colliers Wood, la seconda fermata della Northern line, e, seguendo il Tamigi, ho camminato fino al ponte di Hammersmith. 9,9 km in mezzo al verde e accanto al fiume con paesaggi fantastici e cittadine carine!

Ovviamente, per concedermi un’escursione simile ho saltato inglese, cosa che per me, che non ho mai perso un lezione o giorno di scuola in vita mia se non per cause di forza maggiore, era l’ennesima bella novità. Quel sole meritava di essere elogiato!

Devo ammettere che non ho parlato per tutta la giornata…. ma in compenso, nel pit stop a Teddington richiesto dalla mia schiena, ho parlato con me. Mi sono detta: ‘Basta con questi cazziatoni! So bene qual è il mio demone e voglio sconfiggerlo!‘ In Analisi Transazionale, il demone è quel comando inconscio che ci tiene agganciati al copione. E’ la vocina dentro per cui, pur sapendo che fare quella cosa è dannoso, la si fa comunque e la si giustifica razionalizzando: ‘Non ne ho potuto fare a meno perché…’.

Durante quella sosta a Teddington, davanti alla torta al cioccolato più brutta che abbia mai mangiato, mi sono messa ad elencare mentalmente quanto ho fatto fin ora nella vita e come sia stata determinata nella realizzazione del ‘London plan’ che mi aveva portata ad essere ora intenta a quell’escursione.  Questo era la prova che se voglio davvero qualcosa sono in grado di ottenerla!!

Quando ho raggiunto il ponte di Hammersmith ho deciso di concludere la camminata più per il fatto che si stesse facendo buio che per altro. Avrei ancora camminato a oltranza, infatti. Mi sentivo una sorta di Forrest Gump della marcia. Ad ogni pit stop mi dicevo ‘Sono arrivata qui, posso ancora andare fino a lì’ ed è stato bellissim!

Queste elucubrazioni hanno pompato la mia autostima al punto che, mentre attraversavo l’Hammersmith bridge (sì, leggete questa frase sulle note di Gordie ;-)) ho deciso come avrei trascorso il ferragosto: sarei andata a Minsted nel New Forest a sud dell’Inghilterra, a rendere omaggio alla tomba di Sir Arthur Conan Doyle.

Era questa una meta alla quale avevo pensato già durante il ‘London plan’, per poterlo ringraziare per aver creato Sherlock Holmes. Ciò avrebbe voluto dire prendere il treno e spostarmi ancora di più da quella che potevo considerare casa qui a Londra. Andare in un luogo dove sarei stata ancora più sola. ‘Il sentirsi soli è solo una limitazione mentale’ mi son però detta scendendo alla metro, la pink line che per una settimana avevo preso con Simona e Stefania in quella prima settimana da turista che ha dato il là a tutto questo.

Esprimi un desiderio…

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Eccomi sul treno che mi porta per la quarta volta all’aeroporto di Caselle. Questa volta, grazie alla scelta casuale, ho vinto un posto in prima fila a bordo. 1C. Non ho ancora capito se mi piace…

È già un mese che pendolo! Come vola il tempo…

Ne stanno accadendo di cose, sia piacevoli che piccoli imprevisti e ritardi, e sto portando avanti la mia vita sia a Torino che a Londra. In patria fioccano collaborazioni, nuovi pazienti e si attivano corsi. A Londra piano piano il lavoro parte e porto avanti la burocrazia a questo legata, con lo spauracchio della Brexit sempre più vicino.

Con lentezza procedo, quindi nella realizzazione di un sogno, che non è solo questo inglese, nato a maggio 2019, ma quello più ampio e di lunga data della realizzazione dei miei progetti lavorativi.

A proposito di desideri e realizzazione, oggi voglio tornare con voi alla notte di San Lorenzo.

Mi sono resa conto che fosse la notte  dei desideri solo alla fine della mia prima uscita serale in London.

Nei giorni precedenti e quello stesso giorno mi ero data alla visita dei musei di Londra, che, cosa bellissima, sono gratuiti. Il 10 agosto in particolare ero andata a visitare il Museo di Scienze Naturali scoprendo dove i registi di Harry Potter hanno preso spunto per realizzare Hogwarts.

Ho fatto l’errore di scegliere il sabato per visitare questo museo. Se già il giorno prima al British Museum c’era una gran quantità di persone, quel sabato di agosto il Museo di Scienze Naturali sembrava essere stato preso d’assalto da orde di famiglie provenienti da tutto il mondo. Famiglie con bambini di tutte le età. Un mal di testa, amici e vicini…

Sono musei, questi, in cui ci si trascorre tranquillamente un’intera giornata e questo di Scienze Naturali, poi, è interattivo e pieno di attrazioni davvero intelligenti e ben fatte. Una pacchia per i bambini.

Una volta uscita dalla bolgia di questa fantastica Hogwarts, quindi, sono tornata a casa per prepararmi al mio primo sabato sera londinese.

Avevo ospitato nel 2016, quando ballavo Lindy Hop, Judy, energica sessantenne con più di quaranta anni di esperienza nel ballo. Era in occasione di un grande festival e già allora le avevo espresso il desiderio di venire a Londra. All’epoca pensavo solo come turista. L’avevo già contattata durante il ‘London plan’ perché sapevo affittasse stanze, ma purtroppo erano già tutte occupate.

‘If you want, there is a social dance every saturday’ mi aveva detto e, nonostante non balli più Lindy da anni, mi sono detta ‘Perché no?, anche perché rivederla mi avrebbe fatto davvero piacere.

Così mi sono armata di coraggio e sono uscita di casa alle 7.00 pm. Sì, perché, contrariamente che da noi, come vi avevo accennato, le serate a Londra iniziano presto. Nonostante questo, però, sono arrivata tardi.

Come sapete, abitavo a Sutton Green, zona 5. Per raggiungere Whitechapel, zona in cui si trovava il locale, dovevo prendere il famoso 154 e l’altrettanto nota Northern ‘black’ line. Un totale di un’ora e mezza di viaggio… quanto Torino – Londra, per capirci.

Armata di coraggio, dicevo, perché mi spaventava un po’ l’idea di girare per una città sconosciuta di notte, magari ritrovandomi a scoprire la metro chiusa o il bus che non passa. Ragionamenti all’italiana e limitazioni che ho subito perso.

Judy mi aveva mandato per rassicurarmi, santa donna, gli orari dei mezzi che avrei usato e così ho scoperto che il 154 viaggia H24, mentre il venerdì e il sabato la Northern anziché chiudere alle 00.45 prosegue per tutta la notte!

Quella prima uscita è stata vissuta con tensione, sia per la novità del muoversi di notte che per il tornare in un ambiente legato al ballo. È stata davvero una bella esperienza che ha sdoganato le uscite notturne, portandomi, da allora, a non rincasare mai prima di mezzanotte. Pensate alla gioia della piccola esportatrice che era in me nello scoprire quante cose in più avrebbe potuto vedere e scoprire grazie al prolungamento dell’orario!

Per quanto riguarda la sicurezza nel girare di notte a Londra, penso che, come dappertutto, sia importante per prima cosa usare il buon senso. Poi, è talmente sottoposta all’occhio del Grande Fratello che è difficile fare qualcosa senza essere beccati dalle telecamere sparse ovunque. Di notte, poi, c’è gente in giro quanto che di giorno. Anzi, la Northern è persino più affollata.

Io l’ho trovata sicura, anche se devo dire che non sono mai stata oltre la mezzanotte in un locale o per le strade del centro a causa dell’ora e mezza di viaggio per tornare a casa. Ho fatto un po’ come Cenerentola, insomma.

Ero, appunto, alla fermata del 154, in attesa dell’ultima parte del viaggio verso casa, quando mi sono accorta che fosse la notte delle stelle cadenti.

Ricordo che da piccola speravo tanto di vedere una Stella cadente per poter esprimere un desiderio. Ne ho viste poche, purtroppo, e ci sono sempre rimasta male, sia per non riuscire a vederle sia perché poi il desiderio non si avverava.

In quella prima notte a spasso ho capito di stare già vivendo un desiderio e di stare avverandolo. È così che funziona: bisogna decidere di far sì che si avverino i nostri desideri. Come dice Judy: ‘You want, you find!’

Per quel che ho capito dalla mia esperienza, a poco serve stare lì a desiderare se poi non si ha il coraggio di agire. Certo, bisogna ‘lanciare all’universo la richiesta nel modo corretto’, il che vuol dire credendoci ed essendo in una predisposizione d’animo positiva. Bisogna nutrire di energia positiva il nostro sogno, seguendo il proprio intuito e la corrente delle occasioni che ci si propongono.

Eppure, nonostante questo, in quella notte di desideri per la prima volta da che mi trovavo a Londra mi sono sentita sola.

A Torino la routine mi porta a incontrare tante persone per lavoro e a stare nei miei luoghi, con i miei amici e familiari.

A Londra, invece, mi sono ritrovata ad avere tanto tempo da impiegare come volevo ed ero a tutti gli effetti sola. Se questo non dover rendere conto a nessuno, come vi dicevo era galvanizzante, quella notte mi ha portato al cuore un senso di solitudine. Sherlock mi mancava tanto. Lui mi è mancato dal primo giorno, ma ora sentivo la mancanza dei miei familiari e anche delle persone amiche.

A Londra ero sola. Sola veramente e, sebbene io ci stia bene nella mia solitudine, mi sono trovata a pensare a come sarebbe stato bello passeggiare col mio cane per quelle strade, condividere queste avventure ed emozioni con lui e con qualcun altro. È  tutto qui, in fondo: il bisogno di condivisione. Certo lo colmano condividendo foto su Facebook o via chat con Simona e e-mail con Maria Cristina, ma la presenza fisica è altra cosa e me ne stavo rendendo conto. Parallelamente, però, questa notte di desideri e questa solitudine mi hanno permesso di scoprire anche quanto importante sia vivere in prima persona le esperienze, condividerle con i propri sensi godendo del qui ed ora.

Che dire, penso che quella notte abbia realizzato il mio più grande desiderio: essere libera a 360°