L’importanza delle piccole ‘cose’

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Come state? Spero bene. Io ammetto di essere stanca. Lavorare tra Torino e altri paesi dal lunedì al mercoledì e poi pendolare su Londra sta facendo effetto sulle mie energie. Certo la mia cronica insonnia, amica che mi accompagna dalla nascita, non aiuta.

Quindi: melatonina e vitamine! Anche perché, benché faticosa, questa vita mi piace :-).

Questa settimana sarò a Londra anche venerdi. Semplice strategia per acquistare un biglietto più economico, dato che quello di rientro al venerdi costava troppo.

Ne approfitterò, se il tempo sarà bello, per passeggiare, oppure, in caso di pioggia, andrò al London Museum.

Mentre vi scrivo sto osservando un’ape in difficoltà sul pavimento del treno per l’aeroporto. Non riesco a distogliere l’attenzione dal modo in cui con tutte le sue forze sta cercando di rimettersi in piedi. È possibile che io, un po’ per indole e un po’ per deformazione professionale, sia così sensibile da entrare in empatia persino con un’ape. Non posso, però, fare a meno di chiedermi comunque come si possa restare indifferenti dinanzi all’altrui malessere o difficoltà.

Purtroppo, sempre più spesso raggiri da parte di umani partono da una richiesta di bisogno fasulla e quindi ci può stare la diffidenza. Ammetto che mi viene spontanea l’empatia con un’ape, mentre dinanzi ad un umano l’occhio clinico valuta se c’è sincerità o meno prima di intervenire. Penso si chiami istinto di autoconservazione e con i tempi che corrono è bene tenerne da conto.

E sono proprio questi tempi che corrono che mi portano qui a riflettere su quell’ape e sulla sua agonia.

Non sono tipo da trattare di tematiche politiche perché non ci capisco nulla, ma qualcosa posso dire su quelle sociali. Ecco, io non ce l’ho più fatta e,  prossima all’arrivo alla fermata dell’aeroporto, ho preso il biglietto e l’ho messa su questo. Forse sarebbe morta comunque, ma  sono esserini forti e io non sono nessuno per decretarne la morte irrimediabile, né per stabilirne le capacità di recupero. E comunque, meglio morire su un pezzo di prato che schiacciata nell’indifferenza generale.

Inutile dirvi che il gesto non è passato inosservato. C’era chi sorrideva intenerito e chi rideva per la stranezza del mio gesto. Ho smesso, però, da un pezzo di preoccuparmi del giudizio della gente. Guardavo quest’ape che, nel tempo che il treno ci ha messo a giungere alla fermata, si è rimessa dritta sulle zampette.

Quando siamo scesi purtroppo mi è caduta e l’ho dovuta recuperare di nuovo. L’ho lasciata in un agolino tranquillo, dove il rischio si essere calpestata è minimo e spero abbia avuto modo di riprendersi. Io ho fatto il mio pezzo, ora tocca a lei.

Ecco, questo è, secondo me, un po’ il senso dell’empatia e, se vogliamo, anche della terapia psicologica.

Proprio come questa piccola ape, è possibile che ci capiti di trovarci  in difficoltà, in un luogo sconosciuto nel quale forse ci siano pure finiti per caso. È possibile ritrovarsi nell’indifferenza generale, tra persone troppo prese da loro stesse e alle quali la nostra difficoltà può pure dare fastidio.

In momenti simili, l’incontro con una persona che non resta indifferente può essere salvifico sotto molto aspetti. Questa persona non deve neppure fare chissà quale cosa. Basta anche solo che si renda conto del nostro malessere e ci sostenga anche solo per un breve periodo. Che ci aiuti a uscire da quella situazione nella quale ci sentiamo scomodi e che può essere per noi simile ad un’agonia.

Nei pazienti che incontro a Londra ritrovo spesso questo senso di spaesamento, questo chiedersi se stiano facendo la cosa giusta. Faticano a tenere il passo in una città che può dare tanto, ma che richiede a volte pure troppo in cambio.

Faticano a relazionarsi con una popolazione e una cultura diversa e arrivano, alcuni di loro, col bisogno urgente anche solo di poter parlare con un connazionale che li ascolti. Perché chi come loro si è trasferito è possibile non abbia il tempo, la voglia o la forza di stare loro accanto e chi è rimasto in patria lo si protegge raccontando la classica bugia del ‘Va tutto bene’.

Ecco, io penso che si stia perdendo la capacità di essere empatici in favore della chiusura e della diffidenza sempre più forti. Ovvio, ci sono delle eccezioni, come coloro che sorridevano inteneriti, bloccati nell’agire come me per timore del giudizio e forse pure di essere punti da quella piccola ape.

Inizio questo pendolo con questa piccola metafora e questa riflessione. Sono tempi duri, che rischiano di tenderci, ma è nella capacità di restare flessibili che possiamo trovare la salvezza.

🙂

Sold out!

Bentrovati, amici e vicini!

Vi rendete conto che gennaio è già a metà? Come vola il tempo!!

Ok, come inizio è un po’ banale, ma davvero non mi ero resa conto fossimo già alla metà. Penso sia perché la prima settimana l’ho trascorsa in vacanza. Devo averla registrata come una luuuunga domenica e per questo mi sembra che questo mese sia più corto.

Veniamo alle cose serie!

Vi ricordate l’applicazione che avevo inviata all’Hcpc (l’ente che regola i professionisti sanitari in Uk) alla fine di novembre? L’altro ieri, poco prima di uscire di casa, mi ha citofonarto il postino per una raccomandata. Ero già felice del fatto di essere riuscita a farmi trovare in casa e non dover andare a recuperarla alla posta, vi lascio immaginare, quando ho visto che era dall’Hcpc, che salti di gioia che ho fatto!

Poi, però, la apro e mi dicono che l’applicazione è incompleta. Manca la validazione del passaporto.

Ok, mi spiego meglio. Come vi raccontai un po’ di articoli fa, quando si applica per il riconoscimento dei titoli bisogna far tradurre tutti i documenti e inviare copia di questi e la traduzione timbrata da un traduttore inscritto nelle liste dei traduttori certificati per questo tipo di riconoscimenti. Così ho fatto per i documenti ricevuti dal ministero dell’istruzione circa l’abilitazione alla professione, il conseguimento dei titoli e il good standing. Non avevo capito di doverlo fare anche per il passaporto! Pensavo bastasse la copia, dal momento che è lo stesso documento che presento per entrare nel paese.

Invece no! Devo farlo tradurre e timbrare. Ho preso, quindi, di nuovo contatto con Lara Barnet, che tradurrà anche questo documento e per la fine del mese invierò nuovamente l’applicazione e spero vada bene. Ve l’ho già detto che odio la burocrazia?

Altra cosa che si dovrà affrontare, ma lascero che si parlino tra professionisti, è la questione dichiarazione dei redditi Uk in quella italiana…

A proposito di questo, il lavoro sta esplodendo a Londra. Come vi dicevo, tra fine dicembre e questa prima settimana lavorativa di gennaio ho riempito tutte le ore a disposizione.

Sì, amici e vicini: sono sold out!

Tanto che lunedì mattina per la prima volta ho dovuto dire a una persona che mi ha chiamata per un primo incontro che non posso riceverla perché non ho più ore disponibili!

È stata una strana sensazione…..

Sì, qui in Italia ho tanti impegni che mi portano a fare i salti mortali per trovare posto ai pazienti (presenti e nuovi) ma ci riesco. Lì, invece, devo scontrarmi con la realtà di avere a disposizione solo un pomeriggio. Le ore sono quelle, non posso moltiplicare e devo sperimentare la frustrazione di dire ‘Mi spiace, non posso’. Direi che è un ottimo banco di scuola 🙂

Dal momento che a marzo mi fermerò anche il venerdì per il corso di ginnastica gestanti che sto progettando al pomeriggio con lo Zenyoga di Brixton, e che mi auguro parta, penso che chiederò al Bonnington qualche ora per poter sfruttare la mattina. Penso sia buona cosa avere anche la possibilità di usare una mattina, per coloro che il pomeriggio non possono.

Quindi sono qui che mi appresto a prendere prima il treno, poi l’aereo e poi il bus per raggiungere Londra e i miei 6 pazienti.

Come potete vedere, tutto è possibile se lo si vuole veramente:-)

Alla prossima:-)

Che il 2020 abbia inizio!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Come è stato per voi l’inizio di questo nuovo decennio?

Io, come sapete, ho avuto la possibilità di trascorrere Capodanno e i primi giorni di questo nuovo decennio a Firenze, città fantastica nella quale non basterebbe stare un mese per dire di aver visto tutto.

È stata una scarpinata per musei tanto soddisfacente quanto stancante e devo dire che non mi sono ancora ripresa. Avrei bisogno di una vacanza! Confortante, se si pensa che il 2020 e’ appena iniziato e con lui tutti gli impegni….

Già dal 7, come tanti altri di voi, ho ricominciato a lavorare, muovendomi tra Torino e Grugliasco sulla mia fedele bici nel freddo gelido di gennaio.

Ora eccomi qui, alla stazione Madonna di Campagna in attesa del treno per l’aeroporto. Oggi si torna a pendolare:-)

Devo dire che mi è mancata Londra e questa routine di viaggi.

Devo dire che non giova alla tranquillità aver iniziato con la minaccia di una terza guerra mondiale.

Penso di non essere la sola alla quale si è chiuso lo stomaco nel sentire la notizia di quanto successo e, soprattutto, quanto questo può scatenare. E pensare che fino a metà del mese scorso la mia preoccupazione era legata all’uscita o meno dell’Inghilterra dall’Europa….

Voglio, però, essere ottimista, sperare nel buon senso degli esseri umani (e sì, sono una che crede ancora che le persone possano saper usare ragione e sentimenti) e portare avanti i miei progetti.

E ne sono talmente tanto desiderosa che stanotte ho sognato in inglese e al mattino sono uscita di casa un’ora prima, ricordandomi solo una volta in stazione che sono solita prendere il treno delle 8.17 perché l’aereo è alle 10.15…

Sì, Londra mi sta chiamando. Di nuovo. E io rispondo, benché abbia nel cuore il leggero timore di trovare una città diversa. Come se questo grande cambiamento che sta per verificarsi possa renderla ostile. Non so fino a che punto sto romanzando la cosa, facendomi del male in modo masochista. Credo di essermi fatta contagiare dal clima di terrore, io che cerco di lasciare fuori da me questo genere di cose, sapendo quanto siano inutili e deleterie.

Devo accettare il mio essere umana, con tutto ciò che comporta.

In questo mood ballerino giungo all’aeroporto.

Voglio concentrarmi su ciò che mi permette di dire che il 2020 per me sta iniziando bene. Si confermano le collaborazioni. La prossima settimana ne inizierò una nuova e avrò anche la mia prima paziente a Chivasso. Anche sul fronte Londra le cose vanno alla grande, con nuovi pazienti in arrivo per un primo colloquio.

Nonostante il mondo tremi attorno a me (attorno a tutti noi, mi zento di dire), credo che sia tempo di includere tra i buoni propositi del nuovo decennio anche qualcosa che riguardi la vita privata.

Non si vive di solo lavoro, dopotutto…

🙂

2019: la fine di un decennio

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Come state? Avete smesso di rotolare dopo i bagordi di Natale? Su, su che tra poco si parte col secondo round per il cenone!

Fino a due settimane fa non avevo particolari progetti per Capodanno. Una mia vicina, anche lei con il cane, mi aveva proposto di andare da lei a Rapallo, giusto perché sparano meno botti.

Poi, Simona mi ha detto di essere sola per l’ultimo dell’anno. Si è trasferita in una nuova casa a Firenze ed era certa che avrebbe trascorso la serata sul divano col cane a guardare qualcosa su Netflix.

Lì mi è venuta l’idea folle. È da quando si è trasferita che dico di volerla andare a trovare a Firenze e così le ho detto: “E se io, Sherlock e Piero” ti venissimo a trovare?”.

Ha accettato con entusiasmo e il giorno dopo con fratello e cane sono andata a porta Susa a fare i biglietti. Prenderemo i regionali (3 cambi all’andata e 2 al ritorno) e il 6 ore saremo a Firenze!

Devo dire che non sto più nella pelle dall’emozione! Piero, da bravo scultore, ci farà da Cicerone e abbiamo già prenotato un sacco di visite.

Mi preoccupa un po’ il viaggio col cane, ma allo stesso tempo mi diverte. Mi piace portare Sherlock in giro per nuove avventure ed emozionanti casi da risolvere!

Siamo appena partiti d port nuova per la prima tappa che si concluderà  a Genova Brignole. Non potevo spezzare la tradizione che ormai si è instaurata di scrivervi in viaggio!

Mentre il treno ci culla ripenso a questi ultimi 10 anni. Sì, perché col 2019 non si conclude solo un anno ma un intero decennio!

Ne sono successe di cose in questo 10 anni!! Ci pensavo giusto ieri sera….

Nel 2011 mi sono laureata Dottoressa in Psicologia Clinica, concludendo il percorso universitario, quello che avevo deciso di tentare guardando un film. Sì, ero sul divano di camera mia a casa dei miei e guardavo ‘L’esercito delle 12 scimmie’ quando mi sono detta, ‘Ma sì, quasi quasi tento il test d’ingresso della facoltà di Psicologia’. Ebbe tutto inizio da lì e in questo decennio ho concluso i miei studi psicologici. Quelli canonici, almeno.

Il 2011 e’ stato anche l’anno in cui ho adottato i miei due gatti, Jackie e Bonnie, che ancora oggi, per fortuna, rendono interessanti le mie giornate. Nello stesso anno ho anche iniziato a nuotare seriamente e sono passata dalla terapia personale individuale a quella di gruppo, esperienza che mi ha arricchita molto e mi ha aiutata nel lungo percorso di analisi personale. Contemporaneamente, ho iniziato il tirocinio post laurea presso la Scuola di Psicodramma Moreniano, altra esperienza di gruppo con futuri colleghi, tutti uniti nell’arduo compiuto di passare l’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione.

Esame che ho superato nel novembre 2012. Anno, questo, in cui ho iniziato i corsi di yoga madre-bimbo e ginnastica dolce per adulti,  ho preso in affitto il mio abituale studio e ho dato l’esame del Master in Arteterapia e Musicoterapia.

È stato, però, anche un anno di grande stress. Mio padre ha subito un un’intervento delicato in luglio, proprio mentre io davo la prima prova scritta dell’Esame di Stato. Sempre nella stessa estate ho avuto un bruttissimo incidente con lo scooter, che ha posto fine alla mia carriera da centauro. Ricordo che ero lì, al pronto soccorso del Maria Vittoria, con dolori allucinanti, la consapevolezza di mio padre all’ospedale e della biglietteria della Stazione Sassi-Superga, nella quale lavoravo, che sarebbe rimasta scoperta dei miei turni, oltre che di quelli della collega in maternità, in un periodo, quello estivo, di grande affluenza.

Li ho avuto la certezza di non aver passato l’Esame e così, infatti, è stato. L’ho ridato a novembre, col timore di dover rifare un anno, e non più soli sei mesi, di tirocinio post laurea in caso avessi fallito e, di conseguenza, non poter iniziare la scuola di specializzazione. Sì, se le cose che faccio non sono immerse in una buona dose di stress non sono felice…

Questo incidente in moto mi ha portata alla guida della mia prima Smart!  Benché mi abbia danneggiato la schiena e privata del mio mezzo di locomozione principale e amato, questo incidente mi ha permesso di capire che la persona che avevo accanto non era quella giusta. Da lì è iniziata una lunga crisi che mi ha portata nel 2013 a chiudere quella storia dopo quasi 7 anni.

Il 2013 e’ stato l’anno dell’inizio della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitico Transazionale, ma anche del licenziamento, dopo 7 anni, dalla biglietteria della stazione Sassi-Superga. Da allora ho iniziato a lavorare come libera professionista, aprendo, in aprile, la partita IVA.

Nel 2014 mi sono riavvicinata alla meditazione dopo molto tempo, prendendo il primo e il secondo livello di Reiki, esperienza che mi ha permesso di lavorare ancora di più su me stessa e capire, anche, chi tra le persone che mi circondavano non erano propriamente giuste per me.

Il 2014 e’ stato l’anno senza estate, vi ricordate? Ebbene, in quella non-estate ho fatto la mia prima vacanza da sola a Caorle. Tre giorni consecutivi di pioggia a catinelle trascorsi prevalentemente in hotel…

Nel 2015 per la prima volta ho portato un pezzo al seminario di Lavarone sul mio lavoro con lo yoga in gravidanza e con le mamme e bimbi per la prevenzione e cura della depressione post parto. Esperienza emozionante che mi ha portata anche al mio primo viaggio in camper in compagnia di due colleghi.

È stato anche l’anno in cui ho fatto il mio primo lungo viaggio all’estero: 14 giorni in Turchia, tra Cappadocia e Antalia, insieme a Maria, ex collega della biglietteria.

Non andavo seriamente in vacanza dal 2001 e ricordo che ero cosi stanca che sono crollata addormentata sul volo di andata.

Sempre nel 2015 ho iniziato a tenere i corsi di ginnastica gestanti e yoga mamma-bimbo a Chivasso, nello studio della mia collega Maria Giovanna. Da allora ho iniziato a promuovere questa attività un po’ ovunque, cercando spazi sempre nuovi dove poterla svolgere e incontrando tante gestanti e mamme e bambini.

Sempre in questo anno ho iniziato a ballare Lindy Hop, esperienza che mi ha permesso di scoprirmi ballerina, cosa che, purtroppo, alla mia schiena non è piaciuta e che mi ha portata, nel 2016, a interrompere.

Nel 2016, con una proposta imprevista da parte di Valentina, amica e (ormai ex) maitresse del ristorante Stazione Sassi, ho avuto modo di andare a Minorca. È stato anche l’anno in cui ho iniziato a dividere la studio con una collega.

Nell’estate del 2016 si sono anche conclusi due percorsi importanti: la Scuola di Specializzazione e il percorso di terapia personale.

Il 2017, invece, e’ iniziato con il corso Re Heart per diventare operatrice e istruttrice di primo soccorso, percorso che mi ha permesso di insegnare.

È stato l’anno in cui Sherlock è entrato nella mia vita! Il mio dog consulente, con il quale quel primo anno di convivenza è stato difficile e bellissimo. Grazie a lui ho incontrato gli amici dell’area cani della Pellerina, tra i quali Simona.

È stato anche l’anno di un altro viaggio a sorpresa accettato al volo e proposto da una collega: la meta è stata Malta.

Il 2018 mi ha vista viaggiare con Sherlock, andare con lui in montagna, perderlo per due giorni e perdere 20 anni di vita! Con lui e Simona siamo andati a Ferrara, Bologna e Molinella da mio cugino Paolo.

È stato l’anno del cambio di studio a Chivasso e della nuova collaborazione con Villa Iris per i corsi di ginnastica gestanti e yoga mamma-bimbo.

In settembre, poi, sono tornata a Terrasini, paesino della provincia di Trapani nel quale trascorrevo le vacanze estive durante l’infanzia e l’adolescenza.  Viaggio fatto con l’intera famiglia in occasione dei 50 anni di matrimonio dei miei zii.

È stato anche l’anno in cui, facendomi coraggio, ho iniziato a pubblicare racconti su un sito, riscuotendo un successo incoraggiante!

E arriviamo a questo 2019, iniziato con un viaggio a Parigi con Simona e mio fratello. Forse proprio perché è iniziato cosi, il viaggio è stato il tema principale. È stato, infatti, a seguito del viaggio fatto a Londra in aprile con Simona e Stefania che ho deciso, come sapete, di iniziare questa avventura da pendolare. Paradossalmente, proprio mentre pensavo a come organizzare il lavoro a Londra, la situazione lavorativa ormai in stallo a Torino e Provincia si è sbloccata! Sono infatti fioccate le nuove collaborazioni col baby parking ‘Hakuna Matata’ di Grugliasco per le ginnastiche e con ‘PerFamily’ per i corsi di formazione in primo soccorso.

Cone vi dicevo, sto concludendo questo anno in viaggio, giusto per tenere fede alla piega che ha preso.

Dieci anni sono tanti, ma trascorrono in un soffio. Sono accadute davvero tante cose: tante sono finite, tante sono iniziate. Ho incontrato e perso persone, la maggior parte in modo non proprio piacevole.

Ho imparato tante cose, soprattutto su me stessa. Quest’ultimo anno, poi, con i suoi risvolti sorprendenti, mi ha aiutata a capire che devo fidarmi del mio intuito e seguire la corrente.

Ora sono qui, curiosa di vedere cosa mi porterà questo nuovo anno che si apre su un nuovo decennio.

Auguro a ognuno di voi di trascorrere serenamente e in allegria questa serata. Che sia la prima di una lunga serie di nuovi spettacolari giorni

🙂

Buon Natale a tutti Voi!

Bentrovati, amici e vicini! 🙂

Tra tre giorni sarà Natale e ho già smaltito un paio di cene natalizie con amici e allieve. Ora tocca affrontare quella in famiglia… cercherò di uscirne vincitrice e senza troppi chili in più! Auguro a tutti voi di poter fare lo stesso!

Come avrete già appreso, BoJo ha vinto le elezioni in Uk e la Brexit sarà attuata. Non dovrebbe cambiare molto per quel che mi riguarda, o almeno ci sarà un tempo lungo per potersi adeguare. La cosa, però, mi scoccia abbastanza. Trovo una città della quale mi innamoro, progetto di lavorarci con la possibilità, pian piano, di stabilirmi lì e guarda che succede? Una sorta di ‘Promessi sposi’ con il BoJo vestito da bravo a dirmi che ‘questo matrimonio non sa da fare!’. Seccante tutto ciò…

Io, però, sono testarda e non demordo 😉

Volevo portare, però, oggi, la vostra attenzione su un argomento che mi ha fatto riflettere.

Avete notato l’andazzo che, negli ultimi anni, si sta verificando nelle comunicazioni virtuali? Prima, quando non eravamo schiavi di smartphone, social network e chat, forse questa brutta abitudine era meno evidente, oppure erano davvero altri tempi e non c’era. Oggi, invece, sempre più spesso capita di inviare messaggi e non ricevere risposta. La classica battuta che mi riportano i pazienti è ‘Ha visualizzato, ma non ha risposto’. Questo comportamento genera frustrazione e da la sensazione a chi non ha ricevuto risposta al messaggio di non esistere.

L’ingiunzione ‘non esisti’ passa attraverso i sociali, oggi, alle soglie del 2020. Se un tempo era il voltarsi dall’altra parte dei compagni di scuola non intenzionati ad includerci nei loro discorsi, oggi sono quelle spunte blu alle quali non fa seguito una risposta.

Da quando ho iniziato a promuovermi sui portali inglesi per tentare di far partire la mia attività a Londra, ho notato un altro andazzo che mi da sinceramente fastidio. Persone che scrivono una e-mail di richiesta, di solito senza oggetto, senza mettere a volte neppure il loro nome, semplicemente chiedendo ‘Quanto costa?’.

Io, che ho più professionalità e luoghi in cui lavoro, cosa indicata nei miei account sui portali, mi ritrovo a chiedere per cosa vogliono sapere il prezzo e per dove. Certo, lo so che scrivono da Londra, ma non mi piace dare gli scontati. Potrebbero essere anche persone che mi scrivono per le sedute e i corsi a Torino e fuori Torino, in fondo. Ricevo ancora risposta a questa e mail e poi, una volta che ho detto loro il costo, scompaiono.

E da qui ho iniziato a ragionare sulla cosa.

Mi sono chiesta se stessi sbagliando io, se non fosse il caso di abbassare i prezzi o agire non so neppure in chissà quale modo. Ecco che ho notato il primo pensiero che mi scatta in automatico: sono io che sto sbagliando. Ragionandoci su, mi dico, però, che non è così. Non penso neppure si tratti di una questione di chi è nel giusto e chi nell’errore. Penso si tratti di come le persone introiettino l’immagine dell’altro. Ci sono quelle che ne tengono conto e danno una risposta e quelle che non ne tengono conto. E’ possibile che l’agire in modo virtuale faciliti il ‘dimenticare’ l’altro. Non ti vedo, in fondo. Sei solo un nome in un portale, una e mail alla quale scrivere chiedendo un informazione e se questa informazione non mi piace semplicemente ti cestino. La cosa che non fanno è pensare a come si possa sentire l’altro nell’essere cestinato, ignorato. Perchè dovrebbero? E’, appunto, solo un indirizzo e mail.

Eppure io non riesco ad abituarmi a questo stile di comunicazione che resta in sospeso. Non so se è una questione di empatia, una mia ferita aperta oppure solo essere abituata a dare sempre e comunque una risposta.

Mi sono chiesta a cosa sia legato questo bisogno di scomparire. Può essere per il fastidio/imbarazzo del dover dire ‘Spiacente, la tua offerta non è alla mia portata’? Se così fosse basterebbe imparare a rispondere in un altro modo, ad esempio, ‘Grazie, valuterò la cosa e in caso ci risentiremo’. Il classico ‘Le faremo sapere’ dei colloqui, che non è il massimo, però, almeno si tenta di chiudere la gestalt.

Invece no. Si preferisce scomparire e si manda indirettamente un messaggio di scarsa considerazione all’altro. Messaggi di questo tipo possono attivare una sensazione di ‘non esistere’ e ‘non essere importante’ nell’altro. Nel dare una risposta si impiega il proprio tempo e lo si investe per l’altro. Non rispondere è come dare un calcio a questo investimento e la cosa che può accadere e che chi non ha ricevuto risposta inizia a comportarsi allo stesso modo. ‘Per vincere la frustrazione del non sentirmi importante mi comporto in modo da non dare importanza agli altri’.

Può sembrare un ragionamento contorto che nasce da una cosa ‘banale’. Il punto è che questo comportamento è tutto tranne che banale e purtroppo troppo spesso si trattano con banalità ‘piccolezze’ di questo tipo. ‘E’ una psicoterapeuta, se non le rispondo capirà’, ‘Figurati, ci sarà abituata’. Questi possono essere possibili pensieri, che poi sono rimandi che mi sono sentita dare da alcune persone alel quali ho parlato di questa cosa.

Invece vi dico che questo atteggiamento a me da fastidio! E proprio perchè mi infastidisce, mi sono chiesta come sono solita comportarmi io. Perchè è tanto facile arrabbiarsi per come l’altro ci tratta. Meno lo è rendersi conto di come noi trattiamo l’altro.

Tendenzialmente, come dicevo, sono solita rispondere sempre alle e mail che mi scrivono o che scrivo, anche quando mi capita di chiedere informazioni che risultano, poi, non andarmi bene. Anche per messaggi e chat funziono così, ma ho notato una cosa.

Ci sono alcune persone che lascio indietro. Messaggi che arrivano e che apro e mi dico ‘Rispondo poi’ e la vita me ne fa dimenticare o altri che non apro proprio per evitare di dimenticarmene, ma che scorrono in fondo alle chat, scomparendo nel dimenticatoio.

Nella mia testa, però, resta sempre un appunto. Quella persona è lì presente nella mia testa e questo tarlo rosica finchè non lo elimino rispondendo. Io funziono così. Posso anche provare ad ignorare, ma il tarlo rode. Sarò fatta male, non so, ma alla fine, anche dopo parecchi giorni, cosa che già non mi piace, una risposta la do. Certo, l’altro nel frattempo, se devo pensare a come sto io, non avrà preso bene questa assenza.

Il punto è che se a me non piace un atteggiamento non mi piace mettere l’altro nella stessa situazione quando riguarda me. Questo non vuol dire dover stare dietro a tutti, perchè se una cosa va chiusa la si chiude. Solo che non rispondere e scomparire non è chiudere, ma lasciare in sospeso, e penso che tutti noi possiamo immaginare come si possa sentire una persona che resta aggrappata ad una fune con il vuoto sotto i piedi. Situazione ben poco piacevole…

Quindi, amici e vicini, se volete fare o farvi un regalo di Natale rispondete a chi vi scrive o a chi scrivete. Toglietevi e togliete l’altro dalla sospensione. Non vuole essere, questa, una morale, perchè errando pure io non posso arrogarmi il diritto di insegnare nulla a nessuno. E’, però, la condivisione di un ragionamento fatto su me stessa proprio sulla scia del fastidio che provo dinanzi a questo tipo di comportamenti.

Vi auguro così un buon Natale, che ci crediate o no.

Oh oh oh!

🙂

L’ultimo pendolo del 2019

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Eccoci giunti all’ultimo pendolo del 2019! La prossima settimana sarebbero stati 3 mesi di viaggi, iniziati proprio il 19 settembre. Il caso (chiamato ‘biglietti eccessivamente cari!!’) ha voluto, però, che concludessi oggi. Giorno di elezioni, qui in Uk.

Concludo l’anno, che mi ha vista concepire questa follia e avere il coraggio di partorirla e, ora, con orgoglio, vederla crescere, tornando da Jass a Sutton Green. Prendendo la ferrovia Thameslink per la prima volta per raggiungerla. Incontrando una nuova paziente, la terza.

Sì, l’avventura sta ingranano e si trasforma in qualcosa di più solido. Certo l’esito di queste elezioni mi innervosisce un po’… ma voglio essere ottimista. Comunque vada.

A dirla tutta, mi spiace non vivere il Natale e il Capodanno qui. ‘Sarà per il prossimo anno’ mi dico e chissà… a gennaio non immaginavo minimamente nulla di simile, quindi sono ormai aperta a tutto 🙂

Domani mi attende un incontro per valutare uno spazio nel quale tenere i corsi dedicati alle gestanti.

Anche su quel fronte non demordo, nonostante il secondo buco nell’acqua legato al workshop programmato per domani.

Devo dare tempo al tempo. Non posso pretendere di ottenere tutto subito e devo farmi conoscere, seminare, coltivare e poi raccogliere. E farmi forza nel camminare da sola, anche perché non sempre il lavoro in collaborazione ha i suoi punti di forza. Certo tanto fa la differenza con chi si collabora. Nonostante, ormai, dovesse essermi molto chiara questa cosa, date le batoste prese in passato, evidentemente oltre manica ho da ripetere alcune cavolate. Di buono c’è che me ne accorgo in fretta e altrettanto in fretta faccio dietro front, senza rimpianti.

Con questo spirito di rinnovato entusiasmo e buoni propositi per il futuro, vi auguro una buona notte.

Ci saranno altri articoli, ovviamente, ma questa è l’ultima occasione che ho per il 2019 di salutarvi da Londra

🙂

Ridando i numeri!!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Iniziamo col numero 40, ovvero il ritardo che ha stamattina il treno Madonna da campagna-aeroporto di Caselle. Figo, eh?

Spero di arrivare in tempo per l’imbarco e nel frattempo la prendo con filosofia. Che oggi sarebbe stata una giornata con potenziali ritardi lo immaginavo… anche se non qui a Torino!

Tra una settimana esatta, infatti, in Inghilterra si vota. E mi aspetto, dopo l’attentato di venerdì scorso, che ci siano casini di vario genere. Io sono sempre nella speranza che non arrivino ad uscire dall’Europa per mia egoistica comodità. Poi, chi vivrà vedrà…

Oggi pendolo con una bella influenza addosso. Ieri ho interrotto le attività per stare al caldo (per quanto sia possibile farlo per chi vive con un cane poco incline al gestire la noia) e devo dire che sto meglio.

Non avrei potuto mancare proprio oggi. Sì, perché si sono mosse le acque in questa settimana e ho ricevuto ben due contatti per l’inizio di un percorso terapeutico 🙂

Oggi pomeriggio vedrò a primo colloqui la seconda delle donne che mi hanno contattata e giovedì prossimo la prima. Se tutto andrà bene (bisogna sempre vedere come andrà il primo colloquio) il numero dei pazienti londinesi salirà a 3 🙂

Ciò mi conferma che è inutile farsi prendere da ansia e sconforto. Bisogna continuare a seminare e attendere pazientemente 🙂

Cosi come con pazienza attendo il treno per l’aeroporto di Caselle….

Intanto il Natale si avvicina, il freddo aumenta e io mi preparo a vivere questa festività e questo inverno dividendomi tra due nazioni. Cosa entusiasmante 🙂 anche se, a ben vedere, il Natale in London è già arrivato da inizio novembre. Forse anche prima.

Nel ridare i numeri ho giusto ieri avuto una nella notizia che mi rassicura persino in caso di effettiva uscita dall’Europa da parte dell’Inghilterra. La commercialista, infatti, mi ha comunicato che mi è stato assegnato il numero UTR, ovvero l’iscrizione all’agenzia dell’entrate UK. Con quello dovrei non avere problemi a entrare in Inghilterra anche dovesse non essere più UE… o almeno lo spero!

Resta solo da attendere, quindi, la comunicazione da parte dell’Hcpc, che spero sia altrettanto positiva.

Io, come ho imparato, attendo fiduciosa. Ho seminato e arriverà pian piano il raccolto

Cosi come è arrivato, ora, il treno per l’aeroporto 🙂

Stand by

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Sì. Sono passati dodici giorni dall’ultimo articolo. Troppi.

Queste due settimane di assenza rappresentano il modo in cui mi sento in questo periodo. Mi sembra, infatti, di vivere in Stand By.

L’aggiornamento positivo è che, finalmente, mi hanno assegnato il NIN!!!!! E’ successo il 14 novembre. Sì, proprio il giorno dell’ultimo articolo pubblicato. Sono arrivata a Sutton e Jass mi ha consegnato la lettera. Nel non sentire alcuna presenza di una tessera all’interno mi ero convinta fosse un altro rifiuto e, invece, eccolo lì: il mio NIN! Ho capito, infatti, contrariamente a quanto immaginavo, che è solo un numero stampato su un foglio da conservare. Non c’è alcuna tessera. Quindi cancellate quanto ho detto negli articoli precedenti riguardanti questo documento.

Devo dire, però, che nonostante abbia avvisato tutti gli amici e conoscenti dell’avvenuto miracolo, questa bella notizia sia passata in sottotono. Forse perchè il workshop proposto non ha avuto successo e, sebbene sapessi della possibilità che accadesse, la cosa mi è dispiaciuta. Forse proprio per questo Stand By…

Cosa intendo con Stand By? Una situazione di stallo. Oddio, forse dovrei dire attesa, ma la percepisco più come uno stallo. Nonostante mi stia muovendo mi sembra di essere ferma. Questo sul versante UK, perchè in Italia le cose vanno alla grande, con nuovi pazienti che giungono al mio studio e i corsi che vanno avanti allegramente.

Attualmente sto promuovendo di nuovo, ma in un’altra sede, il workshop che non si è tenuto il 15 e con Frank, suonoterapeuta italiano che vive a Londra da 25 anni, sto lavorando a un progetto di arte e suono terapia.

Per quanto riguarda la psicoterapia, sto promuovendomi su altri portali e ricevo delle richieste, anche se, poi, non si riesce ad arrivare a una prima seduta.

Ora, so bene che devo dare tempo al tempo, seminare e attendere il raccolto e cose così. So anche che, infondo, sono solo 2 mesi che pendolo. Due mesi! Solo che a me sembra ne siano trascorsi molti di più!

La percezione che ho è quella di pendolare da almeno un anno e penso sia questo che mi butta giù, perchè se ho la percezione di essere lì già da un anno e vedo che le cose non ingranano, ai voglia a starci male!

Sto, quindi, cercando di riportarmi costantemente alla realtà. Mi dico che mi sono data un anno di tempo, che mi sto muovendo e devo trovare il modo giusto per farlo. Che pendolare e non essere costantemente lì dilata, gioco forza, i tempi. Che i risultati li otterrò e che comunque qualcosa ho già ottenuto, dal momento che ho una paziente.

Sempre più spesso mi invito a godermi il fatto di andare a Londra una volta alla settimana. A viverla come un regalo che mi sto facendo e non solo come del lavoro nel quale ottenere subito successo. Mi scontro, qui, con il concetto di ‘dovere e piacere’. Nella mia vita il primo mi è sempre stato fatto vedere come unico e dominante sul secondo, invece, secondario e superfluo. Gran bel problema…

Quando arrivo a Londra, ovviamente, questo piacere si fa sentire. Che piova o ci sia il sole, che faccia freddo o meno, che sia una giornata con tanti impegni (perchè comunque, al di là della paziente, gli impegni per le progettazioni che sto attuando li ho) o meno, mi fermo sempre un attimo a osservarla. Dal London o dal Tower bridge. Da Trafalgar Square. Dalla finestra della stanza che ho al Bonnington Centre. E sempre mi ritrovo a sorridere e a dirmi ‘Caspita! E’ bellissimo essere qui!’. E questo, in quei momenti, mette da parte la domanda che continua ad affacciarsi nella mia testa e a torturarmi nei momenti grigi: ‘Che cosa ci sto andando a fare lì?’

Negli ultimi giorni di agosto, ricordo che vivevo una situazione emotiva simile. Iniziavo a sentire la fine dell’avventura e a provare lo stesso sconforto che vivevo gli ultimi giorni di agosto quando andavo da piccola in villeggiatura dagli zii in Sicilia. Sapevo che la magia stava per finire e che sarei dovuta tornare a casa, a scuola, ai casini della vita di tutti i giorni. Ecco, anche questo agosto mi sono sentita così. In più, però, combattevo con me stessa perchè lì ci sarei voluta restare. Avrei voluto fare la stessa follia di Lella e trasferirmi a Londra, anzichè progettare di fare la pendolare.

Mi sentivo triste all’idea di lasciare gli amici che avevo conosciuto e la casa di Jass e l’intera città e la routine creata in questo mese. Temevo, soprattutto, di farmi fagocitare dalle paure e ritrovarmi, come mi sto ritrovando adesso, a pormi questa maledetta domanda. Purtroppo mi conosco fin troppo bene e per questo sono corsa ai ripari e in questi mesi, che devo sempre ricordarmi essere tre effettivi e due di viaggi, ho lavorato al ‘London plan’ tutti i giorni, per mantenere vivo l’interesse e la motivazione e per ottenere dei risultati.

Non posso pretendere di avere tutto e subito, ovviamente. La mia Bambina interna, però, teme che se il ‘tutto e subito’ non avvenga il Genitore le toglierà il giocattolo. E, in effetti, questa domanda che mi tormenta è proprio dal Genitore interno che viene. Semplicemente, la Bambina non può godere questa bella avventura e basta. Deve farla fruttare, sforzarsi, dimostrare che ne vale la pena.

E qui mi rendo conto che Londra mi sta servendo per lavorare su questo aspetto del mio copione. Non solo dentro la mia testa, ma anche nelle relazioni sto dandomi il permesso di avere fiducia nelle mie intuizioni, nei semi che sto piantando e, soprattutto, godere dell’attesa.

Certo, darsi un permesso non è facile e bisogna ritornarci più e più volte. Si ha bisogno di incoraggiamento e, benchè di persone che mi incoraggino e trovino fantastico ciò che sto facendo ce ne siano, io, ovviamente, giusto per stare in linea col mio copione, le rifuggo. Poi la continua pioggia di questo periodo non aiuta a ribadirsi che al di là delle nuvole il sole splende.

Anche per questo ho messo in Stand By questi articoli. Ho tentato di dedicarmi a qualcosa che mi desse riconoscimenti immediati e appaganti per soddisfare questo bisogno di incoraggiamento. Nulla, però, che ha a che fare con il ‘London plan’.

Ho capito, quindi, che mettere in pausa questo scrivere di Londra e del mio progetto non serve a nulla se non a rinforzare questa idea che non stia portando a niente.

Io, invece, voglio portare avanti questo progetto e crederci.

Voglio credere in me e nelle mie capacità.

Voglio lavorare su questi aspetti copionali e darmi sempre più il permesso di godere delle cose che vivo.

E per questo tornerò a scrivere più spesso perchè voglio condividere con voi questo bellissimo regalo che mi sto facendo 🙂

At the swimming pool

Bentrovati, amici e vicini:-)

Eccomi alla stazione Madonna di Campagna ad aspettare il treno per l’aeroporto. Oggi pare che qui a Torino si scateni l’inferno freddo, che perdurerà fino a sabato. Devo dire che non mi dispiace perdermi questo brivido 😉

Questa settimana resterò su anche il venerdì perché con un’amica ho organizzato un workshop dedicato alle gestanti. Non sappiamo ancora se partirà. Al massimo mi godrò un giorno in più a Londra:-)

Oggi voglio parlarvi di un’esperienza particolare vissuta subito dopo il Bank Holiday.

Come vi dicevo, erano giorni caldissimi quelli a Londra. Cosi caldi che Chiara, sul finire della giornata trascorsa al carnevale di Portobello Road, mi ha proposto di andare in piscina la mattina seguente.

Io ho trascorso 5 anni della mia vita andando a nuotare tutti i giorni per un paio d’ore al giorno. Ero dipendente da cloro e, ancora adesso, quando ne sento l’odore, mi prende il brivido dell’astinenza. Ero, quindi, decisamente curiosa di andare in una piscina inglese. Sapevo già della particolarità del non esserci l’obbligo della cuffia, cosa che, a quanto pare, abbiamo solo in Italia. Non immaginavo, però, che mi sarei ritrovata a disdegnare l’essere in una piscina.

Bisogna dire che è molto probabile sia stata sfortunata nell’andare in piscina proprio il giorno dopo la fine dal Bank Holiday. È possibile, infatti, che la situazione disperata che vi ho trovato fosse causata proprio da questo.

Andiamo, però, con ordine.

Alle 10 del mattino io e Chiara ci siamo trovate davanti la fermata Oval della metro a Brixton. Abbiamo preso l’autobus e siamo andate alla piscina all’aperto che si trova nel parco del quartiere. Già l’idea che una città che si vuole eternamente piovosa avesse una piscina all’aperto mi ha sorpresa.

Siamo entrate, pagando 8£ a testa, e abbiamo preso posto sui gradoni che costituivano lo spazio attorno alla piscina. Mi ricordava un po’ la piscina estiva all’aperto della Sisport a Torino, circondata da prato e zona piastrellata sulle quali stendere asciugamani o affittare sdraio. Noi, armate di asciugamano, ci siamo trovate il nostro angolino e, data la canicola, ci siamo subito buttate in acqua. La mia dipendenza mi ha subito fatto notare la bassa presenza di cloro nell’acqua. Evidentemente, questa è un’altra differenza tra il nostro modo di organizzare una piscina pubblica, per quanto riguarda l’igiene, e il loro.

Fatto sta che, dopo un po’ di sguazzo in acqua e lo stare al sole in modalità lucertola, la natura mi ha chiamata e sono dovuta andare in bagno. E qui mi sono scontrata con la differenza abissale tra quella piscina e le tante altre che ho frequentato. Devo dire che questa esperienza mi ha fatto rivalutare la piscina ‘Lombardia’ di Torino, che, tra quelle che negli anni ho frequentato, ho trovato essere la meno pulita.

La zona spogliatoio (inesistente) e docce di questa piscina erano molto simili ai bagni pubblici di un autogrill di terz’ordine. C’era sul pavimento una fanghiglia scura e nei bagni cestini strabordanti ogni genere di immondizia. Io non sono schizzinosa, né maniaca della pulizia, ma la cosa che mi ha fatto più effetto è stato vederli camminare scalzi in quel fango e, sempre scalzi, entrare nei bagni.

Evidentemente, gli inglesi hanno anticorpi per combattere verruche, funghi e affini che noi non possediamo.

Quando è stato il momento di andare via e fare la doccia, devo dire che avrei optato volentieri per darmi una sciacquata nella doccia esterna, come ha fatto Chiara, e poi indossare i vestiti. Lei, però, sarebbe poi andata a casa, lì vicina, e avrebbe fatto una doccia seria e asettica. Io, invece, avevo ad attendermi un pomeriggio in giro per Londra e, anche fossi andata a casa, un’oretta di viaggio.

L’altra cosa che mi ha colpito è il rapporto con la nudità. Nelle piscine che ho frequentato, c’è l’obbligo di doccia col costume in presenza di bambini, cosa che trovo assurda e mossa da una malizia adulta che i bambini non possiedono. La doccia fatta in questa piscina è stata per prima cosa un’acrobazia, dal momento che non c’erano armadietti di alcun genere e ho dovuto appoggiare zaino e cambio su una panca che dire sporca è farle un complimento. C’erano, poi, solo tre docce, di cui una rotta. Una di questa era divisa da tre ragazzine di 14 anni circa che stazionavano, rigorosamente in costume, a chiacchierare. Ecco, questa è una cosa che non ho mai capito e mi infastidisce abbastanza. Alla Sebastopoli, mia piscina ufficiale di riferimento, di docce ce ne sono tante e nell’ora di punta, quando si conclude il fitness in acqua, arrivano queste orde di donne che, alcune in costume altre senza, stazionano a chiacchierare sotto la doccia senza neppure lavarsi, lasciando te, che hai avuto la sfiga di concludere l’allenamento in concomitanza con la fine della loro lezione, ad attendere al freddo che loro abbiano finito di raccontarsela. Ecco, ‘ste tre ragazzine le avrei prese a sberle quanto queste donne.

Io non mi sono fatta problemi a togliere il costume, dal momento che non c’è nulla di più anti igienico che fare la doccia col costume addosso. Dopo essere usciti da una piscina simile soprattutto. Non mi aspettavo di causare loro uno choc. Oddio, choc forse è esagerato, ma dalla loro reazione e dalle frasi borbottare si capiva quanto fosse cosa ben poco usuale quella che stavo facendo. Ho deciso, quindi, dato anche l’assenza di spazio vitale, di spostarmi nell’unico spazio rigorosamente chiuso nel quale fosse possibile cambiarsi. Anche qui lo sporco e un cestino colmo di ogni cosa la facevano da padrone. Ho concluso il più in fretta possibile il tutto, io già che sono solita essere rapida, e sono uscita pregando di non essermi presa nulla. In tanti anni di onorati allenamenti acquatici non ho mai preso neppure una verruca. Non volevo perdere il mio titolo personale proprio qui.

Per fortuna il mio sistema immunitario ha retto e Chiara mi ha poi detto che il giorno dopo la piscina era più pulita. È possibile che, dato il bank holiday, non avessero pulito dal giovedì precedente. Quattro giorni di sporco hanno regnato incontrastati, se così fosse.

Al di là di questo schifo, è stata un’esperienza particolare che mi ha permesso di abbronzarmi un po’, sebbene lo stacco con l’abbronzatura da trekker fosse ancora visibile.

Sicuramente, se mai bisserò quest’esperienza, non andrò in piscina dopo giorni di festa nazionali e consiglio anche a voi di non farlo 😉

Bank holiday!

Bentrovati, amici e vicini:-)

Mi ritrovo ad avere modo di scrivervi solo quando sono in viaggio. Sto per prendere il treno che mi porterà a Chivasso, dalle gestanti del gruppo di ginnastica.

Ho un aggiornamento circa la parentesi burocratica dell’ultimo articolo. Giovedì alle 22, sul finire del mio giorno di pendolo, mi è arrivata una mail dalla Terapist Insurance: mi inviavano, finalmente, il mio numero di polizza professionale!

La prima cosa che ho fatto venerdì, dopo aver portato fuori il cane, è stata quella di preparare la raccomandata e inviarla! Se tutto va bene, a metà dicembre dovrei ricevere notizie all’Hcpc e spero saranno buone!

Tornando all’avventura agostiniana, volevo raccontarvi la mia esperienza legata al Bank Holiday.

Sono, questi, giorni di festa nazionale che vanno dal 23 al 26 agosto. Ora, non so se i giorni sono fissi oppure se si svolge nell’ultimo weekend di agosto, sinceramente non mi sono documentata.

Fatto sta che il venerdì avevo sfruttato il primo giorno di festa per andare sul sentiero delle Seven Sister, mettendo a tacere il senso di colpa del saltare scuola proprio perché non ci sarebbero state lezioni.

La domenica, come vi ho già raccontato, c’è stato il bellissimo pic nic organizzato come tradizione proprio per il Bank Holiday.

Il lunedì, invece, la festa si chiude con la grande sfilata a Portobello Road! Il carnevale degli adulti, dal momento che quello dei bambini è la domenica.

Mi ero messa d’accordo con Chiara di incontrarci in un punto strategico conosciuto dal suo ragazzo, dal quale sarebbe stato possibile vedere la sfilata senza rischiare di essere fagocitati dalla folla.

Mi sono ritrovata, quindi, a raggiungere questo posto trovando nella metro tante persone vestite a festa. Soprattutto persone di origine brasiliana e giamaicana. Donne e uomini di tutte le età coperti di glitter, vestiti dei colori della loro nazione d’origine.

Oddio, forse sarebbe meglio dire svestiti. Già, perché, complice il caldo torrido, la quantità di uomini e donne di ogni età e costituzione fisica che giravano praticamente in costume da bagno era enorme.

Ora, non pensate alle nostre sfilate di carnevale, con carri allegorici raffiguranti scene di satira politica et similia. La sfilata consisteva in furgoni carichi di altoparlanti che sparavano musica a palla, seguiti da gruppi in costume che ballavano al ritmo della musica tradizionale del loro paese d’origine.

C’era tanta polizia in giro, ovviamente. Sopra il posto strategico nel quale ci siamo piazzati c’era un’intera squadra di agenti in borghese, cugini dei nostri Digos, presumo, che hanno costantemente controllato chi c’era sotto di loro. La cosa che mi ha colpita è stata che gli agenti in servizio tra la folla, quelli in divisa, erano anche loro truccati per la festa. Donne poliziotto con brillantini sul viso e trucco vistoso spiccavano tra la folla e mi ha fatto piacere questa libertà di poter far parte della festa nonostante siano lì per lavoro.

Non vi dico poi la quantità di gente che riempiva le strade. Tanti turisti e anche inglesi venuti apposta a Londra per questa giornata di festa. Ovviamente il numero di persone ubriache e le nubi di cannabis erano proporzionali al quantitativo di persone. Nonostante questo, però, almeno la dove ho stagionato io (perché muoversi era praticamente impossibile) non ho assistito a esplosioni di risse. Tanta voglia di ballare, invece, e di fare casino.

Mi ha fatto piacere avere la possibilità di trovarmi in un periodo di festa nazionale e vedere Londra vestita di una luce diversa.