Wake me up when september end

Bentrovati, amici e vicini!

Oggi inizia il countdown che mi porterà, il 26 ottobre, a compiere 39 anni. Sì, il 2020 si porterà via i miei trent’anni aprendosi le porte agli ‘anta’.

Settembre è finito e lo ha fatto col botto.

Il 2020, infatti, si è portato via anche Quino, meraviglioso fumettista argentino, padre della mitica Mafalda.

Ho appreso la notizia sul finire di una giornata devastante.

Ho avuto il grandissimo onore di stringere la mano a Quino nell’anno in cui fu ospite al Festival d’Annecy. All’epoca collaboravo con la rivista on line ‘AfNews’ in qualità di reporter e gli feci un’intervista. Ero così emozionata da non capire più nulla.

Io ho adorato e adoro Mafalda. In molti aspetti mi ci rivedo, nei capelli in primis. Ho adorato e adoro tutte le opere di Quino. Le sue tavole mute, geniali e comprensibili a chiunque perché non  necessitano di alcuna traduzione.

Insomma, dopo la morte di Sepulveda, questa è stata un’ennesima batosta.

Vi dicevo che la notizia è giunta in conclusione di una giornata già devastante. Meglio sarebbe dire in conclusione di una settimana pesante, che non è neppure ancora finita.

Ho avuto modo in questi giorni di riflettere sulla distanza sociale che ci porta a dover convivere con l’assenza di abbracci e prossimità. Nel mio lavoro questa restrizione diventa ancora più difficile.

Quando un paziente porta un dolore, ma, in generale, quando qualcuno ci parla delle sue sofferenze, tendiamo spontaneamente a sporgersi in avanti, ad avvicinarci. Questo è il magico potere dell’empatia.

La distanza sociale ci porta a dover modificare questo comportamento spontaneo. Peccato che io per lavoro sia costantemente esposta alla sofferenza delle persone e che, in alcuni casi, io sia l’unica persona che hanno accanto. L’unica che può offrire il conforto di questo movimento in avanti, di una mano ferma e avvolgente che stringe le loro mani, di braccia tra le quali piangere.

Ci si interroga molto sul ‘toccare’ il paziente. È giusto? Non è giusto? È terapeutico? Non lo è? Certo bisogna sapere quando avvicinarsi. Chiedere il permesso e agire in favore e per il benessere del paziente e non per il proprio. Perché anche il terapeuta controtransferalmente ha bisogno di conforto, a volte.

Mi è capitato, questa settimana, a Torino e qui a Londra, di ricevere da due pazienti questa richiesta: ‘Ho bisogno di un abbraccio’.

Teniamo conto che già darsi il permesso di chiedere un abbraccio è un grande passo da compiere. Non è per nulla qualcosa di banale o facile da richiedere.

Io ero lì. Lontana i giusti 2 metri regolamentari. In ascolto empatico al loro dolore, al loro autentico bisogno di conforto e rassicurazione.

Ho agito senza pensarci. Forse in modo sconsiderato, ma è stato più forte di me. Se la terapia ha il compito di aiutare il paziente a riconoscere i propri bisogni e ad imparare a soddisfarli, era anche mio compito terapeutico dare questo abbraccio, soprattutto tenendo conto che la richiesta proveniva da due persone che generalmente non si permettono di chiedere.

Ho soddisfatto la richiesta, quindi. Sono stata in quell’abbraccio, in quelle lacrime, in quel momento di profondo abbandono che ne è seguito. Sono stata nel silenzio, nella quiete dopo la tempesta.

Questo virus ci sta privando della bellezza di questi piccoli gesti. Dell’importanza di questo tipo di conforto da dare e ricevere. Ci porta a temere di chiedere e di agire.

Non mi sento una sconsiderata e nemmeno un’eroina per aver soddisfatto un bisogno.

Sento quanto il covid si sia insinuato nella stanza di terapia e di quanto ci sia bisogno, pur portando avanti le dovute precauzioni, di ricordarci del bisogno di ricevere rassicurazioni. Del potere terapeutico degli abbracci, della vicinanza, di una mano che stringe rassicurando. Anche solo dell’essere rivolti l’uno verso l’altro all’interno di un metro di distanza.

Stiamo dentro il metro piuttosto che lontani un metro gli uni dagli altri. Senza quella diffidenza che ormai, insieme al covid, si sta insinuando nei nostri gesti quotidiani.

Credo che questo sia l’aspetto pericoloso di questo virus. Non solo il fatto che possa ammalare e uccidere, ma come ci sta allontanando anche nella stanza di terapia, là dove dovremmo essere più vicini.

Settembre è finito e con lui è iniziato l’autunno. La solita preoccupazione per l’influenza quest’anno è ampliata dal timore di contagi, lockdown, limitazioni.

Posso solo sperare che tutto questo finisca presto.

Un anno da pendolare

Bentrovati, amici e vicini!

Sono sulla Thameslink, diretta in studio per iniziare questo giovedi di lavoro qui a Londra.

Il 19 settembre ho compiuto un anno da pendolare e questo è, a tutti gli effetti, il primo pendolo di quello che mi auguro possa diventare il secondo anno.

Sono qui, nonostante le mille incertezze date dal covid. Lockdown londinese si o no, aumento contagi e rischio di quarantena. Qui, con la mia mascherina, il metro di distanza e l’igienizzante per le mani.

Nonostante tutto, tra viaggi e videochiamate, ce l’ho fatta e quella che era una pazza idea si è concretizzata in qualcosa di fantastico che cresce sempre più.

Ricordo quei primi mesi di questo anno in cui avevo una sola paziente se mille dubbi. Ora, vedo questa attività londinese crescere e dare tante soddisfazioni e, con stupore, mi vedo passare dal primo timido ‘Si può fare!’ all’attuale forte e fiero ‘Lo sto facendo!’.

Mi emoziona tantissimo questa cosa. Davvero.

Ho creato una routine che si divide tra il lavoro a Torino, fatto di sedute terapeutiche in studio, ginnastiche per gestanti e neomamme in palestra (è in fase di promozione la collaborazione con la palestra New Evolution) e seminari (questo sabato sarò a Villa Iris a Pianezza per il seminario teorico pratico ‘RespiriAmo’) e viaggi. Ore di viaggi, da Torino a Malpensa, da Stansted a Londra, da Londra a Sutton.

Il mio sogno nel cassetto era quello di viaggiare e, sebbene siano le stesse mete, quelle che raggiungo, mi piace questa soluzione. Mi aiuta a non fermarmi, perché tendo un po’ a sedermi e perdermi nella monotonia della routine, se non ho stimoli costanti. Certo, quando si fa un lavorio come il mio non si può proprio parlare di routine, dato che le persone portano sempre cose nuove e stimolanti in seduta.

Oggi sono qui, quindi, a festeggiare questo primo anno e a dire ‘Grazie’.

Grazie a tutte le persone che hanno scelto di iniziare un percorso terapeutico con me, sia a Torino che a Londra. Se il progetto londinese si sta realizzando è soprattutto grazie a loro.

Grazie a chi mi ha sostenuta nei momenti di sconforto, prima fra tutte Simona, che sta ottenendo le sue vittorie a Firenze, e Lella, che porta avanti con successo la sua vita qui a Londra.

Grazie a mio fratello, che si prende cura del mio Sherlock, cosa non facile dato il carattere del dog consulting…

Prima di buttarmi in questa avventura non immaginavo di avere così tante risorse. Fisiche, per prima cosa, data la fatica evidente dei viaggi. Per il mio lavoro, in secondo luogo, dal momento che  mi sono ritrovata a lavorare con persone che mi hanno portato storie di vita emotivamente intense. Dinanzi ad alcune mi sono chiesta se fossi in grado di gestire le mie emozioni e aiutare loro nel percorso e grazie all’aiuto dei miei supervisori, il dottor Martucci e la dottoressa Ramella Paia, sono riuscita a superare questi momenti di difficoltà.

Da soli si può fare molto, ma per riuscire a fare bene tutto è necessario avere una rete amicale e professionale forte e pronta a sostenere. Io l’ho avuta e ancora ce l’ho e sono felice, oggi, per tutto questo.

Non so cosa mi riserverà il futuro, come tutti, del resto. So, però, che oggi sono fiera di me e felice di essere qui a Londra nel mio studio, pronta a ricevere il primo paziente della giornata.

Cronache del dopo lockdown

Bentrovati, amici e vicini!

Oggi è l’ultima volta che prendo la navetta delle 3!!!!!!!!!! Riuscite ad avvertire la mia gioia?????

Dalla prossima settimana, infatti, la navetta per Malpensa la prenderò il martedì alle 19. Nella speranza che il traffico non crei ritardi, arriverò alle 21 e prenderò il volo alle 23 15! Sì, sarò a Sutton per le 3 del mattino, se tutto va bene, ma potrò dormire su un vero letto!!!!!!!!

Bene, condivisa con voi la gioia per la possibilità di garantirmi il sonno, volevo parlare ancora del mio lavoro. Cosi, giusto perché sempre troppo poco si parla dei benefici della psicoterapia.

Come vi dicevo, non mi è ancora facile parlare del periodo del lockdown, ma credo lo debba fare.

Voglio parlare delle conseguenze che questo ha avuto sulle coppie. Sì, perché in questo 2020, tra pazienti, amici e conoscenti si è verificato un aumento delle separazioni e delle rotture.

L’isolamento, che ha portato ad una forzata convivenza ‘senza possibilità di fuga’, come ho sentito spesso dire, ha minato i rapporti di molte famiglie e coppie. Sono aumentati i litigi, le tensioni, le incomprensioni e, da quando ‘siamo stati liberati’ in molti si sono separati.

Certo ci sono anche stati dei riavvicinamentoi, degli innamoramenti, il piacere di trascorrere il tempo insieme e, sì, anche dei concepimenti. Purtroppo, però, se guardo al mio piccolo campione composto da pazienti (20) e conoscenti, l’ago della bilancia pende, purtroppo, a favore delle rotture.

La forzata convivenza ha dato modo a molti di riflettere sulla propria vita e su cosa davvero si voglia e in molti hanno capito che non si trovavano bene nel loro rapporto di coppia.

Ora che siamo a settembre sto come assistendo ad una sorta di raccolto. Nel lockdown è stata coltivata la consapevolezza o ci si sono almeno posto delle domande importanti e ora si raccolgono i frutti. Alcuni si separano, altri cercano aiuto in coppia o per la famiglia.

Che poi, se vogliamo aprire una parentesi e andare al di là dei rapporti di coppia o familiari, lo stesso meccanismo di messa in discussione si è avuto per il lavoro, gli studi e la carriera. Sempre nel mio piccolo campione di osservazione, in molti hanno deciso di cambiare lavoro, tornare in Italia o andare all’estero, rivoluzionare il piano di studi e , laddove il lavoro non lo si può o vuole cambiare, ciò che si vuole modificare sono le relazioni sul posto di lavoro e il modo in cui il proprio ruolo è trattato.

Insomma, questo lockdown è stato uno tzunami emotivo, che ha mosso le persone alla riflessione e all’introspezione portandoli, ‘una volta liberi’ ad apportare modifiche anche radicali alle proprie vite.

Personalmente, penso sia stata una buona cosa, da questa prospettiva. Chi si è reso conto di stare trascinandosi in una relazione ormai ferma si è chiesto come poterla ravvivare e se ne valesse la pena. In sostanza, le persone si sono chieste cosa vogliono e di cosa hanno bisogno

Bellissimo!

Certo, se tutto ciò fosse stato accompagnato da meno ansia sarebbe stato l’idillio. Ma è forse anche grazie a questa tensione causata dal covid che queste riflessioni sono state possibili.

Oggi conviviamo ancora con questo virus che ci regala molti modi per provare ansua e tensioni. Lunedi, ad esempio,  alla riapertura delle scuole i pazienti con figli mi hanno parlato di forte ansia vissuta nei giorni precedenti, alcuni anche di aver speriamo il panico. Tutto nasce dall’ncognita legata a una cosa che prima non aveva motivo di generare ansia, ovvero la sicurezza del poter mandare i figli a scuola. Non si sa se resteranno aperte, cosa succedera’ in caso di raffreddori e malanni stagionali e c’è l’incubo delle lezioni a distanza, che sono state il principale motivo di discussioni e tensioni nelle famiglie, soprattutto quelle con bimbi delle elementari

Ci sono, quindi, dei pro e dei contro, come in tutti i grandi cambiamenti, e tante persone che vivono stato d’ansia e depressione. Molti di più rispetto a prima.

Io stessa, nel mio piccolo, vivo quest’ansia, che si rivela nell’incognita costante del poter viaggiare (e, di conseguenza, lavorare) o meno. A ognuno la sua croce, insomma.

Certo se lo guardo dal punto di vista della salute psicofisica, il futuro che al momento posso ipotizzare non è dei migliori. Posso solo augurarmi che questo periodo carico di tendioni finisca in fretta e che si possa quanto prima ritrovare ognuno il proprio equilibrio

Testimoni di bellezza

Bentrovati, amici e vicini

Eccomi nuovamente qui, in diretta da Malpensa.

Giusto ieri Ryanair mi ha fatto un brutto scherzo, cambiando l’orario di tutti i voli del mercoledì, da Malpensa a Londra, per le ultime due settimane di settembre e tutto ottobre. E non li ha spostati di qualche ora, cosa che avrebbe dato fastidio, ma relativamente.

No! Il volo delle 7.10 è stato praticamente rimosso. Al suo posto è comparso quello delle 22.15…

Capirete che io, così facendo, perdevo un giorno di lavoro. Per fortuna esiste il volo del martedì sempre da Malpensa alle 23.15. Arriverò a Stansted alle 00. 20 e a Sutton forse per le 3 del mattino, ma, tutto sommato, anziché perdere una notte di sonno potrò recuperare svegliandomi tranquillamente alle 9 il mattino dopo. Nulla accade per caso, dunque. L’universo, evidentemente, mi vede un po’ stanca e si muove per darmi una mano. Tesoro 🙂

Ieri sera, mentre tornavo a casa dallo studio, riflettevo su una cosa. Per quanto questo blog parli del mio lavoro da pendolare, mi concentro più sul ‘pendolare’, appunto, che sul lavoro.

Oggi, invece, voglio dire qualcosa sulla professione che svolgo.

Mi rendo con che non riesco a parlare del lockdown. È stata dura, perché, oltre le mie ansie e gli effetti che l’isolamento stava avendo su di me, mi sono ritrovata a dover gestire, provare e lavorare con quelle di una ventina di persone. Credo che i miei colleghi possano capire di cosa sto parlando. Forse più difficile lo è capirlo per chi non sa o non ha chiaro la professione dello psicoterapeuta in cosa consista.

Provo, quindi, a spiegarlo.

Come dicevo, giusto ieri riflettevo su quanto questo lavoro non solo mi dia la possibilità di lavorare costantemente su di me e crescere, ma anche come mi permetta di essere una testimone di bellezza.

Di che bellezza parlo? Beh, di quella delle emozioni che attraversano il viso e il corpo delle persone che sono con me nella stanza di terapia. Delle loro lacrime, dei loro sorrisi. Quando i loro stati dell’Io Bambini si manifestano in tutto il loro splendore. Quando, emozionati, commossi, mi raccontano degli insight sorprendenti che hanno avuto. Quel momento magico e, sì, anche devastante nella sua potenza, in cui i pezzi del puzzle si uniscono a dare vita a quella forma che fino ad allora avevano intravisto o percepito.

Ora ho capito! Ora so perché’ mi diceva ieri la mia paziente, tra lacrime di gioia, travolta dall’entusiasmo. Si è trasformata ai miei occhi in una bimba di cinque anni. Era bellissima nel suo essere spontanea e nel suo darsi il permesso di esserlo.

Non so come fare. Davvero, credimi, io non ho gli strumenti per affrontare questo genere di cose’ mi diceva la settimana scorsa un altro paziente, sempre in lacrime, ma questa volta dovute alla frustrazione. Lui, che ha sempre trattenuto ogni emozione, in quel momento era bellissimo nel suo concedersi di esprimerle e di chiedere aiuto.

Ecco, a chi si chiede e mi chiede in cosa consista il mio lavoro posso dire che è fatto di momenti di forte emozione. E’ emozione condivisa. Empatia, a volte così devastante da togliere il fiato. E, in quei mesi di lockdown, sono rimasta spesso in apnea.

A chi mi dice ‘Io non lo farei mai il tuo lavoro’ dico che io, invece , ogni giorno mi rendo conto di quanto sia proprio questo il mio lavoro. Ed è nei momenti più difficili che mi rendo conto di quanto faccia parte di me.

A chi mi dice che non sarebbe in grado di farlo, direi che costantemente mi chiedo se lo sono. Costantemente. E la risposta affermativa arriva sempre.

C’è fatica.

C’è emozione.

C’è empatia, ma soprattutto c’è amore. Ferenczi diceva che è l’amore del terapeuta che cura il paziente. Questa frase è rimasta impressa in me all’epoca dell’università. Lui, un autore che ho amato e apprezzato tanto. E ho capito ora che è un amore che si manifesta in tante piccole forme. Che parte soprattutto dall’amore di sé. L’amore che io, anche grazie ai miei pazienti, ho imparato a provare per me stessa.

Sono fiera di essere testimone della bellezza di queste persone che mi hanno scelta per fare un pezzo di strada insieme. È un onore e, come dice Dolores Munari Poda, altra mia maestra e pioniera dell’Analisi Transazionale per l’infanzia e l’adolescenza, bisogna avere la grazia di entrare in punta di piedi nella vita dell’altro. Di rispettarne i tempi. Ascoltarne le emozioni e lasciare che queste ci avvolgano. Perché abbiamo la possibilità, noi psicoterapeuti, di essere dei testimoni salvanti. Sia per i bambini e gli adolescenti che abbiamo in seduta, che per il bambino interno dei pazienti adulti con i quali lavoriamo.

Ora sono qui, che attendo che si apra il gate. Sono stanca, inevitabilmente, ma ho una marcia in più, oggi.

Lunedi ho fatto una visita endocrinologia e la dottoressa che ho incontrato, una donna dolce e con una grande capacita’ di ascolto ed empatia, mi ha fatto i complimenti per questo mio pendolare.

‘Quel che fa è importante’ mi ha detto e io penso che abbia ragione.

Quel che facciamo, io e i miei colleghi psicoterapeuti, indipendentemente da dove si eserciti è importante.

Questo lavoro ancora oggi per troppi incomprensibile e troppo sottovalutato e anche discriminato è maledettamente importante!

Questo lockdown ha riaperto ferite, riacuito sintomi, creato nuove paure e ansie e ancora troppo poco si parla del benessere psicologico e di quanto il sostegno psicologico sia importante, ora più che mai.

Se avete bisogno di aiuto, quindi, datevi il permesso di chiederlo, perché è vero che la mente è sana se il corpo lo è, ma è altrettanto vero che corpo e mente sono una cosa sola.

Se la mente soffre, di conseguenza soffre anche il corpo.

Prendetevi cura di voi, quindi, a 360°.

Siate olistici 🙂

E, qualora lo vogliate, sarò felice di accompagnarvi in questo percorso 🙂

Memorie di settembre

Bentrovati, amici e vicini!

Eccomi qui, a scrivervi dall’aeroporto di Malpensa in attesa che apra il gate per il mio primo volo ‘dell’anno’.

Come mai parto di nuovo da Malpensa? Perché da Caselle non ci sono voli che possano essermi utili nei giorni in cui devo essere in studio a Londra. E questo, se nulla ci bloccherà prima, resterà invariato fino alla penultima settimana di ottobre….

Mi toccheranno, quindi, ben due notti insonni anziché una… grazie covid…

Pensavo, mentre cercavo inutilmente di appisolarmi sulla navetta, a settembre. È il mese in cui ogni cosa ricomincia. Quando ero piccola e mi toccava ritornare a scuola era per me un mese odiato. Penso avrei gioito parecchio se mi fossi ritrovata bambina in epoca covid. Libera di poter restare a casa da scuola, anzi, obbligata! Il paradiso!

Quest’anno settembre potrebbe perdere il suo ruolo di mese in cui tutto ricomincia. Se la scuola ripartirà o meno è un’incognita e, nel mio piccolo, sono qui che spero che Uk non decida di mettere la quarantena obbligatoria anche per chi arriva dall’Italia. Mi toccherebbe sì, ricominciare, ma a fare sedute on line. Cosa che, per inciso, ho portato avanti nelle ultime due settimane di agosto.

Oggi, 2 settembre 2020, torno a Malpensa e a Londra con una stanchezza da sabato mentre è appena mercoledì mattina. Bello, eh?

Ho scoperto che questa stanchezza è dovuta all’ematocrito sotto i tacchi, indice di anemia sideropenica. Mai avuto molto ferro nel sangue, io.

Se ci mettiamo anche una ridotta dimensione dei globuli rossi, piuttosto pallidi, ne ricaviamo, di conseguenza, una riduzione dell’ossigeno che giunge al cervello. Da qui la stanchezza. Guardando gli esami mi sono chiesta come faccia a stare in piedi? Tutto merito della forza della determinazione! … e di una buona dose di testardaggine.

E dato che non vogliamo farci mancate nulla, oggi è arrivato pure il ciclo ad augurare buon inizio pendolo. Con una settimana di anticipo, gioia. Ci teneva proprio a vivere con me questa esperienza…

Inoltre, ritorno a pendolare in un periodo in cui Sherlock è affetto da mammite acuta! In questi giorni abbiamo giocato ad essere io lo scoglio e lui la cozza perennemente attaccata. Vi lascio immaginare le scene madri da Oscar assicurato che ha messo su poco prima che io uscissi. Anzi, stavolta ha preparato l’opera già a cena. Tutte cose che mi fanno sentire la più crudele delle umane…

Ma ora basta con i lamenti e torniamo a settembre, mese in cui tutto ricomincia. Il vero inizio anno, infatti, è segnato per tutti noi più da questo mese, che dal goliardico gennaio. Non è un caso che anche io abbia iniziato la mia attività di pendolare proprio a settembre. Dal 19, per l’esattezza, quindi abbiamo ancora un po’ di giorni prima di festeggiare questo primo anniversario!

Diciamo che mi sono resa più amabile il settembre, anche se ammetto che l’odio viscerale si è concluso con le scuole superiori. Dopo è diventato solo un mese come tanti, per me abituata a lavorare praticamente sempre senza sapere le vacanze cosa fossero, più o meno dal 2001 al 2013.

Quindi, ora sono qui, pronta per vivere il mio primo giorno di settembre a Londra. Vivo come voi nella speranza di poterci liberare al più presto di questo virus. Cosi, giusto per diminuire i livelli esagerati di tensione globale. E personale. Perché, non so voi, ma agosto è volato via veloce. Troppo veloce. E io avrei bisogno di un anno di ferie. Di ore di sonno. Di coccole, anche. Abbracci nei quali rilassarmi e riposare serenamente. Finalmente.

Ma la realtà mi vuole qui, a pendolare. E anche oggi, si dorme (forse) domani…

Ma…. siamo già a fine luglio??

Bentrovati, amici e vicini!

Eccomi qui per l’ultimo pendolo dell’estate. Sì, so che l’estate termina il 21 settembre e io dalla prima settimana di settembre torno a pendolare…. ma si sa che i mesi estivi, in fondo, sono 3.

Ad agosto niente pendolo. Tornerò a Londra la seconda settimana del mese, ma in vacanza. Quest’anno sento proprio il bisogno fisico e mentale di vacanze!

Sono, però, un po’ confusa, ma è una confusione che ho notato in tanti. Del tipo che mi sono accorta che questo sabato partirò per le vacanze solo sabato scorso. Non riesco a capacitarmi del fatto che sia già finito luglio!!!

Mi sento ferma a marzo. L’aver ripreso a viaggiare è come se mi avesse riportata a proseguire quel marzo non concluso, vissuto solo nella sua prima settimana. Il clima di Londra, poi, con il suo alternarsi di nubi, pioggia, sole, vento, caldo, freddo mi ha aiutata a restare dell’idea che fosse ancora marzo. Cosi, quando alla paziente del sabato la scorsa settimana ho detto, aprendo l’agenda, ‘Ci vediamo sabato prossimo’, mi sono accorta che sarebbe stato impossibile.

Oltre lo stupore per come il tempo sia volato, si è aggiunta un’altra domanda fondamentale: quando diavolo la preparo la valigia?

Sì, perché domenica avevo già organizzato una gita con gli amici cagnari, e quindi non avrei avuto tempo. Questa settimana, tra Torino e pendolo a Londra avrei avuto tutto un gioco di incastro di pazienti e impegni che Tetris levati!

Cosi, gioco forza, oggi pomeriggio ho dovuto ritagliarmi un’ora per preparare la mia valigia, lo zaino con i viveri (del cane soprattutto) e le bisacce di Sherlock. Venerdi finirò tardissimo di lavorare e, ovviamente, sarò a pezzi e sabato mattina si parte presto. Cosi, almeno, avrò tutto pronto e da aggiungere solo le ultime cose.

Ora sono qui, sulla navetta diretta a Malpensa in attesa che parta e mi chiedo perché per le persone sia così difficile attenersi alle regole più semplici. Del tipo che sul bus è scritto ovunque che bisogna occupare solo i posti vicino al finestrino e sugli altri c’è pure il cartello di divieto, eppure loro, imperterriti credo di non dovervi manco dire dove si siedono. Siamo, poi, in 4 gatti a bordo e, anziché spargersi per il bus, ecco che si ammassano tutti davanti.

Questa è una grossa differenza con Uk, per esempio. Sì che loro si sono svegliati solo adesso con mascherine e distanza, però ora sono più che ligi alle regole. Quando salgo sulla navetta che da Stansted mi porta a Londra e viceversa, l’autista prima ancora che tu salga ti prende la temperatura e ti dice di sederti solo nei posto vicino al finestrino e indossare la mascherina. Poi lo ribadisce prima di partire a tutti quanti, correggendo chi è in arrore e invitandoci, anche, a mettere la cintura di sicurezza.

Devo dirvi qui, invece, cosa succede? Persino la temperatura la prendono dopo che già in molti si è a bordo. Perché l’autista se ne è dimenticato. Qualcuno siede nel posto sbagliato? E cosa mai importerà? Non indossano la mascherina correttamente o del tutto? Idem come sopra.

Ok, la smetto con le lamentele. Sono le 3 e sono stanca, abbiate pazienza.

Sabato partirò per l’Umbria, destinazione Castiglione del lago sul lago Trasimeno, insieme a Simona, Yuki e Sherlock. Il dog consulting già sospetta qualcosa. Quando mi ha visto preparare le sue bisacce ha sollevato una palpebra nel suo fingersi morto dal caldo per poi continuare a far finta di nulla.

Per il momento, quindi, è tutto. Ci rivedremo ad agosto per la settimana di vacanza.

Auguro a chi come me partirà o a chi è già partito di godere di queste ferie. E a chi non partirà auguro di potersi un po’ riposare e staccare la spina.

Ne abbiamo tutti bisogno

Namespotting

Bentrovati, amici e vicini!

Eccoci di nuovo qui, in questa versione by night del blog. Vi scrivo di nuovo da corso Bolzano, in attesa che parta la navetta per Malpensa.

La settimana scorsa sono riuscita ad arrivare e tornare da Londra. Soprattutto dall’aeroporto a Londra e viceversa. Sì, perché, a causa del covid, i trasporti per e da Londra sono stati molto ridotti.

Quando sono arrivata a Stansted ho trovato la biglietteria della National Express chiusa e nessuna indicazione circa i bus e gli orari.

Mi sono messa in coda dove di solito prendo il bus e ho stressato un ragazzino chiedendo info e aiuto per acquistare il biglietto dal sito, dato che il mio smartphone non collaborava. Cosi per fortuna sono riuscita a prendere l’autobus delle 9.10 e ad essere a Londra per le 11.30.

Ovviamente è scattato il grande dubbio: come ci torno all’aeroporto?

Dubbio dato dal fatto che l’ultimo bus per Stansted sarebbe partito dalla Victoria Coach Station alle 20 del giovedì, improponibile per me che finivo di lavorare alle 20.30. Il primo del mattino sarebbe stato alle 6 e il mio volo alle 6.45, quindi improponibile anche questo.

Mi sono trovata costretta, allora, all’opzione treno. Mi sono avviata alla Liverpool street station, dal quale parte lo Stansted Express e ho acquistato un biglietto per l’ultimo treno del giovedì.  Partenza alle 23.25. Presagio una notte in bianco!

La legge di Murphy, pero’, non si è espressa solo in questi contrattempi per fortuna risolti. Ero sull’aereo da poco partito da Malpensa quando la cerniera del mio zaino troppo pieno ha deciso di abbandonarmi….

Immaginatevi in viaggio, col vostro mondo fatto di viveri, vestiti d’emergenza e documenti nello zaino e questo decide di rompersi! Quella cerniera irrimediabilmente compromessa sembrava sorridere, facendosi beffe di me. Felice di vendicarsi per averla sempre troppo riempita.

Per fortuna ho pranzato con Lella, la mia cara amica trasferitasi a Londra, che ha avuto pietà di me e mi ha prestato il suo sacco. È stata la mia salvezza. Inutile dire che ho riempito all’inverosimile anche quello…

Dopo due giorni di lavoro, di piacevole ritrovare i pazienti, conoscere quelli finora visti solo via videochiamata e incontrarne una nuova, mi sono ritrovata a raggiungere la Liverpool street station. Sono arrivata lì alle 21. Il treno partiva alle 23.25…

Ho trovato un posto di quelli senza etichette di divieto e ho gettato lì le mie stanche membra. Certo avevo riposato più che bene la notte prima da Jass, che mi ha accolta con un grande sorriso e un abbraccio a distanza, ma ero comunque provata e me lo si leggeva per bene in viso.

Un Tizio deve essersene accorto e deve essersi detto ‘andiamo a rallegrare la signora’. Si è seduto, infatti, nel posto accanto al mio, spostando con nonchalance la cintura di divieto che era stata posta sopra. Armato di birra (l’ennesima) mi saluta e bofonchia frasi che, un po’ per il suo essere alticcio e un po’ per il mio essere a pezzi, non comprendo. Vedendo che indosso la mascherina lo fa a sua volta e poi inizia a fare questo assurdo gioco..

Avete presente il film trainspotting? Il titolo si ispira a un gioco per lo più assurdo, ma, a quanto pare, divertentissimo per gli inglesi, di tirare a indovinare da dove arriva o verso dove va il treno che sta giungendo in stazione oppure che vedono passare se si trovano nei pressi di una ferrovia.

Questo Tizio ha iniziato a fare due varianti di questo gioco che io ho ribattezzato namespotting e jobspotting. Sempre bofonchiando, mi diceva qualcosa del tipo ‘Lei si chiama Jane’, indicando una donna che veniva verso di noi, e poi a gran voce urlava ‘Jane!’. La donna, anche si fosse chiamata Jane, ovviamente, ha visto bene di non degnarlo di nota.

È andato avanti così per dieci minuti e dovevamo essere comici da vedere: lui che sparava nomi o mestieri a caso verso la gente e io che mi limitavo a guardarlo scettica.

A un certo punto deve aver capito che non ero interessata al gioco. Si è lanciato per un abbraccio che ho fermamente rifiutato e lui ha fatto spallucce e se ne è andato via.

Sono rimasta lì, a chiedermi quanti altroi fenomeni di questo tipo avrei attratto da lì fino alle 23 e nelle serate successive, se avessi continuato a prendere il treno.

Per fortuna, oggi, smanettando sul sito della National Express, ho scoperto che c’è un bus all’una venerdi mattina. Quindi niente treno, niente Liverpool station e niente più namespotting. Peccato.

Ora sono qui al gate, in attesa che aprano l’imbarco. Oggi pomeriggio ho un solo paziente e poi andrò al parco Saint James con Lella, prima di partire per Sutton e lasciarmi crollare a letto.

Lascio una temperatura di più di 30 umidi gradi per andare a trovarne una molto più bassa. Ovviamente spero di non prendermi un semplice raffreddore che di questi tempi verrebbe visto come presagio di morte.

Ho con me una nuova borsa che ho riempito come sempre a dismisura e spero che la cerniera regga almeno fino a venerdì.

Ovviamente odio già la mascherina che indosserò fino a venerdì prossimo…

Per il momento quindi è  tutto.

Al prossimo pendolo 🙂

Going back to London!

Bentrovati, amici e vicini

Quattro mesi….

Quattro mesi!! Vi rendete conto che sono passati 4 (quattro) mesi?

L’ultimo viaggio di ritorno da Londra l’ho fatto il 7 marzo. Poi c’è stata una sorta di parentesi spazio-temporale che ci ha avvolti tutti, chi prima, chi dopo. Una parentesi fatta di sedute via Skype, WhatsApp, zoom, meet, hungout…. da impazzire!!

Il 4 maggio, poi, questa parentesi in Italia si è chiusa (oddio, diciamo chiusa) e sono potuta tornare in studio.

Per la legge del contrario, tanto amata oltre manica, se qui la chiudevano (si fa per dire), lì questa parentesi l’aprivano.

Cosi, mi sono ritrovata ad aspettare che giungessero buone notizie relative agli sblocchi delle frontiere e ai viaggi.

Qualche buona speranza è stata data a giugno. Pareva proprio che le frontiere aprissero! Nel paese del contrario, però, hanno preferito prendere tempo, pensarci su, perché sai com’è dopo la storia dell’immunità di gregge mica possiamo prendere le cose sotto gamba!

Ecco allora che una data aleggia nelle mille news: 6 luglio. Sì, dal 6 luglio Uk toglierà la quarantena in ingresso!

Evvai!!! La notizia sembra attendibilissima. Boris lo comunicherà il 28. Allora io, armata del sacro fuoco dell’entusiasmo alimentato dell’astinenza, prendo subito i biglietti per tutto luglio sfruttando i voucher accumulati con Ryanair

Ovviamente non ci sono così tanti voli. Io, che per il momento ho ampliato i giorni di studio al mercoledì pomeriggio e giovedi tutto il di, ho dovuto optare per l’andata da Malpensa e il ritorno a caselle. Una sfacchinata perché, data la legge di Murphy, il voloda Malpensa è alle 7.10 del mattino! Il che vuol dire navetta Torino-Malpensa alle 3 del mattino!

Come avrete capito, però, sono folle abbastanza da accettare la qualunque pur di tornare a Londra.

Cosi, dicevo, faccio i biglietti e avviso i pazienti.

Peccato che Boris il 28 giugno non dice nulla. Rimanda al primo luglio. Anche lì, però, poi ci ripensa. Prende tempo fino al 4 quando ancora però è più che certo che si riapre il 6.

Poi arriva il 5 ed ecco la conferma: dal 10 luglio Uk toglierà la quarantena in ingresso!

Prima il gelo.

Poi l’incazzatura a bomba!

Ovviamente il primo volo presi, quello dell’8 con ritorno il 10 e’ andato perso. Sì, perché cambiare data mi sarebbe costato troppo, date le more sul cambio che non ci sarebbero dovute essere e che invece c’erano.

Cosa farci, pero’? Nulla. Solo accettare la cosa e andare avanti. E così ho fatto. Per fortuna avevo aspettato a comprare i biglietti per la navetta.

Eccomi qui, dunque. Ormai giunta a Malpensa e in attesa davanti al controllo passaporti.

In compagnia dell’inseparabile mascherina soffocante, mi appresto a salire su questo volo che mi riporterà alla mia seconda casa.

Che poi, dovendo prendere la navetta alle 3 di notte, un lato positivo questo ‘viaggiare ai tempi del covid’ me lo ha dato: ho fatto l’abbonamento a Car2go. Dopo un anno esatto sono salita di nuovo su una Smart ed è stato bellissimo! Ho superato così anche questo piccolo blocco legato alla tecnologia del noleggio auto. C’è sempre da imparare 🙂

Una cosa che non cambierà mai, invece c’e’. Ammetto che oggi ho pianto all’idea di lasciare Sherlock dopo tanti mesi. La vita, così come l’amore, sono fatti di compromessi.

Arriverò a Londra con un nuovo primo colloquio, cosa che voglio vedere come un buon segnale per un nuovo inizio, indipendentemente da come andrà. Al mio gruppo di pazienti di Londra, in questo lockdown se ne sono aggiunti 3 che non ho ancora avuto modo di incontrare di persona. Lo farò presto e sono emozionata.

Sono felice anche di potervi scrivere di nuovo qui. La decisione di sospendere il blog è stata sofferta ma ho pensato che se di pendolarità dovevo parlare era necessario che questa ci fosse.

Bentornati quindi.

Alla prossima

Patty 🙂

Vive la resistance!

Bentrovati, amici e vicini!

Sì, sono assente da un bel po’. No, non ho preso il virus, ma diciamo che a causa di questo mi sono trovata ad avere meno tempo del solito.

L’effetto isolamento si è fatto sentire. Nel lavoro con sedute emotivamente più cariche, data l’ansia causata dal virus, il distanziamento sociale e la convivenza forzata.

In casa con il cane in crisi perché non è potuto più andare al parco a correre libero. Un cane iperattivo vi assicuro che può diventare un serio problema se non gli è fatto modo di sfogarsi.

Questo lockdown ha però i suoi lati positivi. Ho avuto la possibilità di fare una cosa che mai avrei fatto: le terapie on line. Certo sono anni luce lontane dalle sedute in studio, che non vedo l’ora di poter riprendere. Quelle dannate cuffie bluetooth mi causano un mal di testa che levati!

Ho potuto trascorrere più tempo col mio cane!! Ero lì, a inizio marzo, a distruggermi pensando che, stando a Londra un giorno in più, avrei avuto meno tempo da trascorrere con lui. Ecco che arriva il covid e magicamente sto a casa h24! Devo stare più attenta a come parlo…

Ho colto l’occasione per riposare! Certo, il lavoro è stato reso più impegnativo dall’uso di Skype e dalla mole di ansie e preoccupazioni, ma eliminare gli spostamenti mi ha permesso di rifarmi delle notti trascorse in viaggio di questo ultimi sei mesi.

Già.  Sei mesi! Li avrei compiuti il 19 aprile, invece non ci sono arrivata! Mi sono fermata alla prima settimana di marzo e solo Conte sa quando potrò tornare a viaggiare…

Certo mi girano ancora se penso che questo sarebbe dovuto essere il mio anno di prova come pendolare… voglio però essere ottimista: sento che tornerò a pendolare. In fondo, solo le cose importanti vengono messe alla prova e questa per me è una cosa importante.

Ho deciso, però, di scrivere oggi un articolo dopo tanto tempo perché ricorre un anniversario. Sì oggi non è solo la festa della liberazione per me. È un anno dal mio primo viaggio a Londra!

Sì, l’anno scorso a quest’ora stavo respirando la mia prima serata londinese insieme a Simona e Stefania.

Se penso che ancora non sapevo della folle decisione che avrei preso da li a qualche settimana e di come si sarebbe poi evoluta fino a diventare una realtà…. da non crederci!

È successo qualcosa l’anno scorso, in questa settimana che va dalla festa della liberazione a quella dei lavoratori. È stata una vera rivoluzione per me. Mi sono liberata di tante paure, di tante ingiunzione e mi sono data per prima cosa il permesso di credere in me e poi quello di osare. Ho puntato sul mio lavoro, sulla mia passione più grande. Su questo desiderio di conoscermi e mettermi alla prova costante.

Devo dire che questo isolamento mi ha aiutata a trovare risposta alle domande che da maggio 2019 mi pongo: perché lo sto facendo? Perché lavorare come pendolare Torino-Londra? Cosa ha da insegnarmi questa esperienza?

Lo sto facendo perché lo voglio, perché mi piace e penso che questa sia la risposta più importante.

Farlo mi è servito ad apprezzare quello che ho qui a Torino: il mio cane, i miei gatti, la mia famiglia, la mia casa, i miei amici, la mia città con le sue strade e profumi. Ad apprezzare il mio essere italiana, il cibo che c’è qui, i servizi sanitari che, seppure problematici, ci sono e sono per tutti.

Farlo mi è servito a capire che volere è potere! Che i limiti sono solo nella mia testa e che posso credere in me stessa e farlo apre molte porte!

Poi ci sono loro: i miei pazienti. Non a vado incontriamo le persone sul nostro cammino. Questi uomini e donne emigrate a Londra mi stanno insegnando tanto e io sono molto grata a loro per l’opportunità che mi stanno dando di ascoltarli e percorrere questonpezzo di strada insieme. Sono loro grata per la fiducia che mi stanno accordando, per il modo ancor più profondo in cui si stanno aprendo. Anche con in pazienti torinesi sta accadendo qualcosa di più profondo, come se questo isolamento stesse aprendo porte e cassetti chiusi che necessitavano di un freno imposto dall’alto per poter essere aperti.

Con i ‘pazienti inglesi’, però, la differenza sta bel fatto che non li avrei mai incontrati se non avessi deciso di buttarmi in questa folle impresa. Essere lì con loro, ora che c’è la paura, ora che si è sono soli in casa forzatamente e sentir dire ‘queste cose a te posso dirle. Quanto sia spaventat*. Ai miei in Italia no perché non voglio spaventarli e farli preoccupare’. Ecco, anche per questo è servita questa folle impresa. Per essere qui ora con loro, ascoltare queste paure e anche condividerle perché seppure terapeuta sono, in questa situazione nuova e spaventosa per tutti, anche essere umano.

Vivo quindi la mia liberazione, la mia resistenza dinanzi ad ansie e paure, a segreti indicibili, a preoccupazioni per il futuro, a nuove possibilità e sogni, alla rinascita e alla riscoperta.

Resistere per rinascere. Cogliere le opportunità anche in ciò che ci spaventa, che è incerto. Abbandonarsi all’ignoto con fiducia. Io l’ho fatto l’anno scorso, quando ho deciso di osare e di resistere alla tentazione di dirmi che fosse tutta una follia improponibile.

Resistete agli attacchi di queste paure che vi soffocano e che vi spingono a mettere i vostri sogni e voi in un cassetto.

Resistere sempre perché, caspita, ne vale la pena! Davvero!

🙂

‘C’è qualcosa di sacro nelle lacrime…’

…non sono un segno di debolezza, ma di potere.

Sono messaggere di dolore travolgente e di amore indescrivibile’.

(Washington Irving)

 

Bentrovati, amici e vicini!

Ho voluto oggi iniziare con queste parole di Irving, che mi hanno colpito per la loro grandezza. In questa seconda settimana di isolamento che volge al termine, di lacrime ne ho virtualmente asciugate tante. Le ho viste esplodere di punto in bianco mentre, apparentemente, si parlava d’altro. Le ho viste scendere lente, come nulla fosse, da occhi impauriti ma determinati a fare finta che nulla fosse. Le ho sentite nella voce stanca di colleghi che, come me, stanno facendo i conti con un modo diverso di fare terapia e con  gli effetti dell’ondata di panico proveniente dai pazienti.

Qualche volta ho visto nascere un sorriso da queste lacrime. Altre uno sguardo di profonda tristezza. In alcuni casi persino di rabbia.

E’ stata una settimana difficile, amici e vicini. Per il quantitativo di ansia accumulata dai miei pazienti, che si è scontrata con quella mia personale che respiro nell’aria. Sì, perchè si respira ansia in questi giorni. La tensione è palpabile, come il silenzio. Surreale. Pesante.

Pesante anche per il costante crescendo delle limitazioni alla libertà. Necessarie, certo, ma ugualmente soffocanti.

Non vi nascondo che ho paura. Temo questo esercito che giorno dopo giorno si sta riversando nelle strade delle nostre città. Io, qui dalla zona ‘Juventus stadium’, non l’ho ancora visto, ma anche solo sapere che c’è, leggere i messaggi di amici di altre città che se lo ritrovano sotto casa, mi inquieta.

No, non mi danno nessuna sicurezza questi uomini armati e in mimetica. Mi chiedo perchè si sia dovuti arrivare a tanto e. ovviamente. ho già bell’è pronta la risposta. Non vale neppure la pena ripeterla e comunque non sarà la presenza di questa gente e convincere le persone a stare a casa. Potrà solo essere più facile che si passi ad azioni violente, avallate, e questa è la cosa peggiore, da chi guarda dal balcone.

Siamo in guerra, cazzo. Ora è ancora più evidente. Ricordo che a capodanno si parlava di possibile terza guerra mondiale dopo l’uccisione di un personaggio importante (perdonatemi, ma io con i nomi non ci so proprio fare). Invece, la guerra è esplosa grazie ad un virus. Parafrasando ‘Il Signore degli anelli – La compagnia dell’anello’ potrei dire, usando le parole di Boromir, ‘

‘Che strano destino. Dobbiamo provare tanti timori e dubbi per una cosa così piccola’.

Pazzesco. Eppure è così. ‘L’essenziale è invisibile agli occhi’, diceva Saint Exupery. Certo lui non si riferiva ad un virus, ma possiamo dire che grazie a quel che questa pandemia sta causando possiamo capire quali siano le cose davvero essenziali e quali quelle futili.

Solo in quest’ultima settimana o poco prima sono iniziati a passare sui social meme, articoli e post nei quali si parla di sostegno psicologico e dell’impatto che questo isolamento ha sul benessere psicologico. Si è parlato anche di come lo stare a casa possa essere più deleterio del coronavirus per quelle donne e bambini che subiscono violenza domestica. Come dicevo prima, sta aumentando l’odio verso di esce da parte di chi è in casa, che se da una parte può essere giustificato, dato il pericolo di contagio e la violazione delle ordinande, dall’altra aumenta l’odio tra simili e la caccia all’untore. Tutte cose che portano ansia e stress a livelli elevati e questi incidono sul sistema immunitario, compromettendolo.

Diventa, così, importante quello che è il mio lavoro: il sostegno psicologico. Le campagne di sensibilizzazione al benessere psicologico e all’importanza di chiedere aiuto stanno nascendo e popolano il web. Colleghi e associazioni che offrono sostegno gratuitamente e centri antiviolenza reperibili al telefono sono attivi nell’aiutare chi ne ha bisogno. Iniziative lodevoli, che, inevitabilmente, si scontrano con il limite della privacy che può venire a mancare, allo stesso modo in cui mi ci scontro io con i miei pazienti. Ecco, quindi, che dalla necessità nasce la creatività dell’uomo, che lo porta a trovare le soluzioni più strane: videochiamate dalle cantine, dai garage, dalle auto, dalle scale (‘All’ultimo piano, quello che porta ai tetti, così non mi sente nessuno!’), dal bagno con la doccia azionata, in camera con la radio accesa a fare da sottofondo (‘Tanto ho le cuffie e riusciamo a sentirci‘).

Accade, però, che ci siano quelle persone (guarda un po’, donne con mariti ‘troppo presenti’) che le soluzioni creative non le possono trovare perchè non sono mai sole. C’è sempre un occhio puntato su di loro, che in confronto quello di Sauron è amichevole. A queste pazienti, che prima venivano in studio prendendo l’appuntamento in un giorno in cui avevano altri impegni, così da non dover inventare giustificazioni che potessero dare adito a sospetti, va il mio costante pensiero e la mia preoccupazione.

Si sta già registrando in Piemonte un aumento dei TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e siamo in isolamento da sole due settimane! Mi auguro che non si arrivi a costanti notizie di cronaca riguardo all’aumento dei femminicidi o delle telefonate fatte alla polizia per violenza domestica. Come mi auguro non si verifichino aumenti di suicidi e omicidi-suicidi. Non sto fantasticando scenari apocalittici, esagerati o fantascientifici, amici e vicini. Sono cose che già esistono e che purtroppo aumentano proprio grazie all’isolamento che ci deve salvare.

Il senso di impotenza genera una frustrazione pesante che spiana la strada alla depressione e questo sta già accadendo. Lo vedo nel mio piccolo campione di pazienti, così come nei discorsi con amici e conoscenti.

Anche io, in quanto essere umano, non ne sono immune. Venerdì mia madre mi ha detto, tra un discorso sul nulla e l’altro, di dover andare mercoledì prossimo (sì, proprio nella settimana in cui è previsto il picco) all’Asl per fare l’esame del sangue per monitorare i valori per il Coumadine. Ecco, è bastata questa notizia a incrinare la stoica resistenza che stavo attuando. E’ quando il pericolo si manifesta anche solo per via ipotetica nel proprio piccolo giardino privato che il sistema va in tilt!

Quella sera, mentre da un palazzo in zona qualcuno suonava ‘Il silenzio’, nella solitudine della mia casa priva della presenza di cane e fratello, fuori per la passeggiata notturna, il crollo è arrivato.

Non l’ho represso. Ho lasciato che uscisse, perchè tenerlo dentro sarebbe stato peggio. Ho pianto e liberato con i singhiozzi quel blocco che da metà febbraio avverto alla gola e che pensavo fosse dovuto all’influenza presa a inizio mese. Ho scoperto in quel momento come fosse, invece, causato da ansia e tensione.

Devo ringraziare gli anni di terapia personale, il mio percorso di studi e quelli di Shiatsu e Yoga, grazie a i quali riesco a gestire la situazione e a continuare a stare in piedi ed esserci per i miei pazienti e familiari.

Sì, perchè durante quel crollo la mente ha iniziato a tirare fuori tutte le cose che fino ad ora ho tenuto in sordina. Ho pensato che, diamine, quell’ultima domenica in cui ci siamo visti ho salutato frettolosamente i miei perchè ‘tanto ci saremmo rivisti a breve’. Invece sono passate due settimane. Ho pensato che se dovessero ammalarsi potrei non rivederli, non poter stare loro vicino e a questo timore si sono agganciate tutte le preoccupazioni che in queste due settimane ho assorbito dei mie pazienti, quelli londinesi soprattutto, lontani, per forza di cose, dai parenti rimasti in patria. Ho pensato a come sarebbe straziante e doloroso vivere a distanza una loro malattia e, magari, perderli senza poterli salutare.

A un certo punto, durante l’esplosione sempre più fragorosa ho preso un lungo respiro e mi sono fermata. Mi sono detta che… andrà tutto bene!

In quel momento, con quel respiro ho stretto forte tra le braccia la mia Bambina interna disperata e le ho sussurrato che, sì, queste sono possibilità, è vero, ma che non è detto debbano per forza accadere. Le ho ripetuto più volte che sarebbe andato tutto bene e che finita questa follia saremmo corsi tutti quanti a riabbracciarli .

Amici e vicini, è importante lasciare andare il pianto, ma ancora di più lo è attivare il conforto. Auto o esterno che sia. Non la negazione o, peggio, dirsi o dire di smetterla e pensare positivo. A nulla serve sforzarsi di pensare positivo se dentro si muore i paura! Per iniziare a farlo occorre prendersi cura di questa paura, ammetterla, accettarla e chiedere conforto o energizzare il proprio Genitore Affettivo per darsene. E’ normale avere paura. Questa è una situazione di pericolo in cui è normale ci sia paura e non c’è nulla di male nell’esserlo, nel dire di esserlo e nel richiedere e avere bisogno di conforto.

A nulla serve esorcizzare la cosa uscendo lo stesso perchè ‘tanto a me non accadrà’ oppure, ‘sono tutte fesserie’ o l’ancora peggio ‘a me nessuno mi ci mette in prigione’. Bisogna essere flessibili, accettare le ristrettezze e augurarsi che tutto passi presto. anche il bisogno di un esercito per le strade. esercito che spero alzi i tacchi e se ne vada una volta rientrata l’emergenza e che mi auguro non faccia più danni di quanti già non ce ne siano.

‘Gente armata’ in mezzo a ‘gente tesa per la sensazione di pericolo costante nella quale viviamo’, sono un binomio che non mi piace per nulla.

Auguriamoci quindi, amici e vicini, che si veda presto la luce in fondo al tunnel e che da lì a poco si possa uscirne.