At the swimming pool

Bentrovati, amici e vicini:-)

Eccomi alla stazione Madonna di Campagna ad aspettare il treno per l’aeroporto. Oggi pare che qui a Torino si scateni l’inferno freddo, che perdurera’ fino a sabato. Devo dire che non mi dispiace perdermi questo brivido 😉

Questa settimana resterò su anche il venerdì perché con un’amica ho organizzato un workshop dedicato alle gestanti. Non sappiamo ancora se partirà. Al massimo mi godrò un giorno in più a Londra:-)

Oggi voglio parlarvi di un’esperienza particolare vissuta subito dopo il Bank Holiday.

Come vi dicevo, erano giorni caldissimi quelli a Londra. Cosi caldi che Chiara, sul finire della giornata trascorsa al carnevale di Portobello Road, mi ha proposto di andare in piscina la mattina seguente.

Io ho trascorso 5 anni della mia vita andando a nuotare tutti i giorni per un paio d’ore al giorno. Ero dipendente da coloro e ancora adesso, quando ne sento l’odore, mi prende il brivido dell’astinenza. Ero, quindi, decisamente curiosa di andare in una piscina inglese. Sapevo già della particolarità del non esserci l’obbligo della cuffia, cosa che, a quanto pare, abbiamo solo in Italia. Non immaginavo, però, che mi sarei ritrovata a disdegnare l’essere in una piscina.

Bisogna dire che è molto probabile sia stata sfortunata nell’andare in piscina proprio il giorno dopo la fine dal Bank Holiday. È possibile, infatti, che la situazione disperata che vi ho trovato fosse causata proprio da questo.

Andiamo, però, con ordine.

Alle 10 del mattino io e Chiara ci siamo trovate davanti la fermata oval della metro a Brixton. Abbiamo preso l’autobus e siamo andate alla piscina all’aperto che si trova nel parco del quartiere. Già l’idea che una città che si vuole eternamente piovosa avesse una piscina all’aperto mi ha sorpresa.

Siamo entrate, pagando 8£ a testa, e abbiamo preso posto sui gradoni che costituivano lo spazio attorno alla piscina. Mi ricordava un po’ la piscina estiva all’aperto della Sisport a Torino, circondata da prato e zona piastrellata sulle quali stendere asciugamani o affittare sdraio. Noi, armate di asciugamano, ci siamo trovate il nostro angolino e, data la canicola, ci siamo subito buttate in acqua. La mia dipendenza mi ha subito fatto notare la bassa presenza di cloro nell’acqua. Evidentemente, questa è un’altra differenza tra il nostro modo di organizzare una piscina pubblica, per quanto riguarda l’igiene, e il loro.

Fatto sta che, dopo un po’ di sguazzo in acqua e lo stare al sole in modalità lucertola, la natura mi ha chiamata e sono dovuta andare in bagno. E qui mi sono scontrata con la differenza abissale tra quella piscina e le tante altre che ho frequentato. Devo dire che questa esperienza mi ha fatto rivalutare la piscina ‘Lombardia’ di Torino, che, tra quelle che negli anni ho frequentato, ho trovato essere la meno pulita.

La zona spogliatoio (inesistente) e docce di questa piscina erano molto simili ai bagni pubblici di un autogrill di terz’ordine. C’era sul pavimento una fanghiglia scura e nei bagni cestini strabordante ogni genere di immondizia. Io non sono schizzinosa, né maniaca della pulizia, ma la cosa che mi ha fatto più effetto è stato vederli camminare scalzi in quel fango e, sempre scalzi, entrare nei bagni.

Evidentemente, gli inglesi hanno anticorpi per combattere verruche, funghi e affini che noi non possediamo.

Quando è stato il momento di andare via e fare la doccia, devo dire che avrei optato volentieri per darmi una sciacquata nella doccia esterna, come ha fatto Chiara, e poi indossare i vestiti. Lei però sarebbe poi andata a casa, lì vicina, e avrebbe fatto una doccia seria e asettica. Io, invece, avevo ad attendermi un pomeriggio in giro per Londra e, anche fossi andata a casa, un’oretta di viaggio.

L’altra cosa che mi ha colpito è il rapporto con la nudità. Nelle piscine che ho frequentato, c’è l’obbligo di doccia col costume in presenza di bambini, cosa che trovo assurda e mossa da una malizia adulta che i bambini non possiedono. La doccia fatta in questa piscina è stata per prima cosa un’acrobazia, dal momento che non c’erano armadietti di alcun genere e ho dovuto appoggiare zaino e cambio su una panca che dire sporca è farle un complimento. C’erano, poi, solo tre docce, di cui una rotta. Una di questa era divisa da tre ragazzine di 14 anni circa che stazionavano rigorosamente in costume a chiacchierare. Ecco, questa è una cosa che non ho mai capito e mi infastidisce abbastanza. Alla Sebastopoli, mia piscina ufficiale di riferimento, di docce ce ne sono tante e nell’ora di punta, quando si conclude il fitness in acqua arrivano queste orde di donne che, alcune in costume altre senza, stazionano a chiacchierare sotto la doccia senza neppure lavarsi, lasciando te, che hai avuto la sfiga di concludere l’allenamento in concomitanza con la fine della loro lezione, ad attendere al freddo che loro abbiano finito di raccontarsela. Ecco, ste tre ragazzine le avrei prese a sberle quanto queste donne.

Io non mi sono fatta problemi a togliere il costume, dal momento che non c’è nulla di più anti igienico che fare la doccia col costume addosso. Dopo essere usciti da una piscina simile soprattutto. Non mi aspettavo di causare loro uno choc. Oddio, choc forse è esagerato, ma dalla loro reazione e dalle frasi borbottare si capiva quanto fosse cosa ben poco usuale quella che stavo facendo. Ho deciso, quindi, dato anche l’assenza di spazio vitale, di spostarmi nell’unico spazio rigorosamente chiuso nel quale fosse possibile cambiarsi. Anche qui lo sporco e un cestino colmo di ogni cosa la facevano da padrone. Ho concluso il più in fretta possibile il tutto, io già che sono solita essere rapida, e sono uscita pregando di non essermi presa nulla. In tanti anni di onorati allenamenti acquatici non ho mai preso neppure una verruca. Non volevo perdere il mio titolo personale proprio qui.

Per fortuna il mio sistema immunitario ha retto e Chiara mi ha poi detto che il giorno dopo la piscina era più pulita. È possibile che, dato il bank holiday, non avessero pulito dal giovedi precedente. Quattro giorni di sporco hanno regnato incontrastati, se così fosse.

Al di là di questo schifo, è stata un’esperienza particolare che mi ha permesso di abbronzarmi un po’, sebbene lo stacco con l’abbronzatura da trekker fosse ancora visibile.

Sicuramente, se mai bissero’ quest’esperienza, non andrò in piscina dopo giorni di festa nazionali e consiglio anche a voi di non farlo 😉

Bank holiday!

Bentrovati, amici e vicini:-)

Mi ritrovo ad avere modo di scrivervi solo quando sono in viaggio. Sto per prendere il treno che mi porterà a Chivasso, dalle gestanti del gruppo di ginnastica.

Ho un aggiornamento circa la parentesi burocratica dell’ ultimo articolo. Giovedì alle 22 sul finire del mio giorno di pendolo mi è arrivata una mail dalla terapist insurance: mi inviavano, finalmente, il mio numero di polizza professionale!

La prima cosa che ho fatto venerdì, dopo aver portato fuori il cane, è stata quella di preparare la raccomandata e inviarla! Se tutto va bene, a metà dicembre dovrei ricevere notizie all’Hcpc e spero che saranno buone!

Tornando all’avventura agostiniana, volevo raccontarvi la mia esperienza legata al Bank Holiday.

Sono questi giorni di festa nazionale che vanno dal 23 al 26 agosto. Ora, non so se i giorni sono fisso oppure se si svolge nell’ultimo weekend di agosto, sinceramente non mi sono documentata.

Fatto sta che il venerdi avevo sfruttato il primo giorno di festa per andare sul sentiero delle Seven Sister, mettendo a tacere il senso di colpa del saltare scuola proprio perché non ci sarebbero state lezioni.

La domenica, come vi ho già raccontato c’è stato il bellissimo pic nic organizzato come tradizione proprio per il Bank Holiday.

Il lunedì, invece, la festa si chiude con la grande sfilata a Portobello Road! Il carnevale degli adulti, dal momento che quello dei bambini è la domenica.

Mi ero messa d’accordo con Chiara di incontrarci in un punto strategico conosciuto dal suo ragazzo, dal quale sarebbe stato possibile vedere la sfilata senza rischiare di essere fagocitati dalla folla.

Mi sono ritrovata, quindi, a raggiungere questo posto ritrovando nella metro tante persone vestite a festa. Soprattutto persone di origine brasiliana e giamaicana. Donne e uomini coperti di glitter, vestito dei colori della loro nazione d’origine.

Oddio, forse sarebbe meglio dire svestiti. Già, perché, complice il caldo torrido, la quantità di uomini e donne di ogni età e costituzione fisica giravano praticamente in costume da bagno.

Ora, non pensate alle nostre sfilate di carnevale, con carri allegorici raffiguranti scene di satira politica et similia. La sfilata consisteva in furgoni carichi di altoparlanti che sparavano musica a palla, seguiti da gruppi in costume che ballavano al ritmo di questa musica tradizionale del loro paese d’origine.

C’era tanta polizia in giro, ovviamente. Sopra il posto strategico nel quale ci siamo piazzati c’era un intera squadra di agenti in borghese, cugini dei nostri Digos, presumo, che hanno costantemente controllato chi c’era sotto di loro. La cosa che mi ha colpita è stata che gli agenti in servizio tra la folla, quelli in divisa, erano anche loro truccati per la festa. Donne poliziotto con brillantini sul viso e trucco vistoso spiccavano tra la folla e mi ha gatto piacere questa libertà di poter far parte della festa nonostante siano li per lavoro.

Non vi dico poi la quantità di gente che riempiva le strade. Tanti turisti e anche inglesi venuti apposta a Londra per questa giornata di festa. Ovviamente il numero di persone ubriache e le nubi di cannabis erano proporzionali al quantitativo di persone. Nonostante questo, però, almeno la dove ho stagionato io (perché muoversi era praticamente impossibile) non ho assistito a esplosioni di risse. Tanta voglia di ballare, invece, e di fare casino.

Mi ha fatto piacere avere la possibilità di trovarmi in un periodo di festa nazionale e vedere Londra vestita di una luce diversa.

Maledetta burocrazia!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Eccomi in viaggio verso un nuovo pendolo. Mi sembra passata un’eternità dall’ ultimo!

In queste due settimane sono non-successe molte cose che mi hanno portata a percepire il tempo scorrere con lentezza. Ovviamente tutta roba burocratica sia Uk che nostrana.

Non immaginavo, infatti, sarebbe stato così lungo e difficoltoso stipulare un’assicurazione  professionale Uk. Venerdi 25, infatti, pensavo di potermi dire prossima ad inviare, finalmente l’applicazione per l’Hcpc e iniziare a mettere un altro punto. Ho scritto alla Balens, compagnia assicurativa, per richiedere un preventivo che nel giro di due giorni è arrivato (lentezza già sospetta).

Il problema si è verificato al momento dell’invio della documentazione relativa ai titoli di studio. Essendo stati, questi, conseguiti in Italia hanno chiesto la compilazione di un altro form e da lì è iniziato il casino!

Ogni giorno mi ha risposto una persona diversa che continuava a chiedermi di indicare su questo benedetto form delle cose che non solo avevo già indicato, ma che potevano essere ritrovate nel diploma supplement allegato.

Alla fine, venerdì scorso, dopo l’ennesima richiesta assurda, ho deciso di cambiare assicurazione.

Mi hanno consigliato la Therapist Insurance e ho fatto tutto on line, pagando già la quota. Ho dovuto attendere, causa lungo weekend di festa, fino a lunedì dove tale John mi ha detto che i documenti inviati vanno bene, ma avendo conseguito i titoli di studio in Italia ci vorrà più tempo per ottenere il numero polizza, che è quello che mi serve per inserirlo nell’applicazione Hcpc!

48 ore, aveva detto John, e queste si esaurivano ieri. Spero di avere notizie oggi, in modo da poter inviare tutto venerdi.

Ammetto che questo ritardo mi rovinano l’umore e messo a dura prova la mia pazienza. Ho sottovalutato la cosa pensando fosse una formalità semplice, altrimenti avrei provveduto molto prima. Comunque, per fortuna hanno posticipato la Brexit, cosa che giova a mio favore. Mi auguro per il 31 gennaio di aver messo a punto tutta questa burocrazia sospesa.

Tra poco si aprirà l’imbarco e volerò nuovamente a Londra. Mi è mancata. Tanto.

Picnic a Kensington Park

Bentrovati, amici e vicini 🙂

El dia de los muertos è passato e mentre vi scrivo sono diretta a Chivasso per una lezione speciale di ginnastica gestanti.

Sì, di domenica, perché a questo incontro parteciperanno anche i futuri padri e per riuscire a mettere insieme i miei e i loro impegni l’unico giorno papabile e’ la domenica.

Sta facendo davvero freddo in questi giorni, cosa che era anche ora accadesse. Nonostante sia nata in autunno non amo il grigio, la pioggia e l’umido di questa stagione. Per non parlare del freddo!

Ricordo che a Londra gli ultimi dieci giorni di agosto sono stati caldissimi!

Come dicevo, adoro il caldo, ma non mi aspettavo tutto questo. Non a Londra, città che vuole essere più grigia, umida e piovosa della mia. Cosa che nella prima parte del mese ha dimostrato di essere. Nemmeno gli inglesi, a quanto pare erano preparati a questo clima tropicale!

Ancora ustionata dall’escursione del giorno precedente, ho avuto l’opportunità di vivere l’esperienza di un picnic inglese.

Ma andiamo con ordine.

La sera della cena al ristorante vegano brasiliano, l’amico inglese del ragazzo di Chiara ha invitato me e Lella al picnic che avrebbero fatto quella domenica a Kensington Park. L’appuntamento era per le 11 vicino alla Serpentine Gallery.

Negli ultimi giorni, pero’, mi era presa la lentezza mattutina e prima delle 11 non riuscivo ad uscire di casa, cosa che mi spiaceva un casino. Penso fosse dovuto al fatto che mi stavo rilassando.

Cosi, quella domenica mi sono portata al luogo dell’appuntamento alle 13.30. Lella è arrivata alle 14 e Chiara, l’unica che aveva i contatti con gli organizzatori per sapere dove si fossero collocati, alle 14. Insomma, siamo arrivate in ritardo.

Abbiamo preso posto su questo grande telo sul quale c’erano pietanze british, italiane e indiane di ogni tipo. Eravamo una quindicina di persone e altre se ne sono aggiunte nel corso della giornata, portando altro cibo, vino e birra.

Dopo un paio d’ore è stata tirata fuori una chitarra e, al posto dei nostri Battisti, Baglioni e compagnia, sono stati suonati i Rem, i Beatles, Jo Cocker… Poi, al posto di un pallone è comparso un frisbee, oggetto che finora avevo visto usare solo per giocare con il cane e che, invece, loro si lanciavano l’un l’altro. Mi ha incuriosita così tanto questo gioca da unirmi al gruppo.

Forte dei pregiudizi che avevo su questa nazione, mi hanno stupita i saluti. Pensavo, infatti, che gli inglesi fossero freddi, ben poco fisici e molto formali . Ho dovuto, invece, ricredermi. Siamo stati lì fino alle 21, ci hanno praticamente buttati fuori dal parco, e, al momento dei saluti, ci sono stati tanti abbracci.

Queste donne e questi uomini che ti salutano stringendoti forte dicendo ‘Nice to meet you’ anche se non ci hai scambiato neppure una parola. Sicuramente, il gran quantitativo di alcool che è girato avrà avuto il suo ruolo in tutto questo. O forse sono solo io poco abituata a cosi tanta convivialità.

È stata davvero una bella giornata che ricordo ancora oggi con gioia.

Iniziavo a sentire questa esperienza volgere al termine e mi dispiaceva, soprattutto perche tornando a Torino non avrei più visto con la stessa frequenza o non avrei più visto del tutto le persone che stavo conoscendo. Con Chiara e Lella ormsi si usciva tutti i giorni. Sul finire della giornata abbiamo, infatti, organizzato di incontrarci per vedere la sfilata per il Bank Holiday che si sarebbe svolta a Portobello Road il giorno seguente.

Questo, però, merita un articolo a parte 😉

Seven sisters

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Novembre è iniziato! Spero abbiate passato bene la notte delle streghe. A me è dispiaciuto tantissimo non poterla trascorrere a Londra…

Sì, come vi avevo già accennato, causa costi esagerati ho dovuto rinunciare al pendolo. Devo dire che è stato strano ieri lavorare in studio di giovedì qui a Torino dopo tanto tempo e anche stamattina svegliarmi nel mio letto dopo una notte trascorsa a dormire, anziché viaggiare e sostare accampata in aeroporto…

By the way, ne ho approfittato per fare una cosa che non facevo da tempo: riposare!

Sì, amici e vicini, ‘perdere tempo’ è una bella invenzione!

Che poi, tra un relax e l’altro, ho lavorato alla locandina per il workshop che terrò insieme a Margherita Spangaro a Londra  il 15 novembre. Sarà dedicato alle gestanti e in lingua inglese…. sto già studiando! Spero possa avere successo, perché mi piacerebbe proprio portare le mie ginnastiche con gestanti e neo mamme in London. È anche un’occasione per fare pratica attiva con l’inglese.

Oggi inizio con un argomento che direi essere l’esatto opposto della gestazione: le mestruazioni!

Sì, amici e vicini, come sapete ho trascorso un mese intero a Londra e inevitabilmente sono arrivate, portandomi a fare i conti con la domanda che noi italiani ci poniamo da sempre: ma come fanno senza bidet!

Credetemi, in quella settimana mi è mancato quanto il mio cane!!

Che poi, usando io la coppetta mestruale, grandissima invenzione, non è stato solo un problema l’assenza del bidet! Nel bagno di casa a Sutton non c’era neppure un lavandino col quale ripiegare! Mi sono dovuta ingegnare portando con me bottiglie d’acqua e facendo incetta di salviettine igieniche.

E, nonostante tutto questo, con annessi cali di pressione, mal di pancia e compagnia, il 23 ho deciso di fare un’escursione fuori porta.

‘Patty, se ti è possibile, dato che ti piace camminare, fai il cammino delle Seven Sisters. È tutto sul mare e il panorama è spettacolare!’ mi disse la mia paziente. Già quando andai a rendere omaggio a Doyle mi era balenata per la mente l’idea di andare fin sulla costa britannica. Secondo voi potevo lasciarmi sfuggire l’occasione? Certo che no!

E poi dovevo dare un senso agli scarponi da trekking che mi ero portata e che non avevo ancora usato.

Seguendo  le indicazioni della paziente, quindi, sono partita dalla stazione London Victoria, diretta a Seaford, nel Sussex.

È stato emozionante respirare l’aria di mare!! Io, che penso non sia estate senza il mare e che ancora non avevo avuto occasione di vederlo neppure in Italia. Ovvio di fare il bagno non se ne parlava, data l’acqua gelida.

Però mi sono rifatta con questa lunga camminata insieme a tanti trekker di ogni età e nazionalità.

Da Seaford ho camminato fino a Eastbourne e lì mi sono messa in costume e ho disteso il telo sui sassolini. Ho immerso i piedi in ebollizione nell’acqua gelida che ha fatto loro tanto bene.

La cosa carina, in conclusione di giornata, è stato l’incontro col gabbiano Jonathan. Ero seduta ad una panchina della stazione di Eastbourne in attesa del treno, con uno dei tipici sandwich preconfezionati comprati nel Tesco locale.

Si è avvicinato questo gabbiano che adocchiava il sandwich.

‘Non è un granché sai?’ gli ho detto, ma lui mi ha guardata come per dirmi ‘Lascia che sia io a deciderlo’.

Alla fine si è sbafato un tramezzino intero, prendendolo direttamente e senza paure dalla mia mano, e persino qualche patatina, per poi andarsene senza salutare.

Sono tornata a Londra quella sera con la parte destra del corpo ustionata, ma ne e valsa la pena!

E ovviamente non posso che consigliarvi, in caso progettaste un viaggio in Inghilterra, di fare questa camminata 🙂

General practice

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Dopo la digressione concessa da ‘Joker’, torniamo al mese di agosto.

Eravamo rimasti alla prima interview per il NIN. Quel pomeriggio per riprendermi ricordo di essere andata a visitare la diga mobile. Si trova a Greenwich ed è davvero suggestiva. Ovviamente ho macinato a piedi i chilometri per arrivare fin lì e, sulla via del ritorno, in un bellissimo tramonto, mi son detta ‘Ma sì, facciamo i turisti fino in fondo!’ e ho preso il battello.

Non mi sono soffermata a spiegarvi come funzionano gli abbonamenti per i trasporti, il London. Penso possa essere utile dire due parole a riguardo.

Sono cari come il fuoco. Voi direte ‘E cosa non lo è li?’. È vero, ma questi sono davvero esagerati. Vero è che, nonostante il traffico pazzesco di questa città, arrivano sempre in orario. Impari a farci l’abitudine date le molte ore che si passano nella tube, sottoterra, o nella overground, la metro esterna, o sugli autobus.

La Oyster card può essere un modo utile per viaggiare. Ogni mezzo ha un suo prezzo e la combinazione di più mezzi lo fa aumentare. Per questo è meglio fare degli abbonamenti, come quello mensile per 5 zone che feci io. Il costo varia, appunto dal numero di zone che comprende. È, però, possibile prendere qualunque mezzo più volte al giorno.

Anche i battelli sul Tamigi fanno parte delle linee di trasporto. Con un abbonamento mensile il battello lo si paga 6£ anziché i 7£ di una Oyster ‘pay as you go’ o i 10£ di chi non ha alcuna tessera.

Nei pendoli che vivo ogni settimana cerco di usare i mezzi il meno possibile. Un po’ perché, come ormai avrete capito, adoro camminare e un po’ per risparmiare. Se proprio devo, benché mi piaccia l’atmosfera della metro, prendo i bus che costano 1.50£ e nell’arco di 60 minuti se ne possono cambiare diversi allo stesso costo.

Ho scaricato la Oyster app e posso con questa vedere quanto credito ho, ricaricarla e tenere lo storico dei viaggi, che è una cosa carina.

Ho preso quindi il battello, dicevo, da Greenwich a Westmister e poi da li sono andata all’appuntamento con Lella e Chiara. È stata la prima cena in un locale, quella di questa serata. Chiara ci aveva esteso l’invito in un ristorante vegano brasiliano a Brixtol, nel quale sarebbe andata col compagno e altri amici di lui sia italiano che inglesi.

Li ho conosciuto Frank, musicoterapeuta che da 20 anni vive a Londra. Personaggio particolare, come la sua arte, e con il quale sono ancora in contatto per strutturare la realizzazione di alcuni progetti.

È stata una serata piacevole, anche per la sola spesa di 5£ per una cena abbondante. È proprio vero che se si vuole conoscere la città, mangiare bene e spendere poco si deve andare con chi la conosce e abita.

Il giorno seguente, con la eco ancora forte della bella serata vissuta, mi sono mossa per il secondo passo burocratico. Avevo incontrato, qualche giorno prima, a Shoreditch un collega italiano che ha creato un app di nurse a chiamata. Volevo chiedergli se c’era la possibilità aprissero il loro servizio anche ad altre professioni sanitarie e siamo rimasti in contatto per vedere cosa poter fare dal prossimo anno.

È stato lui a suggerirmi di richiedere l’iscrizione al Gp, General Practice, ovvero il medico di base.

‘Più cose fai prima della Brexit per far vedere che sei qui meglio è per il tuo progetto’.

Ho allora chiesto a Lella se lei lo avesse fatto e di spiegarmi come funzionasse. Cosi, il 22 sono andata al ‘Dr Seyan and Partners’ in Robin Hood Lane, il Gp di competenza a Sutton.

Ho richiesto il modulo, riconsegnato insieme ai documenti e alla proof of adress, che qui, contrariamente che per il Nin, mi hanno richiesto. La pratica sarebbe stata regolarizzata da li a un paio di giorni, ma la nurse che si occupa della visita medica ai nuovi iscritti era in ferie. Abbiamo così preso appuntamento per il 25 settembre.

‘Cosi devo tornare per forza’ mi sono detta. Ammetto che mi aveva fatto effetto l’idea di tornare. Temevo un po’ di accomodarmi, una volta tornata in Italia, e di mollare il progetto perché troppo difficile e burocratizzato a causa dello spauracchio della Brexit.

Ancora oggi, vuoi per ritardi legati prima al Ministero della salute e ora alla compagnia assicurativa Uk, devo inviare l’applicazione per l’Hcpc e, come sapete, il Nin è sospeso. Attendo notizie anche per l iscrizione all’agenzia delle entrate. Insomma, dal punto di vista burocratico ci sono tanti stress. Si risolveranno in un modo o nell’altro, ovviamente, ma nel frattempo sono una gran rottura.

Il GP, almeno, è stato semplice e veloce. Due giorni dopo ho ricevuto la lettera di avvenuta registrazione e posso dire la cosa sia archiviata. Certo è molto diverso il modo in cui opera il medico della mutua in Uk rispetto a qui. L’Nhs, il sistema sanitario nazionale, è pessimo, come molti mi hanno detto. Se stai male e hai bisogno del medico lo devi chiamare e se, dai sintomi che descrivi, lui ritiene necessario vederti ti fissa l’appuntamento, altrimenti ti dice cosa prendere e amen. E se hai un’urgenza passi comunque prima dalla nurse e solo dopo, se proprio necessario, dal medico.

Io penso ai miei che ogni tre per due sono dal dottore e mi dico che, nonostante tutto, siamo fortunati a livello sanitario. Anche se forse ancora per poco…

Joker!

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Ecco il primo articolo da 38enne!!

Ringrazio anche qui tutti coloro che mi hanno dedicato un pensiero, un’immagine, un messaggio per farmi gli auguri.

Oggi voglio mettere tra parentesi il racconto del mese di agosto e cimentarmi in una cosa nuova e penso che dal titolo che ho dato all’articolo possiate farvi un’idea di cosa si tratti.

Domenica ho partecipato al seminario ‘Esperienze somatiche in psicoterapia’ promosso dall’Itat e tenuto da Bill Cornell, guru della terapia corporea in Analisi Transazionale.

E’ stato bello ritrovare ex compagni di scuola e docenti. C’è sempre una sensazione di ritorno a casa.

A Gigi, mio ex compagno di corso, ho raccontato dei dvd ricevuti in regalo da mio fratello e ci siamo soffermati su quello di  ‘Stanlio & Ollio’, film che entrambi abbiamo trovato commovente e spettacolare.

‘E Joker ti è piaciuto?’ mi ha chiesto lui. Sa che non perdo neppure un film tratto dai fumetti Marvell e DC e quindi ci sta abbia pensato che lo avessi già visto.

In realtà, fin dai primi trailer mi sono detta ‘Questo non me lo perdo!’. Mio fratello, però, non sopporta i film sui supereroi, Simona è a Firenze e comunque non è propriamente il suo genere e altre persone con cui andare non mi venivano in mente. Per questo ho sempre rimandato, leggendo nel frattempo i commenti della gente.

Mi ha stupito il numero di persone che, furiose e indignate, si chiedono perchè autori e regista ‘abbiano voluto portarci ad empatizzare con un pazzo criminale’.

Io avevo in mente il Joker classico e soprattutto quello di Heath Ledger ne ‘Il cavaliere oscuro’, che, ancora ad oggi, resta il mio preferito, persino più di quello interpretato da Jack Nicholson. Con questi presupposti in mente mi chiedevo cosa si fossero inventati, in effetti, per portare lo spettatore a empatizzare con un pazzo.

‘Non c’entra nulla con la storia di Batman. Non c’entra nulla con gli altri Joker. Vai a vederlo, sono sicuro ti piacerà!’ mi ha detto Gigi e devo dire che, come sempre, ci ha preso.

Voglio parlarvi oggi di questo film. Sì, oserò vestire i panni del recensore, perché questo film mi ha colpita allo stomaco e al cuore e voglio rispondere a modo mio a coloro che si sono chiesti perché volerci far empatizzare con un pazzo assassino. Ovviamente ci saranno degli spoiler, quindi se non avete ancora visto il film e intendete farlo rimandate a dopo la lettura di questo articolo.

‘La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti vogliono che tu viva facendo finta di non averla’

Voglio iniziare così questa recensione, con la frase che Arthur Fleck scrive sul suo diario-copione.

Questa frase mi ha colpito, amici e vicini. Mi ha portata indietro di anni, quelli trascorsi come specializzanda al Centro di Salute Mentale di Venaria Reale. Nel mio piccolo di ‘matti’ ne ho conosciuti qui. C’erano quelli perennemente incazzati e a volte violenti, quelli timidi e silenziosi che scattavano terrorizzati al minimo rumore, quelli che ridevano tutto il tempo, raccontando barzellette e alternando questi momenti di ilarità sfrenata ad altri di profonda tristezza. Con i ‘matti’ io ho lavorato e, in un certo senso, in questa nostra cultura che ancora oggi da del ‘matto’ a chi va dallo psicologo, ancora ci lavoro. Questa cultura che ritiene ‘matto’ lo psicologo stesso.

Perche farci empatizzare con un pazzo criminale?’ si sono chiesti in molti. ‘Cosa vi spaventa di questo pazzo?’, chiederei loro.

Arthur è un uomo con dei problemi evidenti. Questa risata, modo in cui reagisce alle emozioni forti che lo colgono, è il problema più evidente. È straziante (e in questo Joaquin Phoenix è stato fantastico) quanto soffra nel non poterla controllare. La stessa sofferenza dei tourettici dinanzi ai loro tic incessanti.

Quest’uomo soffre, amici e vicini. Questa è la prima cosa che colpisce lo stomaco. Soffre e cerca di andare avanti nonostante tutto e mentre ci prova subisce le angherie dei ‘sani’.

La baby gang che lo pesta.

Il collega che gli dà un’arma dicendogli che lo fa per il suo bene, mentre è solo un modo per sbarazzarsi di lui e dell’inquietudine che trasmette.

I tre bulli-bene che lo pestano e che lui uccide.

Ecco. Penso sia qui che chi vede il film entri in confusione. Seguitemi nel ragionamento.

Ci viene mostrato un ennesimo pestaggio, una situazione dove Arthur non sta facendo nulla di male eppure subisce qualcosa di maledettamente ingiusto. Ognuno di noi è possibile si sia ritrovato a vivere un’ingiustizia, che sia stato un atto di bullismo, un torto più o meno grave. Non necessariamente deve essere qualcosa di violento quanto quel che a lui accade. Per questo possiamo dire di sapere cosa si provi a vivere un torto. Forse, se proprio c’è andata male, sappiamo cosa voglia dire viverlo e anche ritrovarci da soli, senza nessuno pronto a prendere la nostre difese, ma, anzi, ben disposto a darci addosso. E’ possibile che sappiamo cosa si provi ad essere trattati come dei Jolly, la carta che può essere usata ovunque e alla quale spesso non viene dato il valore che merita.

E’ qui, penso, che sia possibile identificarsi con Arthur. Dire quel sommesso ‘Non è giusto!’, sperare che qualcuno corra in suo aiuto, che qualcuno veda, diamine, cosa gli sta succedendo e lo salvi. Forse perchè anche noi avremmo voluto essere salvati.

Allo stesso tempo ci aspettiamo che la situazione si risolverà nel peggiore dei modi. Lo sentiamo nella pancia e questo è inquietante. Doloroso. Infatti lui spara. In preda alla disperazione, all’esasperazione: spara. Come quei bambini disperati o arrabbiatissimi che iniziano a menare calci e pugni e a lanciare oggetti. E una parte di noi sussurra un sommesso ‘Se lo sono meritati!’, proprio come diranno i cittadini di Gotham City. Quei colpi di pistola sono i pugni che avremmo voluto restituire ai bulli, le parole che avremmo voluto urlare in faccia a chi ci ha svalutati, denigrati, umiliati, presi in giro.

Ecco, amici e vicini, che stiamo empatizzando con un pazzo e questo spaventa. Più siamo feriti, più ci sentiamo fragili e più temiamo questo risuonare con quest’uomo.

Identificarci con lui, però, non vuol dire necessariamente trasformarci in assassini sanguinari. Noi, al contrario di Arthur, abbiamo un buon piano di realtà e siamo in grado di gestire le nostre azioni. Quest’uomo, invece, è un malato, traumatizzato e, sì, psicotico. Il suo tentare di portare avanti la propria vita nonostante tutto svanisce ed è qui che per la prima volta vediamo il Joker. Colui che insegue l’ultimo bullo-bene per ucciderlo.

Se i primi due bulli li ha uccisi senza rendersene conto e spaventandosi, stupito, di quanto fosse successo, quello lo insegue. Lo uccide volutamente. E’ un cambiamento sottile portato in scena magistralmente da Phoneix. Subito dopo torna il bambino spaventato, quello che si chiude in bagno e che cerca di calmarsi ballando e, caspita, se è angosciante questa scena. Cerca nel suo mondo e a suo modo di scollegarsi da quanto successo per ricompattarsi e correre, poi, tra le braccia della vicina di casa per cercare quella rassicurazione, quell’affetto e protezione che non ha mai avuto e della quale, in questo momento in cui si è visto perso, ha bisogno.

Da lì è tutto un concatenarsi di situazioni che porteranno Arthur a cadere sempre più.

La terapia viene sospesa per assenza di fondi. ‘E io con chi parlerò? Chi mi darà le mie medicine?’. Ecco che il malato viene abbandonato a se stesso da un sistema che, come dice l’assistente sociale, ‘se ne frega di quelli come te e anche di quelli come me’. Mi colpisce sempre come vengono rappresentati coloro che lavorano nei servizi sociali e gli psicologi. Questa donna non ha un’espressione neutra, non finge neppure un sorriso. Ha il volto corrucciato, arrabbiato, disgustato. Come ci si può aprire dinanzi a una simile maschera che la dice già lunga sul pregiudizio con quale guarda chi è seduto dinanzi a sè. Anche quando gli dice quella frase resta lontana. Arrabbiata col sistema, piuttosto che empatica nei confronti di chi prima gli dice che lei non gli serve a nulla per poi confessare quanto bisogno abbia di quelle domande sempre tutte uguali. Penso che questa assistente sociale possa portare noi che lavoriamo con le persone a riflettere su quanto dobbiamo fare i conti con i nostri pregiudizi e non portarli in seduta con loro. Io da che ho iniziato a lavorare e a capire quanto questo sia importante, cerco di andare sempre oltre l’etichetta e forse è per questo che mi colpisce quella domanda: ‘Perche vogliono portarci ad empatizzare con un pazzo?’. Io non mi fermo al fatto che una persona sia ‘pazza’. Mi viene spontaneo chiedermi quale sia la sua storia, quella che lo ha portato a organizzare la sua mente in un modo altro. Questo non giustifica azioni aberranti che è possibile siano compiute, ma cercare l’origine delle azioni, dei comportamenti sia nostri che del prossimo penso sia più costruttivo che cercare di stampargli addosso un’etichetta o fermarsi a questa.

Come se non bastasse, poi, Arthur decide di aprire una della letture che ossessivamente la madre scrive a Thomas Wayne e da queste scopre di avere un padre, e che padre.

E qui ringrazio gli sceneggiatori per aver tolto dall’odore di santità il famoso padre venerato da Bruce Wayne e per averci mostrato un uomo avido, pronto, contrariamente a come ci è stato dipinto finora, a giudicare e prendere a pugni i più deboli. Così come li ringrazio per aver tolto dalla santità Alberti, il maggiordomo e ‘padre adottivo’ di Bruce, che non si fa scrupoli a dire ad Arthur che sua madre era matta e che lui è stato adottato. L’ennesima manifestazione di disgusto nei suoi confronti da parte di due persone che sua madre gli ha sempre dipinto come buone e caritatevoli.

Questo film, a mio parere, è l’antitesi del sogno americano. Qui, il ricco, colui che riesce a farsi con le sue mani, non è visto come la persona in gamba, il modello da seguire, ma come lo stronzo che si approfitta della sua posizione per schiacciare chi è più debole. Se una visione simile è ‘nuova’, potremmo dire, per il panorama americano è, invece, molto nota per noi, abituati a dare contro ai ricchi, al padrone. E forse la domanda ‘Perchè ci vogliono portare ad empatizare con un pazzo?’ è proprio da qui che nasce. Dall’odio, dall’invidia che è possibile che coviamo dentro e che non vogliamo vedere, della quale ci vergogniamo e che Arthur ci mostra senza filtri, in un crescendo che coinvolge la popolazione di Gotham, facendolo diventare addirittura un vigilante. Titolo che, paradossalmente, verrà poi dato a Batman. Un vigilante che si scaglia contro i ricchi abusanti, contro il sistema. Geniale come questo parallelo tra il Joker e Batman venga fuori insieme all’idea che possano essere fratelli.

Su questo punto io e Gigi non ci troviamo d’accordo. Lui dice essere chiaro il fatto che la madre di Arthur fosse pazza e avesse adottato un bambino per ricattare Wayne. Io, invece, abituata, come vi dicevo, a cercare di vedere oltre l’etichetta, proprio per il modo in cui ci viene presentato il padre di Batman, dico che potrebbe anche essere vera la storia di Penny Fleck. Il ragazzo di una famiglia importante e ricca a mio avviso è possibile che, per non infangarne il buon nome, abbia cambiato i documenti a suo favore. Penny, che è anche possibile avesse qualche problema latente, è del tutto impazzita. Seguendo il suo copione, poi ha incontrato un uomo violento e poco raccomandabile che maltrattava lei e il figlio.

Per Arthur recuperare il fascicolo riguardo alla madre è stato un altro grosso trauma. Scoprire di non essere stato protetto da lei al punto da essere lasciato in balia dell’uomo con cui stava, leggere di quell’adozione (vera? Falsa? Chissà, a mio avviso, come dicevo, è un punto che resta aperto), vedere le sue foto di bambino abusato e recuperarne, forse, i ricordi lo hanno portato a uccidere la madre. Decisione presa dopo un ennesimo trauma, quello che penso sia la goccia che fa traboccare il vaso. Franklin Murray lo sfotte pubblicamente. Colui che aveva eletto suo ‘padre adottivo’, l’ennesimo uomo che piaceva alla madre e che questa trovava per bene, si prende gioco di lui pubblicamente.

Di nuovo lo vediamo andare a cercare rifugio e conforto dalla vicina e scopriamo un’altra angosciante realtà. Quegli appuntamenti, la presenza al suo fianco al capezzale della madre erano solo frutto della sua fantasia. Anche lui se ne rende conto. E’ uno degli ultimi barlumi di lucidità di  Arthur, che lascia sempre più il posto al Joker.

Eppure noi stiamo ancora empatizzando con lui. Certo, l’omicidio della madre, ‘matta’ quanto lui, ci lascia l’amaro in bocca. Una vocina, però, ci dice che avrebbe dovuto proteggerlo, non avrebbe dovuto mentirgli, non avrebbe dovuto usarlo, se davvero lo ha adottato al solo fine di ricattare Wayne.

E ancora ci diciamo ‘Se lo è meritato!’ quando pugnala con le forbici il collega che lo ha portato a perdere il posto e che, con gran faccia tosta, va a casa sua per porgergli le condoglianze. Un rigurgito di coscienza? Può darsi.

Ed empatizziamo con lui anche quando lo vediamo lasciare in vita il collega nano. Quando gli sentiamo dire ‘Sei l’unico che mi ha trattato bene’ prima di lasciarlo andare, pur sapendo che lo denuncerà. Il nano non gli ha fatto del male. C’è ancora una logica nel suo agire. E’ ancora Arthur che si vendica, ma iniziamo a vedere anche il Joker che trae piacere da questa vendetta.

Insieme Arthur e Joker si presentano da Murray, colui che gli ha dato questo nome d’arte, mentre lo sfotteva mandando in onda il suo video dell’esibizione di cabaret. Il Joker è presente nella postura, nella maschera che lo trasfigura, nei capelli tinti di verde, nella sicurezza con la si proclama l’assassino dei tre bulli-bene. E Arthur, però, che grida ‘Se fossi morto io al posto loro non vi sarebbe importato, mi avreste scavalcato e dimenticato’. La stessa disperazione con la quale chiedeva a Wayne perchè per le persone fosse così difficile dare amore.

E anche qui empatizziamo con lui, perchè di batoste sentimentali da amanti, amici o parenti può esserci capitato di prenderne. Perchè è possibile che ci si sia sentiti abbandonati, soli, impauriti e fragili. Perchè quella stessa rabbia, quel grido viscerale è possibile che anche noi lo si abbia provato. Forse trattenuto. Forse espresso.

Come dicevo, non bisogna necessariamente divenire assassini. Non è necessario che il Joker prenda il sopravvento anche in noi e ci porti a sparare in testa ad un uomo che ci sta sminuendo, che, anzichè prendersi le sue responsabilità, sta cercando di metterci in cattiva luce.

Joker lo fa e anche qui un sussurrato ‘Se lo è meritato‘ è possibile che ci scappi.

‘Perchè vogliono portarci ad empatizzare con un pazzo criminale?’

Beh, amici e vicini, il fatto è che non è che vogliono portarci a… direi che è inevitabile non empatizzare. Cosi come è inevitabile anche voler fuggire da questa empatia, rifiutare i brutali omicidi commessi, essere spaventati per quei ‘Se lo è meritato!’ che ci sono saltati alla mente mentre assistevamo alle vendette di Arthur che pian piano diventa Joker.

Una parte di noi con questo uomo si identifica. Una parte di noi sente che sta facendo bene e, come il popolo di Gotham  City, lo andremmo a prendere e lo eleggeremmo capo di questo nostro movimento di rivolta contro il sistema. Magari vorremo avere il coraggio di imitarlo, come poi fa l’uomo travestito da clown che uccide Wayne e signora traumatizzando a vita il piccolo Bruce.

Se noi non diventiamo Joker, però, è perchè abbiamo quella che si chiama resilienza, perchè abbiamo un piano di realtà solido e sappiamo gestire i comportamenti legati alle emozioni che proviamo. Capisco, però, che provare tutte le emozioni e l’empatia che questo film e il suo grandissimo interprete generano, spaventi. E, come solo noi esseri umani sappiamo fare, quando qualcosa ci spaventa lo allontaniamo. Facciamo niente poco di meno ciò che la gente fa con Arthur.

Ricordate questa frase: ‘La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti vogliono che tu viva facendo finta di non averla’.

Uno dei miei pazienti del Csm disse una cosa simile durante una seduta. I miei pazienti con depressione dicono che viene loro chiesto di darsi uno scossone, di farsi forza. Abbiamo paura di empatizzare con Arthur perchè è un malato psichiatrico, qualcosa che dalla notte dei tempi non vogliamo vedere. Ci spaventa la possibilità che succeda anche a noi. Forse, come in ‘Un giorno di ordinaria follia’, ci spaventa la possibiltà che anche noi si possa perdere il controllo ed esplodere malamente. Direi che i fatti di cronaca riportano sempre più persone che ‘perdono la testa’.

E, in merito a questo, le ultime immagini del film sono eloquenti. Arthur si riprende dopo il brutto incidente e si ritrova circondato dalla folla che vede in lui un leader. C’è un istante in cui si guarda attorno, spaventato, stupito. Un istante in cui forse si rende conto di come siano tutti pazzi. Lui che si guarda attorno preoccupato è il più sano in mezzo a quel delirio. Quello è l’ultimo sguardo di Arthur. che lascerà il posto, poi, definitivamente al Joker.

Il Joker che ballando accetta lo scettro offertogli dal popolo. Quello che ucciderà, come ha detto a Murray, perchè è piacevole farlo.

Ecco, con questo Joker io non empatizzo più. Lo stesso Joker sanguinario e gratuitamente violento portato in scena da Heath Ledger. Il Joker dentro il quale non c’è più nessuna traccia di Arthur.

Ho detto la mia su questo film che se non avete ancora visto vi consiglio di vedere. Con la mente aperta e ascoltando la pancia. Cercando di andare oltre etichetta e pregiudizio. E’ possibile che abbia invertito qualche tempo narrativo, ho visto, in fondo, il film solo una volta.

Sono, però, soddisfatta di questo esperimento. E’ un post abbastanza lungo, mi sono fatta prendere la mano. Se siete arrivati fino a qui vi ringrazio per la fiducia. Su, la prossima volta torneremo a pendolare.

Il ritorno di Nino!

Bentrovati, amici e vicini:-)

Eccomi nuovamente in quel di Sutton Green, gentilmente ospitata da Jass.

Devo dire che non so se è il mio metabolismo prossimo ai 38 che funziona male, ma qui si muore di caldo!! Ho lasciato il freddo Torinese per sudare il London. Eppure Lella giusto ieri mi ha detto ‘Copriti che qui ha preso a fare freddo’…. mah, voglio pensare di essere io a portare il sole 🙂 (sa, che ogni tanto un po’ di sano egocentrismo non guasta).

Manco a farlo apposta, giungo a parlarvi dell’intervista per il NIN, National Insurance Number, proprio oggi che sono dovuta venire qui apposta per rifarla.

Ma andiamo con ordine.

Il 9 agosto presi il coraggio a due mani e mi cimentai nella telefonata al numero verde per prenotare l’interview per la richiesta del NIN. Mi diedero appuntamento il 21 agosto alle 3 pm, dopo una pre intervista telefonica che mi fece sudare sette camicie

Ammetto che mi rendeva nervosa questa intervista. Sentivo e leggevo nei vari gruppi di cose contrastanti legate a questo NIN. Chi ha ricevuto mille richieste di documentazione riguardo allo proof of address. Altri ai quali non era stato chiesto nulla a riguardo. Altri ancora che si erano visti rifiutare la richiesta. Benché allora non sapessi che sarei andata ad ingrassare le fila di quest’ultima categoria, mi facevo mille domande riguardo al come rispondere all’intervistatore.

La pancia mi diceva di andare lì e dire ‘Voglio trasferirmi e lavorare a Londra e il NIN mi serve per cercare lavoro’. Io, invece, mi dicevo ‘Sono una libera professionista, il NIN serve anche per le pratiche per la libera professione: mi presento come self employed’.

Ecco, diciamo che è stata l’ennesima riprova che la pancia va ascoltata!

Il 21 alle 14 30 sono arrivata al 67 di Upper Tooting Road presso il Job Centre. Appena varcata la soglia, un vigilante mi ha chiesto di vedere la lettera che avevano inviato due giorni dopo la telefonata e mi ha detto di mettere il telefono in modalità silenziosa, usarlo solo per mandare messaggi e non per telefonare e di non parlare e disturbare in alcun modo.

‘Cominciamo bene’ ho pensato e sono entrata in questo open space con tante postazioni nel quale non volava una mosca! Faceva persino impressione tutto quel rispettoso silenzio.

Alle 3 in punto sono stata chiamata da una signora di origini indiane che mi ha chiesto i documenti e a cosa mi servisse il NIN. E mannaggia a me che le ho detto di essere libera professionista!

La signora mi ha rivelato di non aver mai trattato la pratica per un libero professionista. Mi ha chiesto quale fosse la mia professione e quando le ho detto ‘Psychologist’ ha esclamato ‘Oh, you are very brave! Your job it’s very difficult and very important’.

‘Beh’, ho pensato io, ‘rispetto ai commenti tipo ‘Oddio, un’altra pazza!’ che mi sento fare di solito in Italia, qui siamo a cavallo!’.

Manco a dirlo, la signora mi parla dei suoi problemi con i figli e il marito, di quanto loro non la capiscano e lei senta il bisogno di parlare. Insomma, ho fatto con lei una mezza seduta di sostegno psicologico. Peccato sentissi che qualcosa non andava. Il fatto che non avesse mai trattato pratiche per self employed e che avesse chiamato una collega per chiederle aiuto e mi avesse, infine, mandata da una terza non erano certo cose rassicuranti.

‘Non sono del tutto convinta sia andato tutto liscio’ avevo poi detto a Lella e Chiara. Loro hanno cercato di rincuorarmi dicendo che tempo  le 6 settimane annunciate e avrei avuto il mio NIN.

Invece, il 25 settembre, quando sono venuta qui a Londra di mercoledì, come oggi, per passare la visita dalla  nurse del Gp (arriverò a raccontarvi anche questo), ho scoperto di far parte della schiera dei rifiutati.

Jass mi aveva consegnato una lettera arrivata per me dal Job Centre e io felice l’ho presa pensando ‘Dev’essere il mio NIN’.

Al tatto, però, non sentivo alcuna tessera e, una volta aperta, mi si diceva che unfortunatelly non potevano accettare la mia richiesta!

Vi lascio immaginare lo stupore e lo sconforto! Mi è salita una carogna, come dicono dalle mie parti, ma una carogna così grande che sembravano due!

Presa dal sacro furore nell’ottenere spiegazioni valide, il giorno seguente ho chiamato l’ufficio di Glasgow dal quale era giunta l’infausta missiva per chiedere spiegazioni. Il Tizio che mi ha risposto mi ha detto che al 99% dei self employed il NIN viene rifiutato!

A saperlo prima, maledizione! O ad ascoltare la pancia…

Praticamente, come mi ha anche riconfermato Louis, l’impiegato che mi ha fatto la seconda intervista oggi, un self employed deve dimostrare un notevole movimento bancario per ottenere il NIN. Decisione che comunque è a discrezione di come l’impiegato di Glasgow che lavora la pratica ritiene essere il tuo business.

Io non avevo ancora iniziato manco a lavorare quando ho fatto l’interview precedente e quindi figuriamoci! A Glasgow si saranno fatti una sana risata alla faccia mia!

Fatto sta che per avviare la registrazione all’Hmrc, l’agenzia delle entrate, il NIN ci vuole e il 31 ottobre, ex data di uscita certa dall’Ue, era vicino!

Il Tizio mi ha consigliato di rifare l’interview dicendo che cercavo lavoro dipendente e morta lì.

E così eccomi qui oggi.

Spero davvero che il mio cospargermi il capo di cenere dicendo ‘Mi pento di aver osato dire che sono self employed! Voglio un contratto sicuro, da brava italiana, alle dipendenze di un connazionale sfruttatore, ovviamente nella ristorazione’.

Battutacce a parte (non me ne voglia chi a Londra lavora o da lavoro nella ristorazione), come ho detto a Louis ‘I hope that this is the last time. I don’t want to have the third’.

Questa storia resterà aperta per le prossime 6/8 settimane. Mi auguro di potervi postare una foto di questo benedetto tesserino.

Il consiglio che mi sento di dare a chi volesse intraprendere un lavoro come self employed in Uk è quello di bypassare la cosa per la richiesta del NIN. Cosi, giusto per non perdere tempo…

Il viaggio tre nazioni (seconda parte)

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Eccomi nuovamente a voi la sera prima della partenza. Sì, questa settimana il pendolo si estende al mercoledì. L’eccezionalità della cosa è data dal fatto che devo ritentare l’interview per ottenere il National Insurance Number. Ancora non sono arrivata a parlarvi della prima intervista fatta ad agosto, conto di farlo a breve. Sappiate che non ha avuto esito positivo e per questo mi tocca rifarla e sperare che questa volta le cose vadano per il verso giusto. Ma vi ragguaglierò più avanti.

Questa, amici e vicini, è la mia ultima settimana da trentasettenne. Sabato 26 raggiungerò quota 38! Devo dire che regalarmi un giorno in più in London mi esalta! Avrò più tempo per gironzolare, potendo sfruttare pure il giovedì mattina, rivedrò Jass e Lella e cercherò di vincere questa ennesima battaglia burocratica! Un buon modo per concludere questo anno pieno di sorprese e decisioni che non mi aspettavo di prendere!

Ho preparato il faldone con tutti i documenti relativi alle burocrazie che sto affrontando e domani con questo in mano (tra l’altro di un bel color fuxia) mi siederò davanti alla mia nuova esaminatrice! Ormai ottenere il NIN è una questione di principio, oltre che una necessità per poter portare avanti le pratiche di iscrizione all’HMRC, l’agenzia delle entrate UK.

Ma torniamo al viaggio tre nazioni!

Eravamo rimasti con me barcollante di sonno che, con San Google Maps alla mano, decido di espugnare il quartiere di Quoi Bercy a Parigi. Erano le 6 di una mattina umida che prometteva tanta pioggia.

Piazza della Bastiglia

San Google Maps mi informava che mi trovavo a un’ora e 48 minuti dall’Arco di Trionfo e sapevo già non ci sarei mai arrivata.

J’adore!!!!!!!!!!

Ho trotterellato, allora, attorno a Piazza della Bastiglia, facendo colazione con una baguette ou chocolat che io adooooooro e prendo sempre quando sono en France.

Poi è iniziato a piovere. Parigi mantiene sempre le promesse!

Avevo già preso pioggia a Londra il mattino precedente, ma qui ami sono lavata! C’era un vero e proprio uragano e io non avevo l’ombrello. Sono tornata di corsa alla poco felice stazione degli autobus e per fortuna siamo anche stavolta partiti in orario alle 8.30. L’idea di rimanere bloccata in lì non mi sarebbe piaciuta per nulla!

Il panorama francese al di là del finestrino

Il viaggio attraverso la seconda nazione è stato bellissimo!

Il sole sorgeva sulle campagne francesi e io tra un pisolo e l’altro mi godevo il panorama.

Ero al secondo piano di questo bus a due piani, seduta in seconda fila.

Ci abbiamo messo un’eternità ad arrivare a Lione, prima fermata di questo secondo viaggio e ancora di più per arrivare a Chambery.

Contorsionismi alla disperata ricerca di una posizione ‘comoda’

Ora, non voglio fare polemica, ma solo mettere sul tavolo i fatti. Nel primo viaggio di italiana c’ero solo io perchè la maggior parte dei viaggiatori andavano a Parigi. E’ durato 10 ore ed è stata fatta solo una sosta in frontiera proposta dall’autista.

Nel secondo viaggio, che arrivava a Milano Lampugnano, di italiani ce n’erano parecchi e sono stati loro a chiedere fermate extra e sempre loro, davvero gli stessi che chiedevano la sosta (li ho visti con i miei occhi e sentiti con le mie orecchie), a lamentarsi del fatto che fossimo in ritardo. Per farvi un esempio, una ragazza che nella sosta extra prima di Chambery chiedeva di potersi fermare ancora un po’, quando erano già scaduti i 15 minuti consentiti, ha poi fatto casino perchè si era in ritardo di venti minuti. Che poi sono diventati 30 causa traffico.

Il lavoro dell’autista è sfiancante. Non solo guidano e hanno a che fare col traffico, ma anche con simili elementi. E sottolineo italiani, perchè ho viaggiato su tre nazioni e ‘siamo’ stati gli unici a pretendere e offendere. Penso che dovremmo farci due domande e iniziare a darci anche due risposte, amici e vicini!

Ad ogni modo, anzichè alle 18.50 sono arrivata a Torino alle 19.17, che ancora va bene. Sono riuscita pure a fare la seduta con il paziente, al quale ho chiesto di spostare di mezz’ora l’incontro, perchè era prevista per le 19.30.

Così finisce quest’avventura! Devo dire che sono fortunata ad amare viaggiare, perchè, per quanto sia stato bello, è stato anche sfiancante, al punto che ci ho messo due giorni a riprendermi e il sabato mi è pure venuta la febbre.

Eh… come dicevo i 38 si avvicinano, amici e vicini!

 

Il viaggio tre nazioni (prima parte)

Bentrovati, amici e vicini 🙂

Nuovamente di domenica, questa volta per raccontarvi l’avventura appena vissuta!

Chi mi segue su Instagram ha potuto vedere in real time gli aggiornamenti. Questo viaggio, però, merita di essere raccontato, perchè non è cosa da tutti i giorni viaggiare attraverso tre nazioni. Almeno non per me.

Ci eravamo lasciati, per quanto riguarda il pendolo di questa settimana, col mio essere giunta a Gatwick e da lì a Londra. Il bus A3 mi ha lasciata a Vauxhall, dove al Bonnington Center ho incontrato la mia paziente.

Sono poi passata dai commercialisti del Wilkins Kennedy per firmare alcuni documenti, commissione che mi ha permesso di ammirare un bellissimo arcobaleno sul Tower Bridge.

Tempo di passare in studio ad Holborn, fare la spesa per il lungo viaggio di ritorno e arrivare alla Victoria Coach Station dalla quale sarebbe partito il Flixbus per Parigi. Sì, amici e vicini, questa volta la vostra pendolare il ritorno ha dovuto farlo in autobus!

Ricorderete che vi avevo detto come i prezzi per questa settimana fossero assurdamente alti. La mia amica Sara aveva trovato una soluzione per l’andata, peccato che, nel frattempo, si era esaurita quella per il ritorno sempre da Malpensa a 28 euro. Non volendo regalare alla Easyjet il costo del biglietto di andata, e avendo comunque, oltre alla paziente, anche la burocrazia da sbrigare, ho valutato altre opzioni e trovato il viaggio di ritorno con Flixbus ad un prezzo abbordabile.

Alle 20 ora locale, ha dunque avuto inizio il viaggio tre nazioni. Harry Potter ha avuto il torneo tre maghi, io questo. A ognuno il suo!

Devo ammettere che non ero del tutto fiduciosa riguardo a Flixbus. In un precedente viaggio, io e un’amica ci siamo trovate con il bus annullato e nessuna comunicazione in merito. Erano le 3 del mattino in quel di Trento e l’unica soluzione era stata prendere un treno per raggiungere la meta delle nostre vacanze. L’idea di ritrovarmi a Parigi alle 5 del mattino e dover cercare una soluzione alternativa a un bus cancellato, capirete che non mi allettava affatto.

La puntualità svizzera della partenza da Londra, però, mi ha fatto ben sperare. Ero l’unica italiana a bordo, in mezzo a francesi, inglesi, americani e colombiani. Seduta in seconda fila, dal momento che patisco i viaggi in auto, mi sono ritrovata con alle spalle un ragazzo francese che nel suo perfetto british english ha cercato per quasi tutto tempo (8 ore di viaggio, amici e vicini) di abbordare una delle tre turiste americane sedute accanto a lui. Il tema di approccio era la politica… non so se fosse il giusto argomento per conquistare la suddetta ragazza e il ragazzo colombiano al mio fianco la pensava allo stesso modo. Per tutto il tempo non ha fatto altro che prendere per il culo in spagnolo insieme al suo amico lo zelante ragazzo francese!

Quando ha scoperto, da una telefonata ricevuta, che fossi italiana, il colombiano di non più di 22 anni mi ha chiesto se potevamo fare un po’ di conversazione per fare pratica con l’italiano, lingua che voleva imparare. Devo dire che la conosceva già bene e la mia conoscenza dello spagnolo ha colmato le lacune di quelle parole che non sapeva. Anche lui ha portato il discorso sul piano politico, dal momento che studia economia e politica a Londra, e devo dire che è stato piacevole vedere tanta voglia di cambiare il mondo in un ragazzo così giovane.

Arrivo all’eurotunnel

La chicca di questo primo viaggio, però, è stato l’Eurotunnel. Amici e vicini, è stata un’esperienza sicuramente da fare ma che non so se ripeterei. Non soffro di claustrofobia, ma ammetto che un paio di brividi li ho avuti.

Siamo giunti all’imbarco per l’Eurotunnel alle 23, facendo la prima tappa da che eravamo partiti.

Abbiamo fatto il controllo passaporti, il pitt stop in bagno e poi siamo andati verso l’imbarco.

Dentro il vagone-angar

Ho capito come funzionava la faccenda solo quando ho visto l’autobus entrare in uno di questi vagoni-angar del treno. Qui le ruote sono state bloccate, la paratia che ci divideva dall’altro autobus fermo davanti a noi chiusa e l’altoparlante ha annunciato in inglese e francese cosa avremmo dovuto fare.

Eravamo a bordo dell’autobus, chiusi in questo vagone con la possibilità di scendere per muoverci nel breve spazio che rimaneva. Quando il treno è partito l’autobus ha preso a vibrare, come fosse sospeso. Non so se è stato un meccanismo di difesa dalla situazione claustrofobica, oppure l’effetto della pressione sempre maggiore che si percepiva man mano che il treno procedeva lungo il tunnel, fatto sta che mi sono sentita crollare dal sonno e le poche volte in cui ho riaperto gli occhi, svegliata dai rumori strani che provenivano dal treno, vedevo anche gli altri attorno a me profondamente addormentati. Non era così tardi da poter dire fossimo stanchi.

Il viaggio è durato un’ora e siamo sbucati in Francia poco dopo la mezzanotte. Se tra i lettori c’è qualcuno che sa dirmi se potesse essere stato davvero effetto della pressione mi farebbe un favore, perchè io soffro d’insonnia e la sensazione di palpebra che si chiude come fossero le tre di notte o fossi sveglia da ore e crollassi per la stanchezza mi è risultata insolita. Una volta usciti, poi, eravamo tutti sveglissimi!

 

Il viaggio è continuato tranquillo fino a Parigi dove siamo giunti persino con 20 minuti di anticipo, alle 4.50 anzichè alle 5.10. La stazione autobus Quoi Bercy devo ammettere essere davvero pessima. Sporca, i bagni impraticabili se non con una pesante dose di buona volontà, con personaggi abbastanza inquietanti a circondare le porte d’uscita.

Io ero ben intontita dalla brusca sveglia e sono rimasta un’ora attaccata a una presa per ricaricare il cellulare con l’unica speranza che non ci fossero problemi con l’autobus che avrei dovuto prendere alle 8.30. Dal momento che non mi piaceva per nulla l’ambiente e che volevo fare due passi, alle 6, col cellulare carico, ho deciso di fare appello a San Google Maps e visitare un po’ il quartiere.

Ma questo ve lo racconterò prossimamente 😉